Idee

Non basta una piattaforma per fare innovazione sociale

13 Marzo Mar 2017 1017 13 marzo 2017

L'intervento del direttore di Human Foundation alla vigilia del quinto compleanno della Fondazione: «Sembra che vada per la maggiore un approccio che, parafrasando Archimede, potremmo riassumere nel “datemi una piattaforma tecnologica e vi solleverò il mondo”. Un’enfasi eccessiva sullo strumento piuttosto che sull’effettiva capacità di risolvere un problema o rispondere ad un bisogno»

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Human Foundation
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L'intervento del direttore di Human Foundation alla vigilia del quinto compleanno della Fondazione: «Sembra che vada per la maggiore un approccio che, parafrasando Archimede, potremmo riassumere nel “datemi una piattaforma tecnologica e vi solleverò il mondo”. Un’enfasi eccessiva sullo strumento piuttosto che sull’effettiva capacità di risolvere un problema o rispondere ad un bisogno»

Il prossimo 3 aprile in occasione dell'annual meeting Human Foundation festeggerà i suoi primi anni di vita. Come spiega la fondatrice Giovanna Melandri sul numero di Vita magazine in distribuzione nella sua rubrica "Social Business" «l'ispirazione di Human partì aloo Skoll World Forum di Oxford, in cui ogni anno visionari innovatori sociali si incontrano per scambiarsi esperienze e pratiche. Proprio in quel contesto nacque l'idea di importare e adattare all'Italia la sfida dell'impact investing e del social business elaborato da Yunus e altri». Una lustro dopo, facciamo il punto con Federico Mento (a destra nella foto), attuale direttore della Fondazione.

Sono trascorsi cinque anni da quando è cominciata l’avventura di Human Foundation: cosa è cambiato in questo lasso di tempo nel Terzo settore? Quali tendenze si sono sviluppate dal 2012 ad oggi?
In primo luogo, credo sia cambiata la sensibilità delle organizzazioni rispetto al tema della sostenibilità. Mentre prima l’attore pubblico rivestiva un ruolo centrale nel sistema di welfare, oggi, anche a causa delle politiche di austerità, questo modello “pubblico-centrico” sta venendo meno. Molte organizzazioni hanno compreso che è necessario diversificare i propri canali finanziari, attraverso un mix di risorse e strumenti, affinché sia garantita la continuità operativa e di conseguenza la capacità di generare un impatto positivo nella vita delle comunità. Una tendenza molto interessante è legata ai processi di gemmazione di impresa sociale da organizzazioni del Terzo Settore. Penso, poi, al tema dell’accountability e della misurazione dell’impatto sociale, oppure al dialogo, sempre più fecondo, tra operatori della finanza e soggetti del Terzo Settore. In questi anni, Human ha cercato di offrire il suo contributo affinché alcune di queste dinamiche assumessero una rilevanza maggiore, favorendo la creazione di un ecosistema multistakeholder dell’impatto sociale.

Guardando al futuro, quali previsione si sente di fare?
E’ sempre difficile fare delle previsioni, anche perché la realtà tende inesorabilmente a smentirci. Mi limiterò ad alcune brevi note. Uno dei volani per la crescita ed il rafforzamento del Terzo Settore può certamente risiedere nella diffusione del welfare aziendale. Si tratta di una grande opportunità sotto diversi punti di vista. Innanzitutto, credo vi sarà una tendenza all’aggregazione progressiva dell’offerta di servizi, favorendo così il superamento del “nanismo” organizzativo che connota buona parte del Terzo Settore. Del resto, la complessità delle sfide sociali contemporanee può essere affrontata e gestita solo in una prospettiva di forte integrazione dei servizi e dei vari operatori. Un secondo trend da affermare è connesso con lo spostamento dell’enfasi della programmazione dall’attuale modello focalizzato sugli output ad uno centrato sull’outcome. L’ultima previsione, che è forse più un auspicio, è legata alla diffusione della “cultura delle evidenze”, ovvero fare in modo che gli interventi di welfare siano decisi in base ad un riscontro puntuale sull’efficacia e sull’impatto raggiunto.

A che punto siamo con l’innovazione sociale nel nostro Paese? Che azioni è necessario mettere in campo a suo avviso?
Quando si fa riferimento all’innovazione sociale ho spesso la sensazione che si vada affermando una tendenza “performativa” che, alla prova dei fatti, risulta carente di sostanza. Da più parti sembra che vada per la maggiore un approccio che, parafrasando Archimede, potremmo riassumere nel “datemi una piattaforma tecnologica e vi solleverò il mondo”. Un’enfasi sullo strumento piuttosto che sull’effettiva capacità di risolvere un problema o rispondere ad un bisogno. Non vorrei apparire scettico nei confronti della tecnologia, al contrario, penso possa produrre degli avanzamenti straordinari nell’erogazione dei servizi. Tuttavia se vogliamo davvero promuovere i processi di innovazione dobbiamo essere in grado di dimostrarne l’efficacia, proprio per uscire dalla dimensione performativa, che rischia, sul medio termine, di esaurire l’interesse dei vari stakeholder. Dobbiamo mettere in campo progetti scalabili e misurabili, iniziative che affrontino i grandi nodi di un welfare appesantito da anni di riduzione nei trasferimenti.

In che modo Human Foundation si inserirà in questa prospettiva? Quali le principali attività in cui è al momento impegnata?
Il nostro contributo si articola su più ambiti. Nel corso dell’ultimo anno, siamo stati particolarmente impegnati sul tema della valutazione, sia nella diffusione e promozione dei processi di accountability, sia in attività di analisi e ricerca valutativa. Siamo convinti che la valutazione possa essere uno strumento particolarmente prezioso per favorire la riflessività delle organizzazioni, aiutandole ad erogare in maniera più efficace ed efficiente un servizio. Valutare, infatti, può essere determinante per incrementare la qualità delle prestazioni, poiché consente di interpretare dinamicamente i bisogni dei beneficiari, adattando i servizi a nuove esigenze. Un secondo ambito su cui abbiamo investito le nostre energie è quello del capacity building. Sono nate una serie di iniziative che mirano a rafforzare le competenze degli attori dell’impatto sociale. Penso al Master EMSE, giunto alla terza edizione, alle Winter School, nate dalla collaborazione con la Fondazione Johnson&Johson, ai seminari e ai webinars. Infine il Master MEMIS, realizzato in partenariato con l’Università Tor Vergata di Roma, che intende divenire un hub per favorire i processi di innovazione sociale.

Il prossimo 3 aprile si terrà l’Annual meeting della vostra Fondazione a cui parteciperanno stakeholder e rappresentanti di varie realtà istituzionali, sociali ed economiche. Cosa si aspetta da questo incontro? Si getteranno le basi per il lavoro dei prossimi anni?
Mi attendo, innanzitutto, di avere l’opportunità di condividere con i nostri stakeholder il percorso fatto in questi 5 anni. Quindi, vogliamo sia un’occasione per rendere conto di quanto è stato realizzato grazie alle risorse di chi ci ha sostenuto. Spesso, il lavoro quotidiano non consente l’emersione in superficie delle tante iniziative intraprese e completate, l’Annual meeting ci consentirà di mettere in fila i risultati per “socializzarli” con gli attori dell’impatto sociali. Naturalmente, tutto ciò implica un paziente lavoro di sistematizzazione di ciò che è stato fatto, per comprendere se la nostra capacità di realizzazione è effettivamente allineata alle aspettative dei donatori e alla nostra programmazione. Spero, poi, possa essere l’occasione per alimentare la nostra riflessione, raccogliendo, da una parte, le attese degli stakeholder dell’impatto, dall’altra, mappando ciò che sta accadendo nei vari territori. Insomma, una festa per i traguardi raggiunti ma anche un’occasione di dialogo e collaborazione.

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