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Cooperazione allo sviluppo, le ong: «Il profit è benvenuto»

9 Febbraio Feb 2017 1611 09 febbraio 2017

Una delle novità più rilevanti dell'impianto disegnato dalla riforma della legge 125/2014 è la possibilità per le imprese profit di essere riconosciute come enti di cooperazione internazionale. Una possibilità che il mondo del nostro Terzo settore saluta con positività «a patto che..»

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Cooperazione internazionale ENI
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Una delle novità più rilevanti dell'impianto disegnato dalla riforma della legge 125/2014 è la possibilità per le imprese profit di essere riconosciute come enti di cooperazione internazionale. Una possibilità che il mondo del nostro Terzo settore saluta con positività «a patto che..»

Per Laura Frigenti, direttore dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, è La sfida con l’iniziale maiuscola del 2017. E in effetti quella dell’integrazione fra imprese profit e realtà non profit sul quadrante della nostra cooperazione allo sviluppo del resto è uno dei tratti caratterizzanti della riforma dell’estate del 2014 (legge 125). Ma qual è il sentiment delle ong del made in Italy? Sono disposte a collaborare con chi sta dall’altra parte del guado (e del codice civile, in attesa che la riforma del Terzo settore ammorderni la materia)?

La risposta che arriva dal campione che abbiamo interpellato per il numero del magazine in distribuzione da sabato (“Un’Italia anti Trump-allearsi con il sud del mondo: la nuova cooperazione”) è che il nostro non profit è assolutamente pronto a raccogliere la sfida a patto naturalmente che i ruoli e le funzioni rimangano ben separate”. Ecco alcuni fra i passaggi più significativi.

Le piccole e medie imprese sono ancora impreparate anche culturalmente ad affacciarsi ai paesi destinatari dei nostri interventi come per esempio l’Africa Sub sahariana, eppure ci sarebbero anche per loro grandi opportunità

Giampaolo Silvestri

Per Giampaolo Silvestri direttore generale di Avsi per esempio «in un momento in cui le risorse pubbliche dimostrano di essere insufficienti e largamente impegnate nelle grandi emergenze umanitarie, penso alla Siria, al Sudan o al Congo, per chi fa sviluppo occorre intensificare le relazioni con chi è in grado di “investire” capitale fresco, in particolare nell’ottica di creare occupazione in loco e su questo il coinvolgimento delle imprese può essere decisivo». Certo occorre distinguere. «Una cosa sono le imprese che mirano a internazionalizzarsi e un’altra sono le imprese che vogliono fare cooperazione. Il nostro terreno di dialogo naturalmente è il secondo in un ottica di impatto ambientale, sociale e occupazionale». Silvestri però registra ancora un gap importante: «Al contrario delle grandi imprese che già da anni collaborano con le ong, le piccole e medie imprese sono ancora impreparate anche culturalmente ad affacciarsi ai paesi destinatari dei nostri interventi come per esempio l’Africa Sub sahariana, eppure ci sarebbero anche per loro grandi opportunità soprattutto in una logica di interventi di lungo periodo».

I migliori modelli di partenariato all’estero potrebbero anche venire importati in Italia», dove sempre più ong sono attive

Daniela Bernacchi

Un benvenuto nel mondo della cooperazione internazionale alle imprese for profit arriva anche da Daniela Bernacchi, direttore geneale del Cesvi: «Occorre avere ben chiare le regole di ingaggio e rifarsi ai principi del Global compact e alle linee guida dell’Ocse, ma penso che l’ingresso del profit allarghi il perimetro degli interventi, piuttosto che drenare risorse rendendo sostenibili interventi e operazione di business sociale che altrimenti non lo sarebbero». Di Più. Secondo Bernacchi «i migliori modelli di partenariato all’estero potrebbero anche venire importati in Italia», dove sempre più ong sono attive.

Sono i nostri partner in loco che sempre mi spesso ci chiedono di portagli le imprese

Paolo Dieci

Il presidente di Link 2007, Paolo Dieci è sulla stessa lunghezza d’onda: «Sono i nostri partner in loco che sempre mi spesso ci chiedono di portagli le imprese, è un processo in corso in cui ci sentiamo pienamente coinvolti». Dieci prova a mettere a fuoco anche quali siano i terreni di questa possibile cooperazione: «Penso ai grandi parchi industriali, come ne sono nati in Senegal, Etiopia o nelle Filippine o alle filiere produttive del food in cui le ong possono giacare un ruolo decisivo nel far incontrare domanda e offerta».

In foto: un porgetto di Eni in Ghana a favore dei servizi materno-infantili nei tre distretti dellaWestern Region


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