#Terremoto centro Italia

Quei borghi feriti sono il cuore dell'Italia, abbiamone cura

28 Ottobre Ott 2016 0908 28 ottobre 2016

I borghi colpiti dal terremoto del 24 agosto e del 26 ottobre, da Amatrice a Ussida, da Accumoli a Visso, rappresentano il cuore non solo geografico dell'Italia, sono il cuore identitario per troppo tempo marginalizzato, svuotato, abbandonato. Prendersene cura oggi è questione che ci riguarda tutti e per la quale val la pena battersi con decisione e grande senso della dignità.

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San Salvatore A Campi
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I borghi colpiti dal terremoto del 24 agosto e del 26 ottobre, da Amatrice a Ussida, da Accumoli a Visso, rappresentano il cuore non solo geografico dell'Italia, sono il cuore identitario per troppo tempo marginalizzato, svuotato, abbandonato. Prendersene cura oggi è questione che ci riguarda tutti e per la quale val la pena battersi con decisione e grande senso della dignità.

È inevitabile pensare a un cuore quando si guarda la cartina sismica dell’Italia e si vede quella lunga fascia rossa che percorre gli Appennini e si dilata nel punto dove Umbria, Lazio e Marche si toccano. Un cuore proprio al centro dell’Italia, centro geografico ma in un certo senso anche identitario. Lì ci sono piccoli paesi, che hanno subito lo spopolamento causato dalla modernità. Piccoli paesi avvolti dai boschi, e che sembrano un po’ dimenticati dalla storia. Ma Norcia è lì a un passo. E Norcia sappiamo quanta storia condensi, a partire dal fatto che lì nell’anno 480 era nato San Benedetto (con la sorella gemella Scolastica, anche lei santa): un personaggio che insieme all’altro umbro di 800 anni dopo, Francesco, ha plasmato l’identità italiana.

Norcia pur essendo ad un soffio dagli epicentri dei due terremoti del 24 agosto e dell’altra notte, ha avuto pochi danni: un consolidamento ben fatto degli edifici dopo il terremoto 1997 (con la tecnica delle facciate degli edifici incatenate tra di loro) ha fatto vedere i suoi buoni effetti. Ma nonostante questo, l’altra notte Norcia ha dovuto subire una ferita inaspettata: è crollata la chiesa di San Salvatore a Campi (nella foto prima e dopo). Non è uno di quei monumenti che si trovano su tutti i depliant turistici, ma è una di quelle creazioni che solo l’Italia ha, nell’infinita varietà con cui declina le sue bellezze. Quella chiesina a qualche centinaia di metri da Campi, splendido paese medioevale, era una chiesa “gemella”: non avendo più dimensioni sufficienti, nel 1400 le venne affiancata una seconda chiesa “siamese”. Per legarle venne costruita una bellissima e strana facciata, che ha due portali, due rosoni, ma un unico tetto... Invenzioni che solo l’Italia sa offrire. Invenzioni per troppo tempo lasciate ai margini, abbandonate, la chiesina di San Salvatore da anni era chiusa, non più curata come avrebbe meritato. Il crollo di San Salvatore è un po’ un emblema di ciò che questo pezzo di terra sta vivendo da qualche mese: la paura che una lunga storia sia davvero al capolinea e che lì, in quei minuscoli paesi persi tra i monti sibillini, non ci possa essere futuro.

«La terra si è spaccata, il nostro paese è finito», ha detto tra le lacrime Marco Rinaldi, il sindaco di Ussita, 446 abitanti. Lo strano nome di questo paese pare venga da una tribù sannitica che qui aveva trovato rifugio: gli Ussiti. Storia, altra storia che è passata da qui. Poco più a nord c’è Visso, 1000 abitanti o giù di lì. Per uno strano destino, nella biblioteca del paese è conservato un altro piccolo tesoro della nostra cultura e della nostra memoria: il manoscritto dell’Infinito di Leopardi. Non potrà più restare lì, sino a che l’edificio non verrà messo in sicurezza. Bologna si è già offerta di custodire quel manoscritto e le altre carte leopardiane, ovviamente pro tempore.

A Castesantangelo sul Nera c’è stato l’epicentro della scossa dell’altra sera, magnitudo 5,9. Lì sotto gli esperti dicono che forse si è attivata una nuova faglia, la Faglia Nord rimasta sin’ora silente. Anche questo è un paese con numeri da niente: i 1500 degli anni 50 si sono ridotti a 260. Ma a scorrere le foto scattate dal cielo, che meraviglia scoprire quelle case di pietra affondate nel verde delle montagne! Si riconosce l’impianto urbanistico disegnato 500 anni fa, con le mura che salgono lungo il pendio a disegnare un triangolo che nessuna archistar oggi sarebbe in grado di immaginare più ardito...

A scorrere le immagini si capisce che prendere a cuore questi paesi che la modernità sembra aver relegato in un angolo, significa a prendere a cuore l’Italia e la sua storia unica. Per fortuna questa scossa ha dimostrato che non tutto è perduto. E che come è accaduto a Norcia, nonostante la violenza del terremoto, la gran parte delle case hanno tenuto, perché gli interventi fatti dopo il 1997 sono stati fatti con criterio. In un certo senso è una buona notizia. È la dimostrazione che nonostante la umanissima paura di dover vivere con la terra che di tanto in tanto dà quelle terribili frustate, un futuro è possibile. Che la storia lì non è finita.

Ci sarà di aver ancora più cura di questo “cuore” d’Italia, sfidando anche le rigidità di Bruxelles, che non vuol sentir ragioni sui necessari deficit di bilancio che l’emergenza impone. Ma è una questione che ci riguarda tutti e per la quale val la pena battersi con decisione e grande senso della dignità.

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