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Migranti

Quel profugo suicida nel Canal Grande che interroga le nostre coscienze

26 Gennaio Gen 2017 1050 26 gennaio 2017
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A Venezia un giovane gambiano si è buttato nel Canal Grande dalla banchina all’altezza del ponte degli Scalzi morendo annegato. La scena è stata ripresa da diversi smartphone che hanno documentato l'accaduto

«Venezia è un imbroglio che riempie la testa soltanto di fatalità: del resto del mondo non sai più una sega, Venezia è la gente che se ne frega!» Così narra la “Venezia” di Francesco Guccini e questa strofa riassume fedelmente quanto riportato dalle cronache di ieri sulla vicenda del giovane migrante suicida nel Canal Grande.

Un episodio triste, consumato tra la curiosità della gente, che si aggiunge alle altre, troppe, orrende vicende che hanno caratterizzato questo primo scorcio del 2017.

Pateh Sabally era un giovane migrante proveniente da Gambia, sopravvissuto alla traversata nel Mediterraneo, approdato in Sicilia e poi morto suicida a Venezia.

Una morte, per annegamento, plateale quanto orrenda, ripresa per tutta la durata della sua agonia da decine e decine di smartphone, prontamente postata sui social e diventata virale in un batter d’occhio. Dai vaporetti sono stati gettati in direzione del suicida alcuni salvagenti, si levavano urla, nessuno si è tuffato in aiuto. La polemica al riguardo incalza ma sarebbe interessante vedere se coloro che la stanno alimentando si sarebbero tuffati nelle gelide acque del Canal Grande.

Chissà se Pateh non ha voluto o non è riuscito ad aggrapparsi a quei salvagenti, chissà sei il motivo del suo gesto suicida è da ricercare nell’imminente revoca del suo permesso di soggiorno per fini umanitari, chissà se si tratta davvero di suicidio.

La domanda da porsi, che sta alla base di quanto successo, è un’altra: perché un giovane decide di lasciare il proprio paese, affidarsi a scafisti spietati, sfidare le acque del Mediterraneo e venire (a morire) in Italia. La prima risposta è che i molti Pateh non hanno scelto di abbandonare la propria terra, ma sono stati costretti.

Tanto per rimanere in tema, guardate cosa è successo in Gambia, da dove proveniva il povero Pateh. In questa piccola porzione di Africa occidentale il dittatore Yahya Jameh, dopo ventidue lunghi anni di potere e nonostante le elezioni perso lo scorso mese di dicembre, ha lasciato il potere solamente nei giorni scorsi, portandosi con sé milioni di dollari dello stato, dopo che le truppe senegalesi erano entrate nel paese in soccorso del legittimo successore Adama Barrow.

L’episodio di Venezia deve servire anche a questo, ad abbassare - non spengere - i riflettori sui migranti che arrivano in Italia (o altrove) e ad accenderli sui loro paesi di provenienza. È qui che devono essere gettate, con l’aiuto della comunità internazionale, le fondamenta per creare benessere, inteso come dignità delle persone. Perché questo non viene fatto? Questa è la domanda che Pateh Sabally avrebbe voluto fare a Yahya Jameh prima di lasciare il suo caro Gambia.

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