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Terremoto

La mia settimana da volontario a Norcia

6 Dicembre Dic 2016 1431 06 dicembre 2016
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Il racconto del volontario Anpas Leonardo Ulivieri che ha lavorato una settimana nel campo per gli sfollati gestito dalle pubbliche assistenze nella città umbra

Sono partito da Pisa alla volta di Norcia, per prestare servizio nel sesto contingente del campo base Anpas. Era dal 2009, dal terremoto dell’Aquila, che non mi confrontavo con queste realtà, e nulla è cambiato quando, avvicinandomi con la macchina alla zona di Norcia, ho iniziato a vedere sempre più auto delle forze dell’ordine, sempre più mezzi dei vigili del fuoco.

Da Spoleto, prendo le indicazioni per Norcia, sono fortunato, la strada che mi avevano detto essere chiusa, la SR320, è stata aperta proprio oggi. Proseguo seguendo un camion dei vigili del fuoco, di sicuro va dove vado io. Per la strada vedo che le scosse hanno causato molti distacchi di pietrame dalle pareti rocciose, alcuni sassi più piccoli sono ai bordi della strada, le reti di contenimento in basso sono colme di detriti più grandi.

Poche case lungo la strada, tutte chiuse o apparentemente disabitate, ma non si vedono molti danni. Poi un semaforo, un doppio senso alternato perché la strada è stata ridotta di corsia e una protezione previene eventuali conseguenze di una casa, posizionata poco più sopra della sede stradale. Passo la strettoia, subito dietro, un commerciante espone su un banchetto improvvisato lungo la strada dei formaggi e dei salumi, alzo lo sguardo e i contorni di Norcia appaiono davanti a me. Alcune autogru si stagliano sopra l’abitato, mi avvicino e vedo un presidio di tende e sale operative mobili in un parcheggio su una curva. Il navigatore mi fa andare oltre, il campo Anpas è più avanti, all’inizio di via Circonvallazione.

Si cominciano a vedere i danni e intuire la realtà di quel che c’è dentro le mura. Le lesioni alla cinta muraria sono evidenti, al primo incrocio proseguo lungo le mura e vedo alcuni mezzi Anpas: sono arrivato.

Leonardo Ulivieri, volontario Anpas - Foto da Twitter

Il campo è situato nell’ex circolo del tennis, occupa tutto lo spazio che doveva essere il parcheggio, subito si intravedono gli elementi che ti fanno ricordare che quella situazione la conosci, la tensostruttura della sala mensa, la cucina montata sul rimorchio del camion, le tende, il container della segreteria. Tiro fuori dalla tasca la mia scheda di registrazione, mi affaccio alla segreteria e mi registrano. Tutto a posto, sono nel posto giusto e posso iniziare la mia settimana.

Al campo, il compito principale dei volontari è quello di preparare da mangiare: circa 350 pasti a pranzo, altrettanti a cena più la colazione alla mattina. Non c’è popolazione residente, ci sono alcune tende, poco lontano, nell’ex pista di pattinaggio, li, mi dicono i volontari del contingente prima del mio, ci sono molti residenti. Questa cosa mi suona strana, non sono abituato, a L’Aquila, eravamo tutti insieme nel solito campo. Pian piano arrivano tutti i volontari del mio contingente, siamo in 25, fino a sabato prossimo saranno i miei compagni di avventura. Ne conosco già solo uno, anche lui toscano come me.

I volontari che arrivano al campo, arrivano già con una funzione assegnata. Spesso sono le professioni, l’esperienza e la formazione che ognuno si porta dietro a stabilire la partenza dei volontari. Ci sono cuochi, elettricisti, idraulici, ma anche chi da una mano in cucina, in sala mensa e chi si occupa di logistica.

Ambientarsi in queste situazioni è meno difficile di quanto possa sembrare, ognuno inizia subito a svolgere la propria mansione, c’è da far presto, sono quasi le dieci di mattina e tra meno di due ora c’è da servire il pranzo. Per fortuna che il gruppo della cucina che ha lasciato il campo aveva già iniziato a preparare quanto necessario. Gli addetti alla sala iniziano a preparare le posate, portano le bottiglie di acqua ai tavoli, il sale e l’olio. In cucina è tutto un fermento c’è da mettere a tavola trecento persone che si presenteranno in poco più di un’ora. Ma non è tutto qui, l’elettricista inizia a studiare l’impianto del campo. Si tratta di un modulo già predisposto, con colonnine di derivazione già pronte, da collegare al quadro principale, ma bisogna essere pronti a ripristinare il servizio immediatamente dopo ogni imprevisto o guasto. Anche l’idraulico ha un ruolo importante, sia che si tratti della cucina sia dei bagni e delle docce: non deve mancare l’acqua calda e tutto deve essere funzionante. Il Responsabile del magazzino riscontra il materiale lasciato in consegna nei container dal predecessore: sarà lui a rivolgersi alla segreteria per richiedere ciò che manca.

Dalla segreteria iniziano i contatti con il COC - Centro Operativo Comunale e, essendo in Umbria, anche con il COAR – Centro Operativo Avanzato Regionale. Gli uffici comunali e i centri operativi sono in un posto che conosco già, quel parcheggio sulla curva che avevo visto appena entrato a Norcia. Inizia anche il contatto con i fornitori, dal magazzino e dalla cucina si comincia a pensare anche al domani e non c’e tempo da perdere per richiedere quanto necessario.

Nel campo abbiamo anche una psicologa, anche lei volontaria, anche lei una di noi. Il suo ruolo è quello di coadiuvare i servizi sociali locali nel parlare con chi fa loro richiesta di aiuto per superare quello che hanno vissuto. Qui, in tanti, il terremoto non lo chiamano con il suo nome, lo chiamano “il mostro”. Quando non è fuori siede in sala mensa, vicino alle persone che guardano la televisione.

Passa il pranzo, pochi minuti di pausa e subito i volontari si riattivano per la cena. Comincia a scendere il sole, comincia a fare veramente freddo, l’aria in sala mensa è stemperata da un riscaldatore di aria a gasolio per cui i logisti non perdono tempo a rifornire e fare nuovamente scorta di carburante. Li vedo che si affrettano, caricano le taniche per andare a far rifornimento. Nelle tende ci sono delle stufette elettriche, le brande e tante coperte. Ognuno di noi ha il suo sacco a pelo, speriamo basti per alleviare il freddo pungente. È già ora di cena. Alla fine qualcuno si attarda alla televisione, posta vicino alla bocchetta del riscaldatore. I volontari cenano, poi qualcuno si avvicina alla televisione.

Si è fatto tardi, è ora di andare a letto. La mattina la sveglia suona presto al campo Anpas di Norcia per iniziare un altro giorno, uguale nei gesti e nelle cose da fare ma sempre diverso nelle cose da fare. C’è da preparare la colazione e via di nuovo a preparare il pranzo, fare ordini e gestire imprevisti.

Ed è così che è passata una settimana, di certo non ci siamo annoiati. Lo ammetto, è stato un lavoro duro, più duro del previsto, perché chi viene qui da noi non lo fa per il clamore, anzi è molto restio ad ammettere che il suo ruolo qui, pur essendo una goccia nel mare, è importantissimo. È importante per il bambino che ti aspetta in sala mensa e ti chiama per nome, importante per la persona anziana, magari sola che passa le sue giornate di fronte alla televisione del campo perché ha perso tutto, è importante perché noi siamo qui con il cuore e lavoriamo, lavoriamo a testa bassa, senza chiedere niente. Ma a tutto questo va dato il giusto valore, che va oltre a ciò che ognuno di noi si porta dietro, ed è la forza del nostro movimento, fatto di persone che si presentano qui perché ci credono, che pur di essere qui hanno preso le ferie, che sono qui nonostante siano a loro volta stati colpiti da un sisma e non abbiano la loro casa.

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