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Se questa è Europa

16 Marzo Mar 2017 1154 16 marzo 2017
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A un anno dall’accordo UE-Turchia, sono i bambini a pagare il prezzo più caro. Lo rivela un rapporto di Save the Children che denuncia le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere i piccoli migranti bloccati nei campi profughi sulle isole greche

«Sappiamo che questo non è legale. Abbiamo il diritto di trovare la salvezza in Europa. Questa è la legge internazionale. Continuo a pensare, “Questa è veramente l’Europa?”», inizia con le parole del papà di Tarek, rimasto bloccato sull’Isola di Lesbo dopo l’accordo UE-Turchia, il rapporto da Save the Children che punta a fare luce sulla situazione dei migliaia di bambini rimasti nei campi profughi sulle isole greche, ad un anno dall’accordo con la Turchia.

Secondo l’Unhcr, sono circa 13.200 i richiedenti asilo sulle isole greche, di cui circa il 37%, quindi quasi 5mila, sono bambini. Tra questi un numero imprecisato sono non accompagnati. “La loro infanzia è stata messa in attesa, mentre si trovano in un limbo legale, aspettando che la ruota della burocrazia cominci a girare.” Afferma Save the Children.

Costretti a rimanere sulle isole, durante tutto il lungo procedimento di richiesta d’asilo, anche i più piccoli si trovano a vivere in una sorta di stato detentivo, in condizioni di incertezza e mancanza di informazioni estreme, e in una situazione resa sempre più difficile, dai continui nuovi sbarchi che rischiano di provocare una congestione nei campi. Una quotidianità fatta di tensione crescente, in cui le proteste, gli scioperi della fame e gli incendi dolosi, sono ormai diventati sempre più comuni.

Pesantissimi gli effetti sui bambini che, dall’analisi di Save the Children, condotta insieme all’Ong greca Praksis, mostrano crescenti sintomi di depressione, sofferenza e ansia.

Viste le condizioni nei campi, i bambini e gli adulti, si trovano spesso a lottare per le cose più basilari, dalle coperte, ad un posto asciutto in cui dormire, al cibo, fino all’acqua calda e all’assistenza sanitaria. “Molti bambini sono privati della propria dignità, molti sono sporchi, hanno sviluppato sfoghi e problemi cutanei e non hanno alcuna privacy”, si legge nel rapporto. Tra le tendenze più drammatiche, l’organizzazione ha rilevato un incremento nei tentativi di suicidio e autolesionismo, anche tra i più piccoli, probabilmente dovuti ad una forma di emulazione degli adulti.

Tra i comportamenti riscontrati tra i minori, anche l’aumento dell’aggressività, alimentata appunto da una tensione continua e da un ambiente in cui quotidianamente si sente di dover lottare per la propria sopravvivenza, e del consumo di droghe, soprattutto tra chi è solo, senza la propria famiglia.

Nemmeno la sicurezza è garantita. Moltissime bambine, ragazze e donne, nei campi, hanno raccontato di essere spaventate dall’idea di uscire dalla propria tenda di notte, anche solo per andare in bagno e diversi bambini e genitori hanno riportato una forte preoccupazione per le tensioni crescenti, che spesso sfociano in liti violente e, secondo Save the Children, raramente vengono fermate dalla polizia.

Rimane poi, l’ombra del traffico di esseri umani. La mancanza di informazioni chiare e l’attesa senza fine in queste condizioni, costringe chi può permetterselo a cercare altre vie di fuga, rivolgendosi così ai trafficanti, nella speranza di riuscire ad arrivare sulla terraferma e, da lì, raggiungere il nord Europa. Una speranza che viene spesso delusa e che rappresenta il pericolo più grave, soprattutto per i minori non accompagnati, che rischiano abusi inimmaginabili e sfruttamento.

“Veniamo da un Paese senza leggi, arriviamo qui e troviamo una situazione ancora peggiore”. Ha raccontato a Save the Children il padre di Tarek. “È meglio morire a casa, in guerra, che soffrire queste umiliazioni. Sarei dovuto morire in Siria.”

Foto: STR/AFP/Getty Images

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