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Africa

Carlos Lopes: “La rinascita dell’Africa rischia di rimanere un’illusione”

7 Novembre Nov 2016 1130 07 novembre 2016
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Parla uno degli economisti più brillanti del continente africano. Dopo quattro anni trascorsi alla guida della Commissione economica per l'Africa, Carlos Lopes approda alla corte del Presidente del Rwanda, Paul Kagame, incaricato di proporre una riforma dell'Unione Africana. "Il dibattito tra 'Afro-ottimisti' e 'afro-pessimisti' è stato fuorviante e ci impedisce di guardare in faccia la realtà", assicura questa figura atipica del panorama intellettuale panafricano.

E’ considerato uno degli economisti africani più brillanti della sua generazione. Dotato di grande capacità manageriale, è riuscito a trasformare la Commissione economica dell'ONU per l’Africa (UNECA), un’istituzione vetusta e insignificante messa in piedi dalla Nazioni Unite, in un think tank rispettato da tutti. Dopo quattro anni passati a fustigare “afro-ottimisti” e “afro-pessimisti” per proporre una lettura misurata del boom economico africano, Carlos Lopes ha deciso di mettere il suo know-how al servizio del Presidente del Rwanda, Paul Kagame, incaricato dai suoi omologhi di proporre una riforme dell’Unione Africa. Vita lo ha incontrato a Bruxelles, durante il Rebranding Africa Forum, un evento che ogni anno riunisce imprenditori e decisori politici per promuovere l’industrializzazione del continente africano.

Lei fa parte di un “Dream Team” di esperti africani incaricati di gettare le basi di una proposta di riforma dell’Unione Africana. Come si cambia un’organizzazione così poco dinamica?

Negli ultimi anni si è riflettuto molto sulle capacità di finanziamento dell’Unione Africana e del suo funzionamento. Da queste riflessioni sono nate una serie di proposte mai attuate. Sarà nostro dovere elaborare una diagnosi molto approfondita sulle cause di questo fenomeno. Sullo sfondo, c’è un problema di narrazione. A furia di sostenere che l’Africa è un continente in piena crescita economica, c’è chi ha finito per negare i problemi strutturali che sussistono sul nostro continente. Il dibattito tra “Afro-ottimisti” e “afro-pessimisti” è stato fuorviante e ci impedisce di guardare in faccia la realtà.

Negli ultimi 15 anni, il Pil continentale è passato da 600 miliardi di dollari all’anno a 1.300 miliardi di dollari. Nessuno, ad eccezione della Cina trent’anni fa, è riuscito a compiere un tale sbalzo.

L’Africa è un continente che fa fatica a sfruttare in modo vincente il suo enorme potenziale economico. Perché?

La crescita economica africana è sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi 15 anni, il Pil continentale è passato da 600 miliardi di dollari all’anno a 1.300 miliardi di dollari. Nessuno, ad eccezione della Cina trent’anni fa, è riuscito a compiere un tale sbalzo. Pochi lo sanno, ma oggi l’Africa esporta prodotti manufatti per un valore complessivo pari a 500 miliardi di dollari. Dal Sudafrica sono esportate verso gli Stati Uniti delle Bmw interamente costruite in loco. La trasformazione industriale è quindi già una realtà. Purtroppo, se iniziamo a comparare il valore aggiunto industriale del nostro continente con il resto del mondo, allora sì l’Africa è in ritardo. Infatti, questo valore aggiunto non supera il 15%, mentre quello asiatico va oltre il 25%. Questo deficit è tanto più grave che l’Africa dispone di risorse naturali immense in grado di rafforzare considerevolmente il processo di industrializzazione.

Cambiare rotta è possibile?

Il paradosso dell’Africa può essere riassunto con due dati. Sui dieci paesi che nel mondo hanno segnato la più forte crescita economica degli ultimi anni, sei sono africani. E sui dieci paesi che registrano le più grandi disparità sociali, sei sono situati in Africa. Ma cambiare rotta è possibile. Tre sono le sfide da raccogliare: migliorare la governance politica ed economica; mettere in piedi regimi di tassazione efficienti che consentano agli Stati africani di favorire il welfare sociale; infine, passare da un’economia troppo legata al commercio estero e alla fluttuazione dei prezzi delle materie prime, all’istituzione di una zona di libero scambio su scala regionale e continentale che favorisca la domanda interna.

Sui dieci paesi che nel mondo hanno segnato la più forte crescita economica degli ultimi anni, sei sono africani. E sui dieci paesi che registrano le più grandi disparità sociali, sei sono situati in Africa. Ma cambiare rotta è possibile.

Quali le sue attese rispetto a COP22 che si terrà a Marrakech?

Purtroppo gli impegni presi a Parigi per lottare contro il cambiamento climatico non sono stati implementati, soprattutto sul piano finanziario. Chi ha promesso fondi deve mantenere la parola data. Non si può ogni volta fare un passo avanti per farne tre indietro. Questa è la sfida che ci spetta a COP22.

L’altro grande sfida riguarda le migrazioni, con i paesi dell’Ocse che sempre più integrano i costi dell’accoglienza dei rifugiati negli aiuti pubblici allo sviluppo. La preoccupazione delle Ong è condivisibile?

Totalmente. La tendenza a stornare gli aiuti per gestire la crisi dei rifugiati viene passata sotto silenzio perché non figura in modo chiaro nelle statistiche dell’Ocse. Ma è un problema molto serio che va affrontato, anche se molto sensibile sul piano politico.

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