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Povertà, più degli assegni servono fondi di investimento

21 Marzo Mar 2017 1242 21 marzo 2017

Presentato oggi a Padova il rapporto 2017 della Fondazione Zancan. Il direttore Tiziano Vecchiato: «Mettiamo sul tappeto quattro linee di pianificazione a disposizione per un piano nazionale di lotta alla povertà che volesse affrontare in modi non conformistici e rituali la sfida che lo aspetta». I passaggi più significativi del dossier

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Bambini Povertà Unsplash Annie Spratt
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Presentato oggi a Padova il rapporto 2017 della Fondazione Zancan. Il direttore Tiziano Vecchiato: «Mettiamo sul tappeto quattro linee di pianificazione a disposizione per un piano nazionale di lotta alla povertà che volesse affrontare in modi non conformistici e rituali la sfida che lo aspetta». I passaggi più significativi del dossier

È stato presentato questa mattina a Padova il rapporto sulla lotta alla Povertà 2017 delle Fondazione Zancan intitolato “Poveri e così non sia”. Il documento firmato dal direttore Tiziano Vecchiato si sviluppa in tre parti. Nella prima – Poveri e così sia?– si cerca di analizzare come mai, guardando indietro nella storia, la programmazione non ha funzionato e non ha mantenuto le sue promesse e quali potrebbero essere le strade percorribili nella progettazione, nel senso e nella gestione delle scelte, evitando alcuni errori. Nella seconda parte – Risorse non governative – si guarda alle risorse a disposizione e ai margini di utilizzo innovativo, quindi, nella terza parte – Potenzialità da coltivare – si concentra l’attenzione sui potenziali di innovazione della lotta alla povertà, sia con lo sguardo degli operatori, «entrando nel merito della relazione “di aiuto e di potere” e di come trasformarla in incontri di capacità e risorse, cioè di incontro tra diritti e doveri»; sia con lo sguardo dei gestori, finanziatori e di quanti hanno interesse che le risorse vengano utilizzate al meglio, «misurando il loro impatto sociale per conoscere il valore economico e umano redistribuito». Il Rapporto si chiude quindi – spiega il direttore Tiziano Vecchiato «con una sintesi complessiva e una proposta che riguarda quattro linee di pianificazione a disposizione per un piano nazionale di lotta alla povertà che volesse affrontare in modi non conformistici e rituali la sfida che lo aspetta». Di seguito i passaggi più significativi del dossier.

Da dove cominciare
Un piano di lotta alla povertà può iniziare da due strategie complementari e in parte discusse negli ultimi anni nei nostri rapporti, dopo averle analizzate in termini di fattibilità. La prima si concentra sui potenziali del diverso utilizzo delle risorse, con scelte coraggiose di riconversione della spesa assistenziale. La seconda entra nel merito di come trasformare una parte di essa «da trasferimenti a servizi» per le persone e le famiglie. Il focus per entrambe è «da costo a investimento», per ottenere rendimento delle risorse a disposizione, in «concorso al risultato» per poter misurare l’impatto sociale generato (Vecchiato 2016e). Tra le fonti di risorse che oggi remunerano diritti discutibili con modi discutibili ne esemplichiamo quattro: gli assegni familiari (circa 6 miliardi di euro), una parte delle pensioni/assegni sociali e delle integrazioni al minimo delle pensioni di vecchiaia (quasi 10 miliardi di euro in tutto), le indennità di accompagnamento (circa 11 miliardi di euro), i trasferimenti a pioggia motivati in diversi modi. Queste fonti remunerano diritti discutibili in modi discutibili perché non tengono conto di tutti i mezzi economici (reddituali e patrimoniali) dei beneficiari, come nel caso delle integrazioni al minimo delle pensioni e delle indennità di accompagnamento. Il risultato è che una parte delle integrazioni sono destinate a persone che non ne hanno bisogno o che non hanno versato il necessario per ottenere quello che ricevono (Geron e Greco 2014)4. Le indennità di accompagnamento sono state giustamente riconosciute quando non era disponibile l’attuale rete di servizi sociosanitari ed educativi. Si è pensato che le capacità economiche non dovessero in inflluire nei modi di fruizione del beneficio, gestito quindi nella forma di «parti uguali tra disuguali», con la conseguenza che le persone ricche possono ricevere la stessa «misura» di indennità delle persone povere.

Tra le fonti di risorse che oggi remunerano diritti discutibili con modi discutibili ne esemplichiamo quattro: gli assegni familiari (circa 6 miliardi di euro), una parte delle pensioni/assegni sociali e delle integrazioni al minimo delle pensioni di vecchiaia (quasi 10 miliardi di euro in tutto), le indennità di accompagnamento (circa 11 miliardi di euro), i trasferimenti a pioggia motivati in diversi modi

Con equità e giustizia distributiva

Ai due casi considerati possono essere associati due piani di azione entrambi basati sul principio di «equità e giustizia distributiva», con una premessa «non mettere in discussione il diritto fin qui riconosciuto» ma riconoscerlo in diversa misura, dando di più ai poveri e meno ai ricchi. In questo modo l’effetto redistributivo all’interno della platea degli attuali destinatari si vedrebbe già nel breve periodo e si ridurrebbe sostanzialmente la povertà di quanti di loro vivono in condizione di maggior bisogno. Nel proporlo si può fare appello al principio costituzionale di solidarietà tra quanti condividono il problema e possono cer- care di affrontarlo insieme, con modalità mutualistiche capaci di integrare quelle scali.

Il risultato non sarebbe una negazione dei diritti acquisiti ma il riconoscimento di poterli esercitare in modi solidali, più giusti, con regole condivise dai destinatari. Nelle azioni di piano potrebbero essere previste forme di riconversione di parte dell’attuale spesa per trasferimenti in servizi agli aventi diritto, con modalità analoghe a quelle utilizzate negli accordi di welfare aziendale. Se così fosse, tra le azioni di piano si potrebbero includere forme di monitoraggio e valutazione di quanto e come, con equità e giustizia distributiva, migliora il rendimento dei diritti, con quali indici di ef cacia e con quali indici di impatto sociale. Le azioni di piano contribuirebbero al passaggio da gestioni a costo a gestioni a rendimento delle medesime risorse, con vantaggi misurabili e tali da evidenziare non solo se l’esigibilità dei diritti sia stata garantita ma anche «con quale rendimento» dei diritti per tutti gli interessati e per quelli in condizioni di maggior bisogno. Il risultato non sarebbe necessariamente frutto di obbligo ma di accordo solidale tra i titolari del diritto, da loro rimodulato in modo mutualistico.

Il ministro del Welfare, Giuliano Poletti

Da assegni a fondi di investimento

Nel caso degli assegni familiari il maggiore rendimento può essere ottenuto con una diversa gestione di una quota degli assegni familiari destinata a facilitare l’accesso ai servizi 0-3. Nella simulazione (Geron e Vecchiato 2014; 2015) abbiamo considerato la possibilità di utilizzare circa 1⁄4 dell’ammontare complessivo degli assegni (un miliardo e mezzo di euro) per gestire 200.000 nuovi posti nido, dando lavoro a circa 40.000 donne, con l’effetto sistemico di calmierare anche i costi di accesso per l’offerta attuale. L’azione di piano non comporta il venir meno del diritto per genitori e gli bene ciari degli assegni attuali ma, come nel caso precedente, un diverso esercizio del diritto, mettendo a rendimento 1⁄4 del valore in un «fondo prima infanzia» solidale. Compito del piano è implementare la costituzione e gestione del fondo nei necessari profili giuridici, nanziari, gestionali al ne di ottimizzare i bene ci per i destinatari e l’impatto sociale per le comunità locali. La riduzione della povertà riguarderebbe le madri interessate a nuova occupazione, con reddito per loro e rispettive famiglie. Si ridurrebbe anche il debito differito necessario per integrare le loro pensioni di ex disoccupate, dopo un’età lavorativa limitata dai tempi della disoccupazione. A seguito infatti degli elevati tassi di disoccupazione dei giovani (oggi intorno al 40%) molti comuni dovranno assisterli quando saranno pensionati poveri. Si tratterebbe inoltre di valutare se e come utilizzare parte dei proventi scali per integrare il fondo colmando simbolicamente il di- vario strutturale tra la spesa assistenziale per gli anziani e quella per infanzia e famiglia. I 200.000 bambini inclusi non sarebbero più poveri alimentari, cogni- tivi e relazionali (o a rischio di esserlo), perché queste esigenze fondamentali per crescere bene avrebbero risposta.

abbiamo considerato la possibilità di utilizzare circa 1⁄4 dell’ammontare complessivo degli assegni (un miliardo e mezzo di euro) per gestire 200.000 nuovi posti nido, dando lavoro a circa 40.000 donne, con l’effetto sistemico di calmierare anche i costi di accesso per l’offerta attuale

Concorso al risultato
Un’altra linea di piani cazione contro la povertà riguarda le erogazioni a pioggia da diverse fonti istituzionali (Stato, Inps, Regioni, Comuni). Ne abbiamo contate 65 a Milano al netto dei trasferimenti privati (Bezze e Geron 2012). Il dibattito sul reddito garantito non ha messo in discussione l’esistenza di questi numerosi ussi di redditi garantiti e categoriali boni cabili, quando si sovrap- pongono a vantaggio delle stesse persone e/o delle stesse famiglie. Buona l’idea di passare da tante misure a una misura governabile, tracciabile, trasparente ma non è chiaro se e quanti vogliono proprio questo. In questo caso l’azione programmatoria sarebbe chiamata a de nire modi e tempi della trasformazione, le modalità di gestione di «trasferimenti e servizi connessi», le modalità di pro- mozione e gestione del concorso al risultato dei bene ciari. Quest’ultimo aspet- to è infatti fondamentale per superare l’attivazione tradizionale, inconcludente, burocratica e passiva. È un passaggio necessario e fondamentale soprattutto per valorizzare le capacità di ogni persona e per lottare contro la povertà con i po- veri. Le modalità per agire in questa direzione sono descritte nella proposta di legge C. 3763 Disposizioni per favorire la coesione e la solidarietà sociale mediante la promozione di azioni a corrispettivo sociale. Entra nel merito delle modalità di accesso, fruizione dei bene ci, valorizzazione del concorso al risultato, valutazione del rendimento, dell’efficacia, dell’impatto sociale. La generatività in questo modo può farsi strada, diventare metodo e strategia per affrontare i problemi, con modalità commisurate ai biso- gni e alle capacità. Con gli incentivi messi a disposizione dalla riconversione dei ussi attuali si potrebbero incentivare numerosi cantieri di carità e giustizia per l’innovazione sociale. Non sarebbero un risultato riformistico o di aggiustamenti fatti di aggiustamenti, ma messa a nuovo nel nostro Paese delle forme stesse di trasferimenti per la lotta alla povertà, con soluzioni solidali, meno materiali- stiche, governate con una logistica delle capacità, necessaria per valorizzare il meglio che abbiamo a disposizione, le persone.

Missione possibile?
Se consideriamo i contenuti dell’attuale dibattito politico e culturale la ri- sposta è negativa, perché troppo concentrato sui bene ci monetari immediati e sul consenso che si può conseguire, dentro un’instabilità politica che ne ha un bisogno più che siologico. Ma l’insofferenza delle nuove generazioni è crescen- te, potrebbe arrivare a soglie incomprimibili, a cui dover dare risposta mettendo in discussione ingiustizie, privilegi, disuguaglianze, che dipendono da soluzioni di welfare superate e assistenzialistiche. Per questo è necessario parlarne, farsi trovare preparati quando l’impossibile di oggi diventerà medicina necessaria per una socialità malata, resiliente al cambiamento, prima che sia troppo tardi. L’insieme delle quattro operazioni esempli cate prima può mettere in gioco almeno metà dell’attuale spesa per assistenza sociale (25 miliardi di euro) e tra- sformarla in spesa capace di rendimento e rigenerazione valorizzando l’incontro tra diritti e doveri. Cosa aiuta e cosa non aiuta non è ignoto, è soprattutto evi- dente a circa tre quarti delle famiglie povere a cui lo abbiamo chiesto nelle più grandi città italiane. Questi genitori parlano con esempi di vita quotidiana di cosa le aiuta veramente, si dichiarano disposte ad aiutare mentre sono aiutate, raccontano di come lo fanno già, di come contribuiscono al bene proprio e di altri. Condividono i problemi e le soluzioni per tenersi vive, per non arrendersi, per il futuro dei loro bambini, perché la loro povertà non diventi una condanna irreversibile (Fondazione Emanuela Zancan e Fondazione L’Albero della Vita 2015). In tanti modi testimoniano i potenziali a disposizione, da non morti care e sottovalutare.

Dieci anni a disposizione
Per rendere operative le forme di lotta alla povertà che abbiamo esempli- cato saranno necessari anni di lavoro per progetti e con programmi capaci di andare oltre le criticità considerate nel dialogo con Alfred J. Kahn e nelle altre analisi che abbiamo proposto. Dieci anni non sono tanti e non bastano senza un’amministrazione straordinaria (progettuale) finalizzata a una grande opera sociale. Le risorse a disposizione infatti non sono soltanto quelle indicate nei paragra precedenti, che riguardano la spesa da riconvertire e portare a investimento. Ci sono anche ulteriori flussi di spesa che volutamente non abbiamo considerato, sono una riserva compensativa e hanno a che fare con i fondi regionali per i redditi garantiti, che tecnicamente sono in parte anche ussi europei, gestiti dalle regioni per la loro lotta alla povertà6. Li amministrano in modi tradizionali, senza rendicontazioni sociali adeguate. Altre fonti di risorsa sono nel capitolo «forme di agevolazione per la gestione dei servizi di interesse generale», a cui si pensava già 50 anni fa, ma poi rimasti fuori dalla portata delle politiche di lotta alla povertà.
Dieci anni signi ca 4+3+3, sono tre cicli per passare da scelte di infrastruttu- ra, a gestione di cantiere, a messa a disposizione di risultati misurabili ad esem- pio in termini di: occupazione di welfare, altro lavoro, riduzione della povertà di lungo periodo, tanti bambini meno poveri con risposte mirate... I punti di svolta culturale e pratica li abbiamo indicati, nascono da studi di fattibilità, da micro sperimentazioni, da analisi dei potenziali di rendimento e rigenerazione del valore investito e di quello investibile.
Chi aiuta e chi è aiutato sono insieme esposti ai rischi del passaggio dal sin- golare al plurale, dall’io al noi, insieme necessari per colmare le disuguaglianze. La piani cazione dovrà contemporaneamente proteggere la progettualità dalla politica, in particolare quella di corta visione e di breve periodo, rivendicando una delega alta e forte per gestire i cambiamenti. Serve cioè un’amministrazione straordinaria, come si è fatto per lottare contro la ma a o per affrontare altri grandi problemi ed emergenze, af dando necessariamente a un sistema di re- sponsabilità strategico e trasparente la possibilità di gestire il cantiere e conse- gnare i risultati. Senza nuove condizioni di lotta alla povertà i poveri non potran- no darsi, non potranno mettere in gioco e valorizzare il poco che diventa tanto, non saranno disposti a concorrere al risultato, per utilizzare i beni a disposizione senza consumarli così che possano rendere e rigenerare il valore a disposizione. Il tempo è poco, le condizioni non ci sono, è s da quasi impossibile e va affrontata prima che sia troppo tardi.

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