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#TimeOut per la violenza sulle donne, serve un piano di prevenzione

3 Marzo Mar 2017 1246 03 marzo 2017
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L'ong ha presentato un'indagine che dimostra come per ogni euro speso nel contrasto si avrebbero 9 euro di ritorno. Ogni anno nel nostro Paese si spendono invece 17 miliardi in servizi medici e assistenziali alle vittime. Nell'impatto sociale non si deve dimenticare anche la ricaduta che la violenza assistita genera nei minori. Al via anche una campagna con numero solidale a sostegno della protezione dalla violenza di donne e bambini

Che prevenire sia meglio che curare non è solo una frase fatta. E nel caso di violenza sulle donne i dati lo confermano in modo inequivocabile. A dimostrarlo numeri alla mano un’indagine realizzata da WeWorld che l’ong ha presentato anche alla Sala Aldo Moro della Camera dei deputati. “Violenza sulle Donne. Non c’è più tempo. Quanto vale investire in prevenzione e contrasto. Analisi Sroi (Social Return on Investment) delle politiche d’intervento” lo scorso 1 marzo.
Dall’analisi emerge un ritorno di 9 euro per ogni euro investito: investendo nella riduzione del fenomeno della violenza contro le donne porterebbe a diminuire i 17 miliardi di euro che ogni anno l’Italia paga per affrontare il problema.

«La violenza contro le donne riguarda tutti e tutte e non può essere relegata a “questione privata”» sottolinea Marco Chiesara, presidente di WeWorld. «In passato abbiamo rilevato il costo della violenza contro le donne per l’intera società e oggi dimostriamo il ritorno economico di ogni euro investito in prevenzione e contrasto, in termini di ricavo sociale e di benessere prodotto a favore della società tutta, delle donne che la subiscono e dei figli che nel 65% dei casi sono testimoni della violenza. Questo effetto moltiplicatore ha una ricaduta positiva quindi anche sugli adulti di domani, evitando che bambini e bambine testimoni della violenza possano essere i carnefici e le vittime del futuro. Un tema, quello dei bambini che assistono alla violenza, molto caro alla nostra organizzazione e focus della campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi Time Out». La campagna #TimeOut è stata presentata insieme all’indagine e proseguirà fino al 19 marzo con il numero solidale 45543.

Lavorare sui bambini e le bambine che assistono alla violenza è cruciale – sottolinea una nota della ong che ricorda che è la stessa convenzione di Istanbul «a sottolineare, nell’articolo 26, l’importanza di prevedere, in un piano ottimale di intervento, azioni volte alla protezione e assistenza dedicate a bambini/e testimoni di violenza». In due casi su tre i bambini sono presenti agli eventi.

L’indagine di WeWorld è stata realizzata con la supervisione di un comitato scientifico composto da: Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia), Giuseppina Muratore (Istat), Michele Palma (Dipartimento per le Pari Opportunità) con l’obiettivo di prendere in esame un programma di intervento pubblico ottimale e valorizzarne, in termini economici, l’impatto sociale.

Dati alla mano l’ong dimostra che una lotta efficace alla violenza di genere gioverebbe alla spesa pubblica: renderebbe al nostro Paese 9,05 euro per ogni euro investito. La stima del ricavo sociale atteso totale risulta quindi pari a oltre un miliardo di euro (1.048.462.354,37) che si divide in un risparmio per il nostro Paese di 494,6 milioni e 553,8 milioni di euro per l’aumento della qualità della vita delle donne vittime.

Grazie all’analisi Sroi si è potuto anche determinare le relazioni causali tra la realizzazione di iniziative specifiche e la riduzione degli atti di violenza valutando in termini economici l’impatto generato dagli investimenti. Alcune azioni del piano ottimale individuato, inoltre, hanno ritorni sciali particolarmente degni di nota. Si tratta di: formazione di figure professionali (ritorno valutato in 114,6 euro di ritorno per ogni euro investito); assistenza in materia di denunce individuali e collettive (76,6 euro di ritorno) e sensibilizzazione (63,74 euro di ritorno).

«Per ottenere i ricavi attesi, allo Stato si richiede uno sforzo iniziale maggiore, è vero, ma stiamo parlando comunque solo dello 0,0052% del Pil nazionale» dichiara Valeria Emmi, coordinatrice dei programmi per i diritte delle donne WeWorld onlus e curatrice dell’indagine. Nella nota della ong si osserva che «I costi per lo Stato appaiono ingenti solo se in modo miope si perdono di vista i circa 17 miliardi che ogni anno il nostro Paese paga inconsapevolmente in termini monetari e i costi sociali per le conseguenze della violenza maschile sulle donne».

Secondo il rapporto, uno dei mezzi di prevenzione che mostra le più alte performance di efficacia è proprio la sensibilizzazione pubblica. «Abbiamo rilevato, ad esempio, che nei periodi di campagna informativa le chiamate al numero di emergenza incrementano del 25%. L’informazione ha un effetto dirompente su più livelli: agisce sull’intera società, perché il problema è poco conosciuto rispetto alla sua reale incidenza sociale», spiega ancora Valeria Emmi.«E poi agisce sulla singola persona che può riconoscere, anche per la prima volta, di avere un problema e di poter chiedere aiuto. Un piano di comunicazione nazionale ben coordinato e integrato tra pubblico e privato sociale può fare davvero una differenza sostanziale: non solo previene il problema, ma può contribuire a scardinare un sistema culturale improntato al patriarcato che ancora regola la relazione tra uomo e donna nel nostro Paese».

E accendere i riflettori sul fatto che la violenza sulle donne colpisce anche i loro figli è uno degli obiettivi della campagna #TimeOut che ha come testimonial Francesca Senette, Catena Fiorello ed Elisa Di Francisca. Con un sms o una chiamata al numero 45543 si può sostenere WeWorld e proteggere le donne e i loro bambini (2 euro con sms da cellulari personali Tim, Vodafone, Wind, 3, POsteMobile e CoopVoce – 2 o 5 euro da rete fissa Telecom Italia, Fastweb, Vodafone e Twt).

In apertura foto di Jordan Whitt/Unsplash

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