Cooperazione allo sviluppo

Un'idea di Italia da difendere e da promuovere

8 Febbraio Feb 2017 1238 08 febbraio 2017

L'editoriale del direttore di Vita che introduce il numero di febbraio del magazine in distribuzione da venerdì dedicato al nuovo sistema di cooperazione internazionale che ospita fra gli altri i contributi di: Laura Frigenti, Emilio Ciarlo, Luca De Fraia, Paolo Dieci, Stefano Zamagni, Mario Giro, Lapo Pistelli e Cécile Kyenge

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Bracco
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L'editoriale del direttore di Vita che introduce il numero di febbraio del magazine in distribuzione da venerdì dedicato al nuovo sistema di cooperazione internazionale che ospita fra gli altri i contributi di: Laura Frigenti, Emilio Ciarlo, Luca De Fraia, Paolo Dieci, Stefano Zamagni, Mario Giro, Lapo Pistelli e Cécile Kyenge

Giustamente, Stefano Zamagni nelle pagine del book di questo mese, sottolinea come «le istituzioni non sono un dato di natura, ma regole del gioco economico che vengono fissate in sede politica. Se la fame dipendesse da una situazione di scarsità assoluta delle risorse, non vi sarebbe altro da fare che invitare alla compassione fraterna ovvero alla solidarietà. Sapere, invece, che essa dipende da regole, cioè da istituzioni, in parte obsolete e in parte sbagliate, non può non indurci ad intervenire sui meccanismi e sulle procedure in forza delle quali quelle regole vengono fissate e rese esecutive». Per combattere la fame, per incidere sulle cause delle migrazioni forzate che interessano più 60 milioni di persone, non bastano quindi le azioni di advocacy o di denuncia, pur necessarie quando sottolineano che se la povertà assoluta è diminuita dal 1980 ad oggi è aumentata invece la povertà relativa ovvero la diseguaglianza tra chi è ricco e chi è povero (8 superricchi possiedono una ricchezza pari a quella che si distribuisce la metà più povera del pianeta). Occorre che le organizzazioni della società civile e di chiunque ha a cuore un futuro sostenibile e più giusto, assuma sempre più decisamente un ruolo di policy-making. Bisogna cambiare approccio e visione, generare nuove istituzioni e farle crescere, dotarsi di nuovi strumenti e far funzionare quelli che ci sono ma che restano solo sulla carta.

Questo numero fa il punto su un’Italia che negli ultimi due anni ha deciso di non restare a guardare sonnecchiando a ciò che succede fuori dai nostri confini, l’Italia della cooperazione allo sviluppo che è fatta da ong, da imprese, da addetti della Pubblica amministrazione, da fondi di investimento e da milioni di italiani per cui la solidarietà non resta un’intenzione. È un’Italia che si è adoperata anche con scelte politiche e parlamentari che hanno messo in campo una nuova legge (la n. 125/14) che ha cambiato il nome del nostro ministero degli Esteri che oggi si chiama ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, nuovi strumenti come l’Agenzia italiana della cooperazione allo sviluppo, più fondi (si veda l’infografica a pag. 30), muovendosi sulla frontiera dell’innovazione (per esempio le prospettive di partnership tra profit e non profit aperte dalla nuova legge che stimolano non solo gli atti donativi ma anche meccanismi di immedesimazione e di attivazione collettiva) e facendo sentire la propria voce anche a livello europeo. Come ricorda sin dal suo primo articolo la Legge 125 approvata all’unanimità dal Parlamento: “la cooperazione allo sviluppo è parte integrante e qualificante della politica estera italiana”.

Tutto questo è stato reso possibile grazie ad un consenso diffuso su una visione del mondo e del possibile ruolo del nostro Paese, grazie alle battaglie della società civile, all’ascolto della politica, a un comune sentire della maggioranza degli italiani che vogliono un Paese che non si rinchiuda in protezionismo egoista e che chiedono piuttosto che la questione dei migranti sia affrontata seriamente mettendo in campo politiche vere di integrazione. Un Paese aperto, serio e cosciente dei problemi, impegnato in politiche di sviluppo in Africa, un Paese che sa che alla globalizzazione dei predatori bisogna opporre una globalizzazione della solidarietà. Ora proprio in questo anno appena cominciato, il 2017 che verrà ricordato come un anno di opportunità irripetibili per l’Italia, con l’assunzione della presidenza di turno del G7 che raggruppa le sette nazioni più ricche al mondo e l’accesso a un seggio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, tutto ciò che si è faticosamente costruito rischia di essere messo in pericolo e in discussione. Il mondo sta barcollando, le spinte egoistiche e protezionistiche si fanno più forti. Le prime uscite del neo presidente degli Usa, Donald Trump, sono solo un assaggio della nuova politica estera statunitense (il muro con il Messico e il bando all’immigrazione da 7 Paesi islamici). Putin fa Putin, e Pechino affila le armi per la guerra commerciale lanciata da Washington. In mezzo, c’è l’Unione europea, impelagata in una crisi economica senza fine e che da tempo ha smarrito i fini del suo essere insieme.

Come rispondere a sfide così imponenti? «Principalmente con la pace e lo sviluppo sostenibile», sostiene il nuovo Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. O come ricorda l’articolo 11 della nostra amata e bella Costituzione, «la cooperazione allo sviluppo contribuisce alla promozione della pace e della giustizia e mira a promuovere relazioni solidali e paritarie tra i popoli». Rimbocchiamoci le mani non solo per difendere questa visione dell’Italia, ma per promuoverla dentro e fuori i nostri confini.

In foto: allievi della scuola aperta dalla Bracco (azienda farmaceutica in Benin in partnership con Amici dell'Africa onlus)


L'INDICE DEL DOSSIER SULLA NUOVA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO

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