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Povertà

Il costo dei rifugiati in Italia erode le risorse per la cooperazione

28 Novembre Nov 2016 1217 28 novembre 2016
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Un nuovo dossier di Openpolis e Oxfam fotografa l’impegno italiano su cooperazione allo sviluppo e lotta alla povertà. I costi per l’accoglienza dei rifugiati in Italia incidono pesantemente sui nostri aiuti che non raggiungono i poveri “a casa loro”

Quante sono le risorse che l’Italia e i paesi ricchi destinano alla cooperazione allo sviluppo? Le attività finanziate rispettano gli impegni assunti a livello internazionale e le priorità definite dalla programmazione triennale? È giusto dichiarare l’aumento dei fondi destinati all’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) anche se questi vengono impiegati per la gestione dei rifugiati in Italia, invece di raggiungere i paesi poveri?

Parte da qui, la fotografia scattata dal nuovo dossier Cooperazione Italia realizzato da Openpolis e Oxfam, pubblicato in occasione della seconda Conferenza internazionale sulla partnership globale per l’efficacia dello sviluppo che si aprirà oggi a Nairobi.

Il banco di prova del 2017: Italia quarto donatore tra i Paesi del G7
Nel 2015 il premier Matteo Renzi ha dichiarato che entro il 2017 l’Italia sarebbe diventato il quarto paese donatore del G7. Per raggiungere questo obiettivo però dovrebbe superare due paesi, Canada e Giappone. E anche ipotizzando che questi rimangano fermi e non aumentino i loro fondi, l’Italia dovrebbe raggiungere almeno lo 0,28% di APS rispetto al proprio reddito nazionale lordo entro l’anno prossimo, aumentando di ben 7 punti percentuali i propri fondi. Guardando le previsioni del disegno di legge di bilancio per il 2017, attualmente in discussione alle Camere, questo impegno sembra poter essere raggiunto. Ma cosa c’è dietro questo aumento consistente di risorse?

Una crescita di stanziamenti “gonfiata” dal costo dei rifugiati
Crescono gli stanziamenti in aiuto pubblico allo sviluppo, ma una parte sempre più consistente resta in Italia, per far fronte alla gestione e all’accoglienza dei migranti. Un quadro causato in gran parte dall’indifferenza dell’Europa nella gestione della crisi migratoria, che di fatto sottrae ai singoli paesi, in prima linea come l’Italia, sempre più risorse alla loro vera destinazione: la lotta alla povertà nei paesi di origine dei flussi. Se infatti nel 2010 il nostro paese impegnava per i rifugiati lo 0,10% di tutto l’aiuto pubblico allo sviluppo, sia bilaterale che multilaterale, questa quota è salita nel 2015 al 25,55%. Una vera e propria esplosione, che negli stanziamenti previsti nel disegno di legge di bilancio 2017 sembra crescere fino ad oltre il 40% dell’ammontare complessivo delle risorse.

«In un quadro di aiuti che aumentano, come nel caso italiano, non è ammissibile che l’incremento sia “gonfiato” dalle crescenti risorse destinate ad assorbire i costi dell’accoglienza», afferma Elisa Bacciotti, direttrice delle Campagne di Oxfam Italia, «Pur riconoscendo il ruolo fondamentale svolto dall’Italia e da pochi altri paesi positivamente impegnati in prima linea nelle attività di soccorso e accoglienza dei migranti, questa pratica di contabilizzazione rischia di deviare importanti risorse destinate alla lotta alla povertà e alle cause che sono alla radice dei fenomeni di migrazione nei paesi più poveri di origine dei flussi migratori. Questi costi, che è doveroso sostenere, dovrebbero essere al contrario coperti da altri capitoli di spesa, per questo è fondamentale che l’Italia, in seno al comitato per lo sviluppo dell’Ocse, sostenga una revisione delle regole di eleggibilità delle spese in cui ammettere come aiuto pubblico allo sviluppo solo quelle strettamente associabili all’aiuto umanitario e di prima emergenza»

La delega della gestione degli aiuti alle istituzioni internazionali
Nel 2015 l’Italia ha destinato 3 miliardi e 954 milioni in APS, ma nella ripartizione del budget totale tra canale multilaterale (ossia quello affidato a Ue e Onu) e quello bilaterale (affidato ai singoli paesi in via di sviluppo) è il primo ad assorbire la maggior parte delle risorse: in media infatti, negli ultimi 5 anni, al canale multilaterale è stato destinato il 67,16% delle risorse e al canale bilaterale solo il 32,84%. Un trend che seppur rappresenti una strada efficace per operare in modo coordinato sui grandi problemi e le emergenze del pianeta, rischia di diventare - come avvenuto in passato e come confermato dal disegno della legge di bilancio 2017 - un modo per abdicare all’esercizio delle proprie responsabilità tecniche e politiche di paese donatore, depotenziando così il sistema di cooperazione italiano. Scelta ancor meno giustificabile alla luce della recente legge della cooperazione, per cui è fondamentale assicurare piena operatività delle strutture previste e allocare risorse adeguate sulla cooperazione bilaterale.

Chi dona di più? Italia 21esima nella classifica mondiale, ma più generosa degli USA

In termini assoluti, nella classifica dei grandi paesi donatori, gli Stati Uniti sono il paese che ha devoluto la cifra più alta in aiuto pubblico allo sviluppo nel 2015 con 28 miliardi di euro, mentre l’Italia è solo dodicesima. Ma la classifica rischia di essere fuorviante. Andando infatti a guardare la percentuale di aiuto pubblico allo sviluppo rispetto al reddito nazionale lordo, si evidenzia l’effettiva consistenza dei fondi devoluti in cooperazione rispetto alla ricchezza nazionale. In questo modo gli Usa, con il loro 0,15% di APS/RNL, arrivano solo alla 22esima posizione, venendo scavalcati dall’Italia che si colloca invece al 21esimo posto con lo 0,21%. Una classifica, che vede solo 3 paesi superare l’1% di APS rispetto al proprio reddito nazionale lordo, cioè Svezia, Emirati Arabi Uniti e Norvegia.

Tra il dire e il fare
Ai 20 paesi definiti come prioritari nel documento di programmazione 2015-2017, lo scorso anno è stato destinato solo il 22,26% delle risorse a disposizione. Per contro ad alcuni paesi, come India, che non sono inseriti tra le priorità di intervento, vengono riservate quote consistenti. Ma soprattutto pesa moltissimo la cifra destinata a “paesi non specificati”, in cui rientrano le cifre per i rifugiati spese nei paesi donatori (come l’Italia). Situazione simile per gli ambiti tematici (es. in agricoltura, salute, istruzione) definiti come prioritari nelle linee di indirizzo ufficiali, a cui è andato in totale il 19,30% delle risorse.

Priorità Africa
Secondo quanto previsto dal disegno della legge di bilancio 2017 in discussione alle Camere, è previsto uno stanziamento di 200 milioni di euro per il fondo per l’Africa. Un atto in sé positivo, ma esemplificativo di un’allocazione episodica di risorse che, se non sostenuta nel tempo, contraddice i principi di efficacia dello sviluppo. Serve, invece, una continuità dell’impegno a condizione che le risorse siano effettivamente usate per interventi di cooperazione allo sviluppo.

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