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Economia

Cooperative di comunità: opportunità per le generazioni, sfida per il Paese

12 Dicembre Dic 2016 1148 12 dicembre 2016
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La cooperazione di comunità, anche solo per l’essere sognata e pensata, agita nei suoi primi passi, restituisce ai territori e all’intero Paese un capitale sociale e una intraprendenza che credevamo perduti. Una vera e propria infrastruttura, profonda e decisiva. Ascoltarne i progetti, condividerne il sogno, accompagnarne realizzazioni iniziali, parziali, anche approssimative, tiene vivo questo patrimonio distintivo. È necessario alla nostra competitività, forse addirittura alla nostra sopravvivenza, in tutto il territorio

Salendo una parete difficile, in montagna, nei passaggi più delicati e impervi, quando l’obiettivo della vetta sembra compromesso o temi addirittura per la vita, tutta la speranza, inaspettatamente, si aggrappa all’unico appiglio che la tua mano potrà raggiungere sostenendo il tuo peso e riprendere per un altro tratto. Che sia uno sperone di roccia o un vecchio chiodo, tutto il tuo percorso, il tuo sogno, sarà appeso a quell’aggancio, ne prenderà la forma, ne ricorderà i colori e gli odori. Tutta la tua forza sarà nel raggiungerlo e usarlo come leva sopra di te.

La cooperazione di comunità, per gli abitanti di contesti impoveriti, che siano rurali o urbani poco importa, è quella roccia, quel chiodo.

Cooperazione di comunità: vera infrastruttura per il Paese

Hanno certamente ragione coloro che ne chiedono la giusta sobrietà, addirittura il ridimensionamento in altre categorie. Coloro che la vorrebbero precisa e inappuntabile nelle norme, nell’organizzazione, nella sua pianificazione. Ci chiedono che siano certe di farcela e non preludano fallimenti. Hanno ragione, ma non la otterranno facilmente. Gli abitanti e le comunità aggrappate a questa speranza continueranno a cercarla e la faranno, come si fa da queste parti, molto più di pensarla o misurarla. Tutto sommato, ascoltate le storie, conosciuti i loro protagonisti per nome e cognome, è questa la più grande e importante scoperta che i progetti di cooperazione comunitaria ci svelano: la determinazione, la tenacia, il coraggio di abitanti di questi territori, sopra ogni ragionevolezza, nel resistere e ricostruire proprio lì identità e possibilità di vita. La cooperazione di comunità, anche solo per l’essere sognata e pensata, agita nei suoi primi passi, restituisce ai territori e all’intero Paese un capitale sociale e una intraprendenza che credevamo perduti. Una vera e propria infrastruttura, profonda e decisiva. Ascoltarne i progetti, condividerne il sogno, accompagnarne realizzazioni iniziali, parziali, anche approssimative, tiene vivo questo patrimonio distintivo. È necessario alla nostra competitività, forse addirittura alla nostra sopravvivenza, in tutto il territorio.

Titoli di vita

Da qui al secondo insegnamento tratto da queste letture. Seppur narrativo e apparentemente scomposto, questo fenomeno indica politiche ed economie ordinabili in una visione omogenea di sviluppo e scalabili in pianificazioni più generali. La cooperazione comunitaria è lente, laboratorio e, per sua parte, strumento delle economie generabili, anche in altra forma, in contesti a bassa densità di risorse e meno accessibili fisicamente (nelle montagne) o istituzionalmente (nelle città).

Si tratta di economie che la finanza e la pubblicistica più correnti non intercettavano facilmente e più semplicemente catalogate fra quelle marginali: imprese, più spesso ancora individuali, che chiedono e ottengono investimenti e remunerazioni (tempo, competenza, denaro,..) in titoli di vita su quegli stessi territori.

Economie e imprese non credibili se non generate da un bisogno di abitazione ed efficaci nel soddisfarlo ed estenderlo. Un indicatore, un tasso di remunerazione, non verificabile con un algoritmo, ma da piattaforme condivise e fisiche di racconto e scambio. Questa economia non è più solo testimoniale e di provocazione, perché riscontrabile come pratica diffusa ed efficace di innovazione. Non più di resistenza, perché anche leva di attrattività e ritorno, andrebbe sostenuta come politica industriale 4.0 dei territori meno accessibili.

Pratiche di cittadinanza attiva

A un terzo sguardo, la cooperazione comunitaria ci rivela la sua natura politica e istituzionale. Ciò che porta alla luce restituisce meccanismi e chances di cittadinanza ed equità. Nulla di nuovo di fronte all’esercizio responsabile di libertà volontarie di associazione e di iniziativa economica che guardano alla funzione sociale. Un approccio e una responsabilità che singoli imprenditori e la cooperazione si sono già storicamente assunti.

Ma qui questa funzione prende il nome di strade e dipiazze, delle storie che hanno raccontato, vuole luoghi nei quali riconoscersi. Non più sociale ma di luogo e comunitaria, riattiva risorse dormienti in processi di coproduzione e allarga l’area dei beni comuni. Cambia tutto e inizia il percorso, quando viene compreso e agito che in questi contesti l’attività imprenditoriale e quella proprietaria, anche se individuali nella titolarità, sono comuni per il valore che generano e per la stretta interdipendenza di chi le possiede.

Etica pratica dell'abitare

L’abitazione è la condizione di riconoscimento, quella che consente ai cooperatori comunitari di prendere la parola in una conversazione che rimette in gioco come comune ciò che la gente ha, ciò che sa fare, ciò che conosce. Potremmo affermare che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro abitante e reintendere l’abitare come centro di diritti e doveri fondanti nuovi patti volontari territoriali.

Torniamo quindi così, con le giuste chiavi istituzionali perché profondamente culturali, allo sguardo economico. Ai rapporti di valore nuovamente possibili nella zona d’ombra comunitaria dove nuove forme di vita si generano dalla conversazione fra detentori (vecchi) degli asset materiali e immateriali e (nuovi) potenziali fruitori.

Il bosco, l’acqua, il paesaggio, il pascolo, il forno, la canonica così come la bottega artigiana, il vecchio teatro, una fabbrica delocalizzata, una piazza dimenticata tornano a generare valore per la disponibilità, l’azione, il bisogno e il beneficio di proprietari e abitanti. Vecchi, nuovi, ritornanti o alieni che tornano a riconoscere insieme il valore d’uso locale e intergenerazionale di quei beni e la loro fruibilità diventa la misura della cittadinanza possibile in quella porzione di territorio.

Le comunità volontarie intraprendenti e cooperative rompono lo specchio che i sistemi di produzioneglobali, big finance e big data, hanno posto a lungo di fronte a loro, obbligandole ad un ruolo passivo di accumulazione e consumo di per sé improduttivo. L’avvento dello sharing, che intendeva oltrepassare quella barriera, seppur su base individuale e collaborativa, è stato tanto interessante quanto velocemente normalizzato.

Comunità di destino

Le comunità di destino che cooperano ai fini su scala locale, diversamente dalle piattaforme di collaborazione temporanea sui mezzi, interpellano efficacemente asset materiali e immateriali dormienti, ad alto valore d’uso e non interessanti per scalateindustriali, rendendoli nuovamente produttivi di obiettivi comuni partecipabili. La chiave innovativa non è nella gestione di risorse collettive già note ma nella produzione fruibile e partecipabile di nuovi beni comuni.

Rispetto a questi esiti, il fenomeno della cooperazione comunitaria non induce un modello e non consiglia una norma. E’ piattaforma, rete, incubatore, agente, attivatore di gesti e imprese tutti volti alla tenuta e allo sviluppo di abitabilità dei territori ma in forme e con iniziative diverse e difficilmente tipizzabili. Nemmeno la cooperativa di comunità potrebbe ambire a contenerle. E’ il gesto dell’intraprendenza comunitaria quello che va riconosciuto ovunque si presenta e sviluppa i suoi obiettivi.

Queste nuove forme di vita chiedono rispetto e sostegno non solo per i geni di sostenibilità, libertà e democrazia che conservano per coloro che le vivono. Costruiscono molecole di riparo e futuro su questi principi, proprio in questo tempo di transizione, per tutti e tutto il Paese.

Abbiamo detto più sopra queste esperienze lenti (di ingrandimento), preziose nell’evidenziare ciò che occorre anche più praticamente e secondo un piano. Il cambio di paradigma è davvero paradossale: politiche territoriali di area vasta disseminanti e dispersive;infrastrutturazione sociale insieme a quella fisica (conversazione, community building, rammendo, patto); impresa e multifunzionalità come politiche pubbliche e chiavi di specializzazione da indurre e sostenere; focalizzazione sul valore d’uso comunitario e di luogo delle tecnologie. Il risultato atteso l’attrattività centrifuga dei luoghi, da destino necessario a destinazione possibile, migrazione culturale.

Giovanni Teneggi è Direttore di Confcooperative di Reggio Emilia

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