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Accordo UE-Turchia: una macchia sulla nostra coscienza collettiva

17 Marzo Mar 2017 1151 17 marzo 2017
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Mentre Amnesty International si unisce al coro di denunce contro l’Accordo UE-Turchia, tracciando un bilancio dei costi umani che ha provocato, ad un anno dalla sua approvazione, il caso di un profugo siriano potrebbe rimettere in discussione se davvero la Turchia possa essere considerata un Paese sicuro

Una macchia sulla nostra coscienza collettiva. È così che Amnesty International definisce l’accordo UE-Turchia, alla vigilia del prima anniversario dell’accordo. Finalizzato al rinvio dei richiedenti asilo in Turchia e fondato sulla premessa che la Turchia fosse un paese sicuro, non solo l’accordo non ha raggiunto gli obiettivi che si era dato, ma invece ha reso ancora più insopportabili le condizioni di vita, delle migliaia di persone in viaggio verso l’Europa.

“Un anno fa, le isole greche sono state trasformate in campi di sosta e le coste europee da luogo di rifugio sono diventate luogo di pericolo. A un anno di distanza, migliaia di persone restano bloccate in un limbo rischioso, disperato e apparentemente senza fine”, ha dichiarato John Dalhuisen, direttore per l’Europa di Amnesty International. “Oggi ricordiamo un giorno nero nella storia della protezione dei rifugiati: un giorno in cui i leader europei hanno cercato di svincolarsi dai loro obblighi internazionali, incuranti del costo che ciò avrebbe comportato in termini di miseria umana”.

Come hanno denunciato anche altre ong, tra cui Save the Children e Medici Senza Frontiere, nella maggior parte dei casi, i richiedenti asilo non possono lasciare le isole greche. Sono fermi in luoghi sovraffollati e squallidi e a volte sono vittime di crimini d’odio. A Lesbo cinque rifugiati, tra cui un bambino, sono morti in circostanze fortemente legate a questa situazione.

Sebbene i leader europei continuino a fingere che la Turchia è un paese sicuro, finora i tribunali greci hanno bloccato il ritorno dei richiedenti asilo siriani in Turchia.

Amnesty International ha tuttavia rilevato che alcuni richiedenti asilo provenienti dalla Siria sono stati rinviati con la forza in Turchia in violazione del diritto internazionale, senza neanche avere accesso alla procedura d’asilo e senza poter contestare la decisione. Altri hanno fatto ritorno “volontariamente” in Turchia a causa delle misere condizioni in cui si trovavano sulle isole greche.

L’anniversario dell’accordo coincide con la scadenza imposta a un gruppo di avvocati per produrre ulteriori prove su un caso attualmente all’esame del più alto tribunale amministrativo greco, che determinerà se davvero la Turchia può essere considerata un “paese sicuro” per i rifugiati.

Il caso è quello di un richiedente asilo siriano di 21 anni, “Noori” (per motivi di sicurezza si tratta di un nome fittizio), detenuto illegalmente da sei mesi, dopo che la sua richiesta d’asilo era stata giudicata inammissibile in quanto il tribunale di primo grado aveva ritenuto la Turchia “paese terzo sicuro”. A seconda della sentenza del tribunale, attesa entro la fine di marzo, potrà essere immediatamente rimandato in Turchia. Il verdetto potrebbe costituire un precedente e aprire le porte a ulteriori rinvii.

“Il fatto che i leader europei salutino come un successo un accordo che ha causato sofferenze incalcolabili mette in evidenza una verità: l’accordo tra Unione europea e Turchia non ha niente a che fare con la protezione dei rifugiati e ha tutto a che fare col proposito di tenerli fuori dall’Europa”, ha sottolineato Dalhuisen. “Questo accordo è una macchia sulla coscienza collettiva dell’Europa. Non dev’essere visto come un modello da imitare ma come un modello di disperazione per migliaia di persone che sono fuggite da guerre e conflitti in cerca di protezione”.

Foto: ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images

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