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Migrazioni

Pietro Bartolo: “Il mio Oscar l’ho già vinto”

20 Febbraio Feb 2017 1212 20 febbraio 2017
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Dopo l'Orso di Berlino, l'Oscar? Una vittoria di Fuocoammare alla cerimonia cinematografica più prestigiosa al mondo (in programma il 26 febbraio) sarebbe la più grande ricompensa fatta al documentario del regista Gianfranco Rosi. Ma non solo. In ballo c'è il riconoscimento agli anni di impegno civile portato avanti da Pietro Bartolo sull’isola di Lampedusa per salvare, curare ed ascoltare i migranti. E che ci racconta in questa intervista rilasciata a Vita.it

Ormai lo conoscono in molti. In Italia e all’estero. E questa settimana lo scopriranno anche negli Stati Uniti, dove a Los Angeles e su tutti i network televisi americani andrà in onda lo show degli Oscar previsto nella notte del 26 febbraio. Una cerimonia nel corso della quale Fuocoammare potrebbe vincere una statuetta nella categoria dei documentari. Ci sarà anche lui tra gli ospiti della serata di gala più celebre al mondo, Pietro Bartolo, assieme al regista Gianfranco Rosi e ai protagonisti di Fuocoammare. In attesa del verdetto, il medico di Lampedusa va avanti per la sua strada. Che è quella tracciata da oltre 25 anni quando iniziò a prestare soccorso ai primi migranti che all’epoca approdarono a Lampedusa. “Il mio oscar l’ho già vinto”, sostiene. “Poter contribuire a far conoscere la tragedia del Mediterraneo al grande pubblico, anche negli Stati Uniti, è la mia più grande vittoria. Ce n’è bisogno, anche perché gli sbarchi non si fermano”.

Dott. Bartolo, dopo l’Orso d’oro di Berlino potrebbe arrivare anche l’Oscar. Un bel motivo di soddisfazione, no?

Sì e no. Sì perché significa che il film di Gianfranco ha colpito nel segno. No perché le tragedie continuano. Il cinema è emozione, e attraverso il suo successo Fuocoammare è riuscito ad emozionare il grande pubblico e i professionisti del settore sulla più grande tragedia del nostro secolo. Oltre a salvare e curare vite umane, sensibilizzare il maggior numero di persone è stato da sempre la cosa più importante, il mio più grande obiettivo. Spero ovviamente che vinceremo l’Oscar, questo ci consentirebbe di far conoscere questa tragedia oltre l’Atlantico. Di questi tempi, ce n’è bisogno.

Il cinema è emozione, e attraverso il suo successo Fuocoammare è riuscito ad emozionare il grande pubblico e i professionisti del settore sulla più grande tragedia del nostro secolo.

Negli Stati Uniti di Trump sarebbe un bel colpo però...

Mi auguro di sì, quello che accade negli Usa è molto preoccupante. Costruire muri e andare a caccia di migranti è qualcosa di disumano.

Che giudizio da al tentativo dell’Europa di fermare i flussi dalla Libia, con cui l’Italia ha peraltro firmato un accordo?

Se è per replicare l’accordo con la Turchia di Erdogan, non va bene. Perché come abbiamo visto, i flussi non fanno altro che spostarsi. Quindi anche se fermiamo i migranti sulle coste libiche, troveranno il modo di passare altrove. Se poi è un modo per abbandonarli a se stessi in Libia, allora non ci sto. I migranti vanno protetti.

E’ da oltre 25 anni che presta soccorso ai migranti. Come sono cambiati i flussi migratori a cui l’Isola è confrontata dall’inizio degli anni ’90?

Ricordo le prime tre ad essere sbarcate a Lampedusa. Era nel 1991, si trattava di tre donne che si erano nascoste in un albergo in costruzione. Quando gli operai le hanno scoperte, sono scappati via. Gli abitanti dell’isola pensavano che fossero sbarcati “lì Turchi”! Ci è voluto tempo per assorbire questa novità. Fino al 1997, i migranti sono sbarcati in modo autonomo a piccoli gruppi di 40-50 persone, i barconi non se ne vedevano, né scafisti. Dopo sei anni, i flussi si sono intensificati, costringendo lo Stato ad aprire il primo centro di accoglienza per richiedenti di asilo. Ma è stata la Primavera araba a cambiare tutto. Dal 2011, gli sbarchi sono esplosi, con tutto quello che comporta in termini di sofferenze umane, di naufragi e di patologie.

Via Roma, Lampedusa.

Con quale spirito gli abitanti dell’isola hanno affrontato l’intensificazione dei flussi?

Lampedusa è una boa di salvataggio sulla rotta che collega l’Africa all’Italia, un confetti depositato da Dio in mezzo al Mar Mediterraneo. In 25 anni di sbarchi, i nostri abitanti non hanno mai rifiutato un migrante, mai. Ne vado fiero, soprattutto oggi con i venti populisti che stanno soffiando sull’Europa. Questo spirito di accoglienza non era affatto scontato. I media nazionali e internazionali hanno dato un’immagine molto negativa dell’isola, penso all’impatto che ha avuto sulla nostra economia che riposa al 90% sul turismo. Negare il fenomeno è ovviamente impossibile, ma anche quando si recuperavano migranti a molte migliaia dall’isola, i media continuavano a citare Lampedusa. Come se le acque italiane del Mediterraneo fossero di nostra appartenenza. Nonostante tutto, anche quando nel 2014 e 2015 i turisti ci hanno disertato, i lampedusiani non se la sono mai presa con i migranti, ma bensì con l’Europa che non ha fatto nulla, e i giornalisti. Ancora oggi, il risentimento è molto forte.

Lei lo ha sottolineato, è impossibile che i naufragi non impattino sull’immagine dell’isola...

Nessuno vuole e può negare le tragedie, ma ripeto, quando un naufragio accade a 100 miglia nautiche dalla nostra isola, i media non posso dire che il dramma è avvenuto a Lampeudusa. Questo genere di disinformazione ci è insopportabile. L’opinione pubblica è ormai convinta che Lampedusa sia diventata l’isola dela morte, con le conseguenze che può immaginare sul piano turistico. Detto questo, non ci tireremo mai indietro quando si tratta di salvare vite umane in mare. Siamo un popolo di pescatori, e un pescatore non può abbandonrare a se stessi uomini, donne e bambini che rischiano la vita, sarebbe un disonore. Per quanto mi riguarda, salverò esseri umani fino al mio ultimo respiro, se ci sarà bisogno.

Lampedusa è una boa di salvataggio sulla rotta che collega l’Africa all’Italia, un confetti depositato da Dio in mezzo al Mar Mediterraneo. In 25 anni di sbarchi, i nostri abitanti non hanno mai rifiutato un migrante, mai. Ne vado fiero.

Qual’è il prezzo da pagare per il suo impegno civile?

La famiglia. Ho il sentimento di avere un pò abbandonato mia moglie e i tre figli. Non è stato facile, soprattutto per loro, vedermi trascorrere notte intere sul porto ad accogliere i migranti. Ma sul finire, hanno capito la missione che Dio mi ha assegnato.

I richiedenti di asilo sono l’oggetto di continue discriminazioni, tra cui quella di essere portatori di ogni tipo di malattie contagiose. Cosa risponde alle accuse dell’estrema destra europea?

E’ totalmente assurdo. In 25 anni non abbiamo mai recensito tra i migranti che abbiamo salvato malattie contagiose come il colera o Ebola. Com’è possibile immaginare, anche solo un secondo, che un migrante possa percorrere migliaia di chilometri in condizioni estreme con tali malattie? E’ fisicamente impossibile! Le patologie che trattiamo sono tipiche di persone spinte a percorrere migliaia di chilometri in condizioni molto difficili, come la scabbia, la disidratazione, l’ipotermia, i traumi fisici o psicologici.

Il porto turistico dell'isola.

Quali le prove più difficili che ha dovuto sormontare?

I cadaveri. E’ qualcosa di insopportabile, i morti simboleggiano la dimensione più tragica dei pericoli che i migranti devono affrontare nel loro tentativo di approdare in Europa. E’ anche una grande sfida perché abbiamo il dovere morale di restituire dignità a questi corpi e ai loro familiari. L’identificazione dei corpi è un’operazione molto complessa, ma è l’unico modo affinché i defunti riposino in pace e sollevare il dolore di parenti e amici che proviamo in tutti i modi a rintracciare e contattare.

Qual’è stato l’impatto di Fuocoammare nella sua vita quotidiana?

Ho capito dopo tanti anni che la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla sorte dei migranti è altrettanto importante che salvare vite umane. Sono disposto a tutto pur di aprire gli occhi dei miei connazionali e degli Europei sugli orrori del traffico dei migranti.

Disposto a tutto cosa significa?

Che pur di tradurre e diffondere il mio libro nel mondo, a cominciare dall’Europa, posso fare a meno dei diritti d’autore. Non mi interessa guadagnara soldi, voglio che la gente sappia. L’Italia fa bene a fare pressioni sull’Unione Europea, dovrebbe fare ancora di più per fermare le tragedie che si accumulano nel Mar Mediterraneo. Se l’Europa non si muove tutta insieme, presto o tardi dovrà rispondere dei suoi atti alle future generazioni.

I morti simboleggiano la dimensione più tragica dei pericoli che i migranti devono affrontare nel loro tentativo di approdare in Europa. E’ anche una grande sfida perché abbiamo il dovere morale di restituire dignità a questi corpi e ai loro familiari.

Perché aver deciso di scrivere un libro?

E’ stato catartico. Non ce la facevo più a tenermi dentro tutte le storie che ho vissuto con i migranti. Non si può uscirne indenni. Avevo anche il sentimento che le testimonianze raccolte non potevano rimanere nel silenzio, sentivo il bisogno di raccontare al mondo ciò che ho ascoltato e visto in tutti questi anni. Ma è stato un processo lento, perché rivelando le storie dei migranti mi sembrava anche di tradirli e intaccare il loro pudore. Ma non è tradimento tenersi tutto per sè? E’ un dilemma che mi ha perseguitato per molti anni. Alla fine è prevalsa la volontà di raccontare. Chiunque dovrebbe farlo, se ne ha i mezzi e la volontà, non dobbiamo lasciare un minuto di respiro ai trafficanti di migranti. Le sofferenze dei migranti vanno denunciate in pubblico.

Lei sostiene di aver accolto più di 300mila migranti in 25 anni. Che criteri ha usato per selezionare le storie che ha pubblicato?

Ho preso in considerazione quelle che più mi hanno toccato, ci sono poi testimonianze che ho avuto il tempo di raccogliere e che mi hanno appassionato. Penso ovviamente alla piccola Favour che abbiamo salvato per miracolo lo scorso anno e la cui madre è deceduta durante la traversata in Mare per via di ustioni provocate da quello che ho definito la "malattia dei gommoni".

Migranti africani a Lampedusa. Foto di Dan Kitwood (Getty Images).

Di che malattia stiamo parlando?

Nel 2015, abbiamo riscontrato un numero sempre più elevato di migranti sbarcati a Lampedusa con gravissime ustioni. Il fenomeno colpiva soltanto le donne. Ci abbiamo messo un pò per capirne l’origine. Dopo il lancio delle operazioni Tritone ne 2014 e Sofia nel 2015, il cuo scopo era quello di intercettare i barconi nelle acque internazionali ed estendere le operazioni in quelle libiche (fino a 30 miglia nautiche dalle coste della Libia, ndr), i trafficanti hanno cambiato le imbarcazioni su cui trasportare i migranti. Dai barcono facilmente reperibili sono passati a gommoni di pessima qualità, meno costosi in termini di investimenti, dove sono imbarcati al massimo un centinaio di profughi. Altra svolta importantissima: la sostituzione del gasolio con la benzina, che mescolata all’acqua del mare provoca ustioni gravissimme, anche di terzo grado.

Ma perché il fenomeno colpisce soltanto le donne?

Nei gommoni, gli uomini si posizionano sui bordi, in modo da scongiurare il rischio che le donne e i bambini, piazzati al centro, cadino in mare. Purtroppo nel corso della traversata, una parte delle benzina che i migranti mettono nei motori si riversa nel cuore del gommone, per poi mescolarsi con l’acqua salata proveniente dalle onde del mare. Questa miscela è letale per chi rimane più esposto. Le donne sono assieme ai bambini le più grandi vittime della tratta. Molte di loro arrivano Lampedusa violentate, alcune già incinte. Da quello che ci dicono, in Libia accadono cose incredibili. Un inferno a cielo aperto.

Articolo realizzato nell'ambito di un progetto editoriale sulle migrazioni con l'Institut Panos Afrique de l'Ouest (IPAO), media partner di Afronline.org

Foto di copertina: Stefania D'Alessandro/Getty Images.

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