Rwanda Rural Area Chip Somodevilla Getty
Africa

Kigali o Kibali: qual è il vero Rwanda?

23 Febbraio Feb 2017 1441 23 febbraio 2017
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La sua rinascita economica e sociale viene considerata dalla Comunità internazionale un modello da seguire su tutto il continente africano. Dopo il genocidio dei Tutsi del 1994 che aveva messo un intero paese in ginocchio, il Rwanda non finisce più di stupire. Kigali simboleggia il miracolo di questa nuova "tigre economica" dell'Africa. Ma dietro i palazzi scintillanti e le strade pulite della capitale, si nasconde un'altra realtà. Che ci racconta Martino Ghilotti, autore del blog "Albe rwandesi".

Quest'anno, per la prima volta, dopo tante missione in Rwanda, abbiamo sentito una parola - fame - che sembrava scomparsa dal vocabolario del nuovo Rwanda, il paese di cui il blog "Albe rwandesi", senza mai abdicare a un doveroso approccio critico quando necessario, si sforza di dare conto dell’indubbio cammino compiuto sulla strada di uno sviluppo dove non abbiano diritto di cittadinanza fantasmi di altri tempi, come appunto la parola fame. Quella che, sussurrata sommessamente quasi per non farsi sentire da orecchi indiscreti, sembrava quasi una maledicenza, ha poi trovato conferma in diverse conversazioni con i nostri interlocutori rwandesi: negli ultimi mesi lo spettro della fame si è materializzato nelle campagne rwandesi. Forse non basta la siccità di questi mesi, che ha inaridito le fonti di sostentamento degli abitanti delle campagne, a giustificare un simile stato che ha spinto taluni abitanti dell’Umutara ad abbandonare le loro case per cercare miglior sorte nella vicina Uganda.

Quest'anno, per la prima volta, dopo tante missione in Rwanda, abbiamo sentito una parola - fame - che sembrava scomparsa dal vocabolario del nuovo Rwanda.

Piantagione di tè nel distretto di Rulindo, 70 km a nord della capitale, Kigali. Credito: Per Anders-Pettersson/Getty Images.

La siccità, cui si aggiunge un'inflazione che a gennaio segnava un + 7,4% su base annua, non ha fatto altro che esasperare gli effetti di scelte di politica economica che, imponendo le monoculture in diverse zone del paese, hanno fortemente penalizzato l’agricoltura di sussistenza, fino a quasi cancellarla in certe zone, che consentiva comunque di mettere qualcosa in tavola ad ogni famiglia contadina dedita alla coltivazione del proprio piccolo appezzamento di terreno. Anche senza prestare troppa attenzione a certe denunce formulate dalle opposizioni, che parlano di vere e proprie manifestazioni popolari contro le autorità locali, abbiamo dovuto constatare quanto il livello di vita nelle campagne del nord est del paese sia ancora purtroppo molto lontano da quello messo in mostra nella vetrina della capitale.

La siccità, cui si aggiunge un'inflazione che a gennaio segnava un + 7,4% su base annua, non ha fatto altro che esasperare gli effetti di scelte di politica economica che hanno fortemente penalizzato l’agricoltura di sussistenza.

Abituati come siamo a leggere le corrispondenze degli inviati dei media internazionali che senza muoversi da Kigali inviano ai loro lettori la solita bella cartolina di una capitale linda, ben tenuta e sicura, dove le innovazioni tengono il passo con quelle occidentali, dove i segni della povertà e del degrado sono banditi e le contraddizioni sociali sono ridotte al minimo, è difficile per chi nutre una certa simpatia per questo paese e i suoi abitanti misurarsi con la dura realtà delle campagne, come potrebbe essere quella di Kibali, un villaggio del nord del paese.

Troppo stridente è, per esempio, lo spettacolo degli scolari della capitale che nelle loro linde divise vanno disciplinatamente a scuola, con quello ben diverso dei troppi bambini che s’incontrano soli e malvestiti sulle strade dei villaggi in orari della giornata in cui dovrebbero essere a scuola. Oppure constatare come in certi villaggi lo stato centrale non sia presente con proprie strutture per erogare un servizio fondamentale come quello dell’istruzione primaria, dovendo far conto sulla supplenza delle parrocchie, senza che, nel caso di specie, si alzi il solerte ministro Evode Uwizeyima a contestare la preparazione didattica del clero, così come aveva contestato la conoscenza delle problematiche familiari a un vescovo.

Vista sulla Kigali City Tower building. Credito: Phil Moore/Getty Images.

Abituati come siamo a leggere le corrispondenze degli inviati dei media internazionali che senza muoversi da Kigali inviano ai loro lettori la solita bella cartolina di una capitale linda, ben tenuta e sicura, è difficile per chi nutre una certa simpatia per questo paese e i suoi abitanti misurarsi con la dura realtà delle campagne.

Come ne uscirebbe l’immagine del Rwanda, faticosamente e anche meritatamente costruita a livello internazionale, se i grandi inviati, spingendosi una volta tanto oltre i confini metropolitani della capitale, datassero le loro corrispondenze da Kibali invece che da Kigali, facendo entrare nei loro reportages, e conseguentemente nella rassegna stampa che quotidianamente arriva sulla scrivania di chi governa, anche la vita degli abitanti delle campagne?

A supporto di queste nostre considerazioni giunge quantomai puntuale e condivisibile la coraggiosa conclusione dell'articolo Il salto finale oltre il miracolo economico del 1994, apparso oggi su The New Times, a firma dell'opinionista Eddie B. Mugarura, dove si sostiene che : "Per fare in modo che la trasformazione economica possa arrivare al definitivo compimento, è fondamentale che il cosidetto C+I+G, ovvero consumi, investimenti e spesa pubblica, non rimangano concentrati solamente nella capitale Kigali, ma che si diffondano su tutto il territorio del Rwanda.Questo per superare definitivamente l'anomalo gap che c'è tra la ristretta ma economicamente potente middle class urbana e la maggioranza della popolazione rurale povera".

Questo articolo è stato pubblicato sul Blog Albe Rwandesi.

Foto di copertina: Chip Somodevilla/Getty Images.

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