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Disabilità

Quanta paura fanno ancora i disturbi del comportamento

2 Dicembre Dic 2016 1626 02 dicembre 2016
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Negli ultimi 4 anni al Serafico di Assisi si è assistito ad una crescita del 60% di persone con disabilità che presentano disturbi del comportamento. «Arrivano sempre più persone con disabilità psicofisiche lievi ma con gravi disturbi comportamentali, che sono il primo fattore di esclusione sociale e quello che determina la richiesta di istituzionalizzazione»

Più del cancro e del diabete: entro il 2020, i disturbi dell’umore diventeranno la seconda malattia più diffusa al mondo, dopo le patologie cardiovascolari. Il campanello d’allarme, lanciato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), preoccupa non poco il mondo della disabilità, dove già ora i disturbi della sfera mentale hanno un’incidenza da 5 a 7 volte superiore rispetto alla popolazione generale. Anche perché «i disturbi del comportamento, della condotta e del controllo degli impulsi nelle forme più rilevanti, diventano spesso il primo fattore di esclusione sociale e quello che determina la richiesta di istituzionalizzazione», dichiara Francesca Di Maolo, Presidente del Serafico di Assisi. Questi disturbi rappresentano una delle nuove emergenze sanitarie e socio-relazionali e una sfida nell’ambito della ricerca scientifica: secondo l’Unità di valutazione diagnostica funzionale del Serafico, negli ultimi 4 anni si è assistito ad una crescita del 60% di questi casi. «Se nel 2013 il 17% delle persone valutate presso i nostri ambulatori presentavano nella loro storia clinica disturbi del comportamento e della condotta, nel 2016 (al 31 ottobre) la percentuale è salita al 42%», dichiara Sandro Elisei, Direttore Sanitario del Serafico.

Oltre alle depressione, secondo l’Oms sono in aumento anche altri disturbi: d’ansia, del comportamento alimentare, dello spettro schizofrenico, correlati ad eventi traumatici, per non parlare delle diverse forme di dipendenze. Questi dati risultano ancora più drammatici se rapportati a persone con disabilità: «Nei gradi intermedi di ritardo mentale, i ragazzi disabili hanno la capacità, seppur ridotta, di decodificare questo contesto. Hanno inoltre una parziale consapevolezza della propria condizione deficitaria, che concorre ad attivare manifestazioni di rabbia e di aggressività», spiega Sandro Elisei. E se al Serafico arrivano sempre più persone con disabilità psicofisiche lievi ma con gravi disturbi comportamentali, forse è anche un riflesso dell’attuale cultura dello scarto. Dobbiamo ammetterlo: l’umanità è in crisi», conclude Elisei.

Nelle persone con disabilità multiple poi l'adattamento sociale è spesso compromesso, così che l'unica modalità con la quale queste persone riescono a dimostrare la propria protesta è quella di compiere atti aggressivi, che agli occhi degli altri risultano il più delle volte inspiegabili e sproporzionati. «Spetta a noi saper ascoltare e decodificare le loro richieste e i loro bisogni», dichiara un’operatrice del Serafico: «gridare o sporcare per terra può essere la risposta rabbiosa ad una mancanza di affetto».

Al Serafico di Assisi, il limite è visto come un valore e non come motivo di stigma: «Il limite non deve essere visto come un deficit rispetto ad una aspettativa che la società vuole sempre al massimo. La vita è fatta di situazioni che vanno accettate», osserva Francesca Di Maolo, Presidente del Serafico. Ecco, dunque, che gli obiettivi da raggiungere, e quindi i propri limiti, non possono essere imposti in base a criteri esterni oggettivi, ma bensì in base alla personalità e alle capacità dell’individuo; al Serafico, ogni ragazzo ha un Progetto Riabilitativo Individuale, definito da un’équipe multidisciplinare di alta specializzazione e ogni attività è finalizzata a portare l’individuo a vivere una vita piena. Per questo il Serafico non è un luogo di sofferenza, i ragazzi non conoscono la rassegnazione e ogni loro progresso, ogni autonomia conquistata, anche se piccola, è un inno alla vita. Perché anche l’ambiente e le relazioni curano.