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Riforma Terzo settore

Barbieri: «Precedenza al decreto sul codice civile»

2 Dicembre Dic 2016 1615 02 dicembre 2016
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Il portavoce del Forum del Terzo settore interviene dopo l'intervista al capo della direzione del Terzo settore al ministero del Welfare Alessandro Lombardi: «Non condivido la tempistica indicata dal Governo, in questo modo si rischia di creare incongruenze fra i decreti legislativi»

Dopo l’intervista ad Alessandro Lombardi, capo della direzione Terzo settore presso il ministero del Welfare che ha esplicitato passo dopo passo i tempi di scrittura dei decreti legislativi della riforma del Terzo settore e l’intervento del numero uno delle Pubbliche assistenze, Fabrizio Pregliasco, il portavoce del Forum del Terzo settore Pietro Barbieri attraverso Vita.it ha voluto manifestare alcune perplessità sulla tabella di marcia ministeriale.

Il Governo ha licenziato il decreto sul servizio civile, poi toccherà a quello sul Fondo per le associazioni e le rete, quindi quello sull’impresa sociale e infine il decreto di revisione del codice civile. Il tutto, assicurano dal ministero del Welfare, tenendo ben a mente la scadenza della delega del prossimo giugno. Cosa non la convince?
Non capiamo il modo con cui il Governo sta gestendo la produzione dei decreti. In linea teorica mi sembra che fosse ragionevole partire dal decreto sul codice civile, da cui discende tutto il resto: le reti, l’impresa sociale e così via. Invece vediamo che si è innescano un processo non chiarissimo.

A dire il vero, Lombardi sulla tempistica è stato molto chiaro…
Nel procedere in questo modo però si potranno generare dei nodi, che poi sarà difficile sciogliere.

Può fare qualche esempio?
Prendiamo il decreto reti e il riconoscimento delle reti di secondo livello. Nelle bozze che sono circolate per esempio si prevede che i network di secondo livello devono avere 500 sedi in Italia. Bisogna allora capire se questa è la norma delle norme che vale urbi et orbi in modo orizzontale per tutti gli ambiti e se così fosse, per esempio, nessuna rete di ong arriverebbe a quella soglia, così come tante altre reti del non profit. O se viceversa questa indicazione vale solo per l’accesso ai 20 milioni del prossimo bando associazioni o per la partecipazione al Consiglio del Terzo settore. Nel primo caso il rischio mi sembra che correremmo un rischio molto alto, perché diventerebbe un benchmark che escluderebbe molte realtà.

L'impresa sociale non ci fa paura di per sè. Però occore stare ben attenti a cosa mettiamo nel titolo I e cosa nel titolo V del codice civile

Però sta parlando di bozze, non di un testo approvato in Consiglio die ministri…
Sì è vero, ma danno l’idea di un metodo che mi sembra sbagliato. Per costruire una casa si parte dalle fondamenta, non dalle finestre. Quindi prima occorre intendersi sul perimetro del Terzo settore e sulle norme civilistiche. Anche perché altrimenti si corre il rischio che alcune norme a cui è stata data la precedenza, penso al decreto relativo all’impresa sociale per fare un altro esempio, possano poi cadere in contraddizione con quanto previsto dal nuovo codice civile sul Terzo settore. Per dirla in due parole: prima dobbiamo decidere quali sono le organizzazioni del Terzo settore e poi regolamentarle su quelle basi.

Dal suo punto di vista quale dovrebbe essere il collante?
Io penso che a tenere insieme questa galassia debba essere l’impegno civico dei cittadini, sia che si concretizzi in attività di volontariato, sia in attività produttive e di crescita professionale.

In alcune occasioni siete sembrati spaventati dall’idea di un rilancio dell’impresa sociale. È così?
No, non direi. Bisogna però stare attenti. Per esempio a collocare le attività economiche di alcune realtà, come quelle di associazioni di promozione sociale o organizzazioni di volontariato, automaticamente nel recinto delle imprese sociali o nel libro V del codice solo per il fatto di sostentarsi anche attraverso attività commerciali.

Può fare un esempio concreto?
Una friggitoria tradizionale e una friggitoria che impiega ragazzi con la sindrome di down sono la stessa cosa? Le collochiamo nello stesso scompartimento civilistico? Sono domande preliminari che non trovano risposta in assenza di una riforma del codice civile.

A dire il vero mi pare chiaro da come è stata scritta la delega che la prima friggitoria appartiene al campo dell’impresa profit e la seconda di quella non profit. Mi sembra abbastanza naturale la distinzione…
Può darsi, però sarebbe necessario avere tutto il quadro, altrimenti andiamo solo per ipotesi su una varietà molto larga di attività commerciali o paracommerciali. Torno al punto. Il passaggio preliminare deve essere il nuovo testo del codice civile.

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