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Crisi di Governo

Becchetti: «Renzi e il referendum come Wallace e il suo dribbling»

5 Dicembre Dic 2016 1218 05 dicembre 2016
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Per l’economista romano le dimissioni sono l’esito «di un eccesso di confidenza di un giovane pieno di energia». Il più grande errore? «Puntare tutto sui vincenti e dimenticare, con scarsa empatia, gli ultimi. Che sono però anche gli elettori più numerosi»

Colpa del Sud, colpa del quesito unico, colpa della rete. Il day after un referendum che ha visto vincere il No di venti punti e le conseguenti dimissioni del premier Matteo Renzi, che ha aperto così la crisi di governo, è dedicato quasi interamente a capire come sia maturata questa sconfitta così inequivocabile. Per Leonardo Becchetti, professore all'Università di Roma Tor Vergata, la responsabilità è di una sola persona, Matteo Renzi.


In cosa ha sbagliato il Premier?
Nel portare il Paese a questo Referendum, e in questa modalità. La scelta di Renzi è come il dribbling di Wallace di ieri. Un giovane pieno di energie che cade in un eccesso di confidenza. Renzi è inciampato su questo. Con la scelta di portare il Paese ad uno scontro su un tema così delicato si è messo da solo sul patibolo.

Dunque il referendum in sé è stata una scelta sbagliata?
Un referendum posto in questi termini e in questo clima. Ieri era come stare al ristorante e trovarsi davanti a due menù troppo ricchi. E se ci sono cose che piacciono sia da una parte che dall’altra si fa fatica a scegliere. Sono le situazioni in cui a fare la differenza sono le cose che non piacciono.

Bè anche il prezzo dei menù avrebbe dovuto avere un peso nella scelta. Era prevedibile che l’esito di un No vincente era una crisi di governo…
Certo, ma anche questo è un errore di Renzi. Ha costretto le persone a scegliere in base alle conseguenze a breve termine rispetto ad un tema che invece avrebbe avuto conseguenze a lunghissimo termine.

Le persone comunque hanno scelto il menù del No. Come se lo spiega?
Perché Renzi ha, anche giustamente, puntato sui vincenti. Cercando di scuotere il Paese ha provato a narrare un Italia che si riprende e riparte. Solo che nel farlo gli è totalmente mancata l’empatia con gli ultimi, con i meno performanti. Che però sono anche la maggioranza degli elettori. Basti pensare ai dati del sud.

Non è stato abbastanza di sinistra?
Dal punto di vista della comunicazione no. La sinistra per essere tale deve dare risposte ai più deboli. Questo governo in questo senso ha in realtà fatto tante cose interessanti. Penso alla legge anti spreco, la legge sui piccoli comuni, l’eco bonus, la riforma del Terzo Settore, la legge sul Dopo Di Noi. Sono tutte cose molto positive e che incidono sulla vita delle persone. Eppure la sua immagine, o meglio l’immagine che ha voluto dare di sé e del suo Governo, non corrisponde minimamente con quello che ha fatto tecnicamente. E questo è colpa è di una narrazione precisa che si è voluto scegliere.

La domanda che tutti si fanno è: e adesso?
Il Paese va avanti anche al di là dei conflitti politici. Una cosa che risulta evidente è che le idee buone vanno avanti nonostante tutto. Ci sono pratiche territoriali che vengono apprezzate e approvate da tutti. Penso ad esempio al Bes. Un leader di Governo deve cercare idee e soluzioni che non dividano. Anche su questo Renzi ha sbagliato.

Che tipo di Governo immagina domani?
Spero in un Paese maturo dove il conflitto politico non superi i livelli di guardia e il Parlamento si ponga il problema di far ripartite l’Italia. Noi che non abbiamo una maglia di parte speriamo subito nella governabilità e che non ci sia una campagna elettorale di un anno per cui si ferma tutto. Si guardi alla Germania e alla grosse koalition con cui governa Merkel. Un esempio di unità nazionale vera, senza governicchi.

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