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Famiglia

Guardate Belen: l'educazione sessuale non si fa parlando con i figli

1 Febbraio Feb 2017 1614 01 febbraio 2017
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Qual è il ruolo dei genitori nell'educazione sessuale dei propri figli? Ne parla il pedagogista Daniele Novara: «tra i genitori vanno forte due idee: che sia meglio che lo facciano in casa piuttosto che fuori e che finché me ne parla, non c’è problema. Invece il problema c’è».

«Ma lei ha letto nei giorni scorsi il “dibatitto” su Belen Rodrigez che baciava in bocca, con la lingua, il figlio di quattro anni?», così Daniele Novara - pedagogista e fondatore e direttore del CPP-Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti – risponde alla mia prima domanda di un’intervista sull’educazione sessuale dei figli. «È un reato, stop. Invece no, quella foto ha suscitato un dibattito, con genitori che dicevano “sì, fa bene, lo faccio anche io, che male c’è?”. Io francamente sono rimasto sbigottito dal fatto che ci sia stato dibattito. Oggi il primo problema è evitare di mettere i figli in situazioni di ambiguità, come genitori». Lunedì 6 febbraio a Milano, alle 20.45, presso l'Auditorium Don Bosco (info: scuola.genitori@cppp.it) si terrà il nuovo incontro della Scuola Genitori del CPP. A tema "Il ruolo dei genitori nell'educazione sessuale dei propri figli", con Daniele Novara e Silvia Vegetti Finzi, psicologa clinica e scrittrice.

La sessualità esibita oggi ci circonda. Significa che è necessario anticipare il momento in cui parlare di questo argomento ai nostri figli? Quanto prima?
L’educazione sessuale non è un problema di parlare e di parole, questo è un grande equivoco dell’educazione sessuale: l’educazione sessuale non si fa parlando con i figli. Non è questione di parole ma di ciò che facciamo in famiglia, con i figli, ciò che legittimiamo, ciò che consentiamo. Ho seguito un bambino di 7/8 anni che si masturbava pubblicamente, anche in maniera compiaciuta e non trovavo nulla di strano… Poi viene fuori che in quella famiglia, con genitori di 35/40 anni, era normale stare in bagno insieme, stare tutti nudi nel lettone… quindi questo bambino si trovava in un contesto dove non c’è il tema del pudore. I genitori sulle prima erano sbalorditi: “ma come non dobbiamo più stare in bagno insieme?”. No, perché bisogna seguire le fasi psicoevolutive della sessualità del bambino: nei primi tre anni non esistono confini particolari, ma dal quarto anno di vita sì, occorre stabilire confini. Significa ad esempio che se a 3 anni il bambino si vuole fidanzare con la mamma, non va assecondato: creiamo le condizioni perché la mamma resti fidanzata con il papà, evitiamo di avere atteggiamenti di promiscuità ad esempio il bacio sulle labbra. E qui torniamo a Belen.

Però ci hanno sempre ripetuto l’importanza che i genitori sappiano dare informazioni giuste al momento giusto, abbiano le parole giuste. Qual è il momento giusto? Aspettare le loro domande o fare noi il primo passo?
Questo è un altro aspetto dell’educazione sessuale, è il momento della razionalizzazione. Il semino che va nelle tube e si trasforma in un bambino… capisce che ci vuole una bella dose di pensiero astratto, bisogno aspettare i 10-11 anni, non è che lo puoi fare a 6 anni.

Ci sono un sacco di libri sul tema per bambini molto più piccoli…
Certo, sono segno della debacle educativa di questi anni. Le case editrici devono vendere libri e per vendere dicono che devi parlarne a tre anni e i genitori ci cascano pure. Se lei però mi chiede qual è il momento giusto, è quello di un pensiero che sia in grado di fare una elaborazione astratta. Con i bambini se vuoi dire devi usare metafore.

E con gli adolescenti, che consigli dare?
Le preadolescenti di 12-14 anni sono la fascia più a rischio. Su Facebook un terzo dei profili sono falsi, c’è il rischio concreto che vengano adescate da soggetti “poco simpatici”. Ma le ragazze di oggi sono più mature, è il mantra che si ripete, ma non è vero. A 13-14 anni si è molto piccoli per un rapporto sessuale. Quindi anche qui non è questione di parole, tu genitore devi evitare di mettere ragazzini in situazioni di rischio, evitare che si creino le condizioni perché accada qualcosa che è – non lo dico ovviamente per moralismo - un anticipare i tempi. Lo dico chiaramente, una figlia di 13 anni non può andare di notte in discoteca, così come non può avere in mano uno smartphone con accesso libero a internet. Oggi tra i genitori in materia di educazione sessuale e primo rapporto sessuale dei figli vanno forte due idee: che sia meglio che lo facciano in casa piuttosto che fuori e che finché me ne parla, non c’è problema. Io dico che il problema c’è anche se te ne parla e anche se lo fa in casa, perché i tempi evolutivi sono quelli che sono, la natura non fa salti, nemmeno se i nostri ragazzini hanno in mano lo smartphone. I genitori di oggi sono molto convinti che la cosa importante sia il dialogo con i figli, ma da pedagogista devo dirvi che la cosa importante sono i paletti. I genitori devono fare le mosse giuste, poi i figli parleranno o no, saranno introversi o estroversi, ma questo non cambia nulla rispetto all’educazione. L’autodeterminazione dei figli deve stare entro dei paletti, perché è questo che consente ai ragazzi di attivare le loro risorse, altrimenti non si creano le autonomie giuste. Qui invece abbiamo genitori iperpresenti o iperurlanti, tutti troppo emotivi, troppo addosso ai figli, che invece di mettere paletti tampinano i figli. Quando chiedo chi dà la paghetta ai figli, la risposta è che non la dà più quasi nessuno: sono tutti genitori-bancomat, a cui chiedere soldi sempre, continuamente.

Oggi la scuola sembra più attenta a tanti temi. Senza entrare nella polemica sul gender, qual è il ruolo specifico dei genitori?
Da tecnico io non la vedo questa maggiore attenzione della scuola. L’educazione sessuale è rarissima e quando si fa, è dalla terza media mentre bisognerebbe farla in prima media, in terza media sei già fuori tempo massimo. È vero che tanti genitori sono accanitissimi contro l’educazione sessuale a scuola, mentre è una forma di alfabetizzazione assolutamente necessaria.

Ieri lei ha scritto in un tweet che «la salute mentale dei leader eletti è il pericolo più grave per le democrazie: drammatico quello che sta succedendo negli Stati Uniti». Ce lo spiega?
Il mio è un discorso generale. Le democrazie occidentali hanno questo rischio, che siccome votano sempre meno persone può accadere che si creino bolle emotive a sfondo di rancore, che portano al potere le figure che hanno saputo sintonizzarsi con queste bolle. Il fatto è che il potere che hanno questi leader è enorme, con le loro decisioni possono interferire sul destino del mondo, penso ad esempio alle decisioni sul nucleare: le democrazie per proteggersi dovrebbero esigere che chi si candida presenti un certificato di salute psichiatrica, che dice che sono in gradi di esercitare il potere che avranno. Le situazioni di pericolo si stanno diffondendo.

Foto Laura Ockel/Unsplash

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