Alessandro D'avenia © Marta D¹avenia
#Terremoto

Come andare avanti dopo il terremoto? Chiedetelo a Leopardi

3 Novembre Nov 2016 1847 03 novembre 2016
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Anche il colle dell'infinito di Leopardi è danneggiato dal sisma. L'Italia centrale pare per tanti versi il deserto della ginestra. Alessandro D'avenia su Leopardi ha appena scritto un libro: «Anche nel deserto peggiore c’è comunque spazio per l’azione dell’uomo, che è un fiorire nelle circostanze date. E io che faccio, viene da chiedersi? Consolare, questo è il nostro compito. Poesia è porre nell’essere qualcosa che non era visibile prima, tutti siamo poeti nella misura in cui ci chiediamo che cosa noi possiamo porre in essere. È la poesia della prosa quotidiana»

«Sempre caro mi fu questo ermo colle», scriveva il poeta Giacomo Leopardi. Ma anche il colle dell’Infinito, a Recanati, ha subìto pesanti danni per la scossa del 30 ottobre. Alessandro D’Avenia ha appena scritto un libro su Leopardi, dal titolo bellissimo: L’arte di essere fragili (Mondadori). Ma perché mai la fragilità è qualcosa di positivo, verrebbe da chiedersi osservando la devastazione di questi giorni, anche e proprio nelle terre di Leopardi. È di questo che abbiamo voluto ragionare insieme ad Alessandro D’Avenia.

È una coincidenza, ma come vive questi momenti?
La nostra natura è fragile e quando la natura ce lo ricorda con prepotenza non possiamo fare altro che interrogarci su quali sono le fondamenta su cui costruiamo le nostre vite. Sono due piani differenti, ne sono consapevole, qui ci sono persone che in un istante hanno perso tutto, ma quello che ho cercato di fare, nel libro, è proprio insinuare questo interrogativo. Il terremoto che in questi giorni ha colpito proprio i luoghi di Leopardi mi rimanda all’idea che serve una struttura antisismica dell’anima, capace di accogliere gli smottamenti della vita quotidiana e di integrali nella nostra vita, come materiale e nutrimento, per vivere ancora meglio. Noi ormai cerchiamo la sicurezza, non la salvezza: per questo cerchiamo di evitare ogni destabilizzazione. Leopardi invece per tutta la vita ha cercato di non stabilizzare gli smottamenti ma di trasformarli in qualcosa di grande e di bello, la sua poesia, le sue opere. La ginestra dice proprio di come si cerca l’infinito in un paesaggio reso deserto dalla lava, dalla devastazione e proprio lì Leopardi parla dell’amicizia stretta con un anziano, che racconta di aver perso tutto in una notte e dell’indifferenza della natura matrigna. Leopardi risponde con la ginestra, «fior gentile», che «quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo che il deserto consola». È un’immagine di speranza, quasi cristologica. In mezzo al deserto si può continuare a sperare. La ginestra ci dice che nonostante tutto bisogna continuare a fiorire.

Il terremoto che in questi giorni ha colpito proprio i luoghi di Leopardi mi rimanda all’idea che serve una struttura antisismica dell’anima, capace di accogliere gli smottamenti della vita quotidiana e di integrali nella nostra vita, come materiale e nutrimento, per vivere ancora meglio.

Alessandro D'Avenia

Lei nel libro cita una frase dello Zibaldone: «Sebbene è spento nel mondo il grande e il bello e il vivo, non ne è spenta in noi l'inclinazione. Se è tolto l'ottenere, non è tolto né possibile a togliere il desiderare. Non è spento nei giovani l'ardore che li porta a procacciarsi una vita, e a sdegnare la nullità e la monotonia». Se è tolto l'ottenere, non è tolto né è possibile a togliere il desiderare. In questi giorni questa frase è sprone? Penso soprattutto ai ragazzi che vivono in quelle zone…
Le rispondo citando un altro poeta, Shakespeare: «Quando l’anima è pronta, le cose sono pronte». Se abbiamo fondato la nostra interiorità su qualcosa di stabile, si può ricominciare a sperare, altrimenti si è spacciati. Molti nel silenzio in questi giorni stanno sicuramente ricostruendo quella “social catena” di cui parlava Leopardi, che non era affatto misantropo: lo straordinario ci risveglia a una vita ordinaria più piena.

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? Leopardi è il poeta dell’indifferenza della natura nei confronti dell’uomo, un po’ quella natura matrigna che si vede oggi. È così?
Leopardi accetta l’idea di una natura terribile e indifferente, è la visione filosofica di quel tempo, basta rileggere il Dialogo della natura e di un islandese, la natura sia quando offende sia quando diletta l’uomo non ha alcuna intenzione rispetto alla felicità degli uomini o alla loro infelicità. Però il vero cuore di Leopardi sono le sue poesie e lì il poeta Leopardi supera quel dialogo, perché Leopardi anche dinanzi alla realtà più terribile non smette di tenere aperto il cuore al mistero della natura, di interrogarsi e interrogare la natura stessa. Allora la risposta la dobbiamo cercare nelle ultime due opere di Leopardi, La ginestra e Il tramonto della luna.

E cosa ci dice?
Il tramonto della luna intanto parla di un un «confuso viatore» che «cerca»: nel 1836, Leopardi parla di noi oggi, c’è un viandante che sta andando e all’improvviso la segnaletica sparisce. È il contrario dell’islandese, i notturni di Leopardi, come qui, sono pieni di luce, lui ha sempre cercato nelle tenebre un barlume di luce... Le campagne torneranno a essere illuminate, il giorno dopo, c'è fiducia nella natura: è l’uomo che fatica a trovare la luce, poi che «la bella giovinezza sparì, non si colora d'altra luce giammai, nè d'altra aurora». Nella ginestra invece alla natura malvagia e indifferente risponde proprio il fiore del deserto, una creatura fragile, che non si insuperbisce e non ha la tronfia sicurezza dell’uomo ma allo stesso tempo nemmeno è renitente, non scappa di fronte alle difficoltà, anzi è lei che consola il deserto.

Anche nel deserto peggiore c’è comunque spazio per l’azione dell’uomo, che è un fiorire nelle circostanze date. E io che faccio, viene da chiedersi? Consolare, questo è il nostro compito.

Alessandro D'Avenia

Quindi il messaggio di Leopardi a chi abita le sue terre e a tutti noi italiani oggi, così feriti, qual è?
Che anche nel deserto peggiore c’è comunque spazio per l’azione dell’uomo, che è un fiorire nelle circostanze date. E io che faccio, viene da chiedersi? Consolare, questo è il nostro compito. Leopardi l’ha fatto con la sua poesia, che non è qualcosa per i poeti ma per tutti. Poesia è porre nell’essere qualcosa che non era visibile prima, quindi tutti siamo poeti nella misura in cui ci chiediamo che cosa noi possiamo porre in essere. Tutti possiamo farlo. È la poesia della prosa quotidiana.

A Visso, uno dei paesi più colpiti, è conservato uno dei due manoscritti dell'Infinito: ora bisognerà trovargli una nuova collocazione. Non le chiedo un luogo alternativo, ma a livello simbolico cosa le piacerebbe?
Mi ha colpito questa cosa, mi sono informato. Per quello che so io, il Museo diocesano di Visso il manoscritto dell’Infinito se lo tiene ben stretto. Quella dello spostamento a Bologna era un’ipotesi, ma il manoscritto è ancora lì, messo in sicurezza. Per salvarci la vita ci aggrappiamo a ciò che il senso della vita lo ha cristallizzato in versi memorabili: a livello simbolico questo mi sembra un messaggio fortissimo.

Foto di Marta D'Avenia

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