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Immigrazione

L'Europa che non vuole più accogliere

16 Dicembre Dic 2016 1457 16 dicembre 2016
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Amare le riflessioni di Christopher Hein, portavoce del Consiglio italiano per i Rifugiati (CIR), dopo il Consiglio europeo del 15 dicembre

Il Consiglio europeo del 15 dicembre lascia sul tappeto tutti problemi che esistono oggi in Europa per la protezione dei rifugiati e la gestione delle migrazioni. Non si parla dei 4.700 morti nel Mediterraneo di questo anno, non si parla della disastrosa situazione di migliaia di rifugiati detenuti nelle isole greche, non si parla del numero senza precedenti di arrivi via mare in Italia né del fallimento del piano di ricollocamento in altri Stati dell’Unione di richiedenti asilo dall’Italia e dalla Grecia. Le conclusioni del summit europeo sono incentrate sulle politiche per chiudere ulteriormente le frontiere, per trasferire la questione dei rifugiati in Turchia e in Africa, per rimpatriare i migranti e rifugiati presenti in Libia, per rafforzare la collaborazione con la guardia costiera libica, la stessa che in un rapporto dell’ONU pubblicato il 13 dicembre viene pesantemente accusata di violazioni di diritti umani, di stupri e di collusione con i trafficanti di persone. «Non avevamo molta speranza che questo ultimo Consiglio sotto la presidenza slovacca avrebbe preso decisioni per una maggiore protezione dei rifugiati in Europa né che avrebbe espresso una maggiore solidarietà con l’Italia», dichiara Christopher Hein, portavoce del Consiglio italiano per i Rifugiati (CIR), «ma non ci aspettavamo neanche questa totale dicotomia tra la gestione del fenomeno migratorio e i valori fondamentali dell’Unione. Non ci aspettavamo che l’Italia, l’unico paese del continente dove si verifica un costante aumento degli arrivi e del numero di richiedenti asilo e che ormai dà accoglienza a 180.000 persone che cercano un posto sicuro, non venisse nemmeno menzionato nel documento conclusivo».

Alla vigilia del summit, il 13 dicembre, tutte le maggiori organizzazioni umanitarie in Europa si erano appellate alla conferenza dei capi di Stato e di Governo dell’Unione affinché il diritto d’asilo e il principio di solidarietà fossero mantenuti e misure concrete intraprese per ridurre le sofferenze che oggi le persone fuggite da persecuzioni e guerre nei loro paesi devono subire in Europa. Ma dobbiamo constatare oggi, due giorni dopo, che come tutta risposta dai governi la parola “accoglienza” viene sostituita da “respingimento” e “scoraggiamento”. Le immagini drammatiche da Aleppo in questi giorni, la fuga disperata dalla città siriana bombardata e violentata non hanno intaccato la convinzione di chi a Bruxelles e nelle capitali degli Stati membri ha deciso che i rifugiati devono stare a casa loro e che comunque non devono venire da noi.

Decisivi per il futuro del diritto d’asilo in Europa saranno i prossimi 6 mesi, periodo in cui secondo le decisioni prese si dovrà concludere, sotto la presidenza maltese, la riforma del sistema “Dublino” nonché delle normative sull’accoglienza dei richiedenti asilo, sulla procedura e sui diritti dei rifugiati riconosciuti: «Possiamo solo augurarci che l’Italia alzi la voce, non solo per rivendicare maggiore solidarietà da parte degli altri Stati ma innanzitutto per esigere maggiore solidarietà con chi arriva in Europa in cerca di un rifugio», conclude Hein.

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