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Se la malattia ti fa povero: in Italia 300mila "disoccupati da cancro"

16 Dicembre Dic 2016 1028 16 dicembre 2016
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Secondo un'indagine Favo-Censis, nel nostro Paese 274.000 persone siano state licenziate, costrette alle dimissioni, oppure a cessare la propria attività a seguito delle conseguenze della diagnosi di tumore. Una malattia sicuramente impegnativa, che però non deve comportare per forza l'esclusione dal mondo produttivo. Importante la figura del disability manager

In Italia nel 2015 un paziente oncologico su tre, pari a un milione di persone, ha affrontato il cancro in età lavorativa. Cittadini che, oltre all’impatto della diagnosi, sono spesso costretti a subire l’esclusione dal mondo del lavoro e di conseguenza affrontare lo spettro della povertà. Secondo un’indagine condotta dalla Federazione italiana delle Associazioni Volontariato in Oncologia (FAVO) e dal Censis, nel nostro Paese 274.000 persone siano state licenziate, costrette alle dimissioni, oppure a cessare la propria attività a seguito delle conseguenze della diagnosi di tumore.

Non solo. Il numero delle persone con una diagnosi di tumore (recente o passata) continua a crescere: erano 2.600.000 nel 2010, oltre 3 milioni nel 2015 (di cui uno su 4 può considerarsi guarito). I numeri sono stati diffusi nel corso dell’incontro-dibattito sul tema: “L'inclusione dei malati di cancro nel mondo produttivo: utopia o realtà?” organizzato alla Camera dei deputati da FAVO insieme all’Intergruppo parlamentare delle malattie rare, con il supporto non condizionante di Novartis. «Il cancro non è una patologia che colpisce solo chi è avanti con l'età: sono 1 milione le persone in età lavorativa con diagnosi di cancro, pari a circa il 30% di tutti i casi prevalenti», dichiara Elisabetta Iannelli, segretario generale della Favo. «Nel 2015 oltre 300 dei 1000 nuovi casi di tumore al giorno in Italia sono stati diagnosticati a lavoratori. L’Airtum ha stimato 130.000 nuovi casi tra 15-64 anni, pari ad un terzo di tutte le nuove diagnosi, di cui oltre 70mila sono donne in età attiva. L'inclusione lavorativa dei malati oncologici è pertanto un investimento sociale ed economicamente produttivo, un valore anche in termini di professionalità che va tutelato».

L'indagine Favocensis ha rivelato che il 78% dei malati oncologici ha subito un cambiamento nel lavoro in seguito alla diagnosi: il 36,8% ha dovuto fare assenze, il 20,5% è stato costretto a lasciare l’impiego e il 10,2% si è dimesso o ha cessato l’attività (in caso di lavoratore autonomo). L’Ing. Alberto Cerretti, lavoratore subordinato con esperienza di malattia, al simposio ha raccontato come malato oncologico, ancora oggi, incontri notevoli difficoltà nel rientrare o nel permanere con piena dignità nel mondo produttivo. «Anche nelle aziende di grandi dimensioni spesso accade che le esigenze del malato oncologico, soggetto fragile dal punto di vista fisico e psicologico, non siano accolte e gestite adeguatamente anche per mancanza di percorsi di tutela ad hoc». Percorsi che potrebbero essere implementati anche da noi, come già accade in altri paesi grazie alla presenza di una figura specifica, il disability manager, il cui obiettivo è «quello di ridurre l’impatto della disabilità sui luoghi di lavoro, intesa nella maniera più ampia», ha spiegato il professor Giuseppe La Torre dell’Università La Sapienza di Roma. «Sviluppato in ambito anglosassone e nord-americano, il disability management viene messo in pratica in diversi contesti europei, in particolare nelle multinazionali, ma in Italia esiste solo in pochissime grandi realtà aziendali».

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