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Unione Europea

Cercasi disperatamente visione sulle cause (vere) dei fenomeni migratori

26 Marzo Mar 2017 0953 26 marzo 2017
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A Roma si celebra il 60° anniversario del Trattato di Roma e un progetto politico fuori dal comune nella storia europea. Ma oggi l'Unione Europea barcolla. Oltre alla crisi economica e sociale, a rimettere in discussione il progetto europeo sono i fenomeni migratori. Secondo l'ex numero uno della protezione civile dell'Ue e oggi in forza ad Emergency, Agostino Miozzo, a Bruxelles e nelle capitali del Vecchio continente mancano una visione e una cabina di regia in grado di affrontarne le cause.

Scrivere oggi di migrazioni pare essere un esercizio superfluo dal momento che sull’argomento compare quotidianamente un’immensa quantità di analisi, dati e proiezioni oltre a una vera invasione di commenti e dibattiti televisivi e negli innumerevoli workshop dedicati. Mi cimenterò comunque nel tentativo di aggiungere qualche riflessione.

L’analisi delle cause

Un elemento pressoché assente dalle analisi di cui sopra è generalmente il riferimento alle cause. Il dibattito in corso sull’emergenza migrazioni riferisce quasi esclusivamente a proposte di soluzioni del problema, all’individuazione di metodi per contenere e ridurre l’afflusso, per rispedire i migranti nei paesi di provenienza; tutte ipotesi d’intervento che hanno caratteristiche necessariamente “emergenziali”.

Se escludiamo qualche circolo intellettuale e qualche seria, benché rara, analisi del fenomeno, possiamo quindi dire che l’analisi delle cause dei processi migratori e soprattutto le cause che riferiscono alle guerre sono state, di fatto, rimosse dalle discussioni.

Raramente soprattutto nelle comunicazioni televisive si fa riferimento alla guerra come causa principale delle attuali massicce migrazioni, e riferendosi alla guerra dire che le migrazioni si fermeranno quando i conflitti avranno finito di seminare morte e devastazioni. Un assunto drammaticamente vero ma distrattamente considerato.

E’ bene evidente che rimuovere così scientificamente l’analisi delle cause impedisce di comprendere gli errori compiuti e quelli che ci accingiamo a fare, mi riferisco alle azioni “umanitarie”, ai programmi di cooperazione, ai tentativi di ricostruzione di strutture politiche e sociali distrutte e talvolta inesistenti.

Sappiamo tutti che l’attenta analisi delle cause comporta il rischio di chiarire responsabilità nella genesi e nella gestione dei conflitti, oltre che dello stato di povertà estrema.

Sappiamo tutti che l’attenta analisi delle cause comporta il rischio di chiarire responsabilità nella genesi e nella gestione dei conflitti, oltre che dello stato di povertà estrema.

Guerra in Afghanistan nel quadro della lotta contro il terrorismo.

Amnesia collettiva sulle origini e le responsabilità dei fenomeni migratori

Le cause sono così sfumate nella memoria collettiva, lasciando in eredità, grazie a una sapiente gestione e alla sempre più marcata manipolazione dei media (in particolare dei social media), solo gli aspetti positivi di quanto realizzato attraverso azioni militari che hanno raggiunto l’obiettivo.

Dell’Afghanistan ci ricordiamo certamente della morte di Osama Bin Laden, della Somalia lo spettacolare sbarco dei Marines a Mogadiscio, della Libia la “guerra chirurgica” con la cruenta uscita di scena di Gheddafi, così come per l’Iraq, la morte del dittatore Saddam Hussein e con lui l’eliminazione del rischio di utilizzo di armi chimiche.

Tutto il resto, il contorno, i seguiti e le conseguenze di operazioni militari, magari spettacolari e buone per la produzione di film in stile Hollywood, è raramente portato all’attenzione dell’opinione pubblica né tantomeno messo in discussione.

Eppure l’UHNCR ci ricorda quotidianamente che la stragrande maggioranza di migranti che nel corso dei mesi passati ha reso così drammatica la percezione dell’opinione pubblica europea provengono da tre paesi: Somalia, Siria e Afghanistan, paesi dove le responsabilità dell’occidente nel portare e governare la “guerra giusta” o il “diritto di proteggere” sono evidenti.

Se ci rivolgiamo alle cosiddetta emigrazione “economica” utile sarebbe ricordare tra le cause delle migrazioni le forme di sfruttamento coloniale dei paesi in questione, ma ancor più utile sarebbe analizzare le attuali modalità, più subdole e perverse, di depredamento delle economie e delle risorse. Un depredamento attuato attraverso molteplici forme di furto organizzato, benché legittimato da varie forme di corruzione di classi dirigenti locali ben disposte a queste sollecitazioni.

Questo nuovo metodo, meno spettacolare delle vecchie forme di colonialismo, consente un immutato sfruttamento di risorse minerarie piuttosto che il devastante fenomeno del “land grabbing”, la sottrazione di enormi aree agricole finalizzate a monoculture nelle mani di grandi multinazionali che non portano alcuna ricchezza alle popolazioni locali. Si tratta di esportazione netta dei beni del paese che generano povertà estrema e conseguente migrazione alla ricerca di condizioni di vita più umane: questo è il nuovo modo di “aiutarli a casa loro”.

Questo nuovo metodo, meno spettacolare delle vecchie forme di colonialismo, consente un immutato sfruttamento di risorse minerarie piuttosto che il devastante fenomeno del “land grabbing”.

La risposta europea alla crisi migratoria

La solidarietà e la commozione collettiva generata dalla fotografia del piccolo Hayan esamine su una spiaggia greca ha avuto effetti assai poco incisivi nelle nostre coscienze, ben presto rimossa e sostituita da ben altre emozioni negative opportunamente sfruttate da politici, xenofobi e razzisti, che commentavano l’invasione delle sacre terre dell’Europa da parte di migliaia di disperati che si affacciavano alle nostre frontiere.

Parliamo di meno di mezzo milione di persone negli ultimi due anni, lo 0,1 per cento della popolazione europea! E l’abbiamo definita apocalisse, migrazione biblica, disastro incommensurabile.

Ben pochi si sono alzati a commentare e difendere la realtà dei fatti e dei numeri. Molti (anche tra i progressisti) si sono invece messi di buona lena a inventare isteriche e irrazionali risposte alla crisi attraverso soluzioni di tipo emergenziale che se confrontate con analoghe iniziative realizzate nel passato dimostrerebbero l’assoluta inconsistenza e l’incapacità di dare risposte concrete e stabilizzanti le crisi; parliamo di analoghi interventi che nel passato non hanno modificato minimamente le condizioni di vita delle popolazioni interessate e che hanno spesso, paradossalmente, “alimentato” i conflitti attraverso fiorenti mercati neri utili alle economie di guerra di cui hanno beneficiato solo i signori della guerra e non certo il popolo; basta ripercorrere la storia della Somalia dal 1991 ad oggi per averne una rappresentazione evidente.

In questo clima di “Armagheddon” qualcuno alzava muri altri pensavano più “umanitariamente” di stanziare risorse aggiuntive, in fondo è sempre e solo questione di soldi!

Parliamo di meno di mezzo milione di persone negli ultimi due anni, lo 0,1 per cento della popolazione europea! E l’abbiamo definita apocalisse, migrazione biblica, disastro incommensurabile.

La risposta all’evento invece della prevenzione della crisi, eppure su assunti del tipo “meglio prevenire che curare”, si sono consumati vagoni d’inchiostro, milioni di dotte disquisizioni, si sono stabiliti obiettivi del millennio piuttosto che dell’Agenda 2030.

Ma la comunità dei donatori è sempre impreparata alle crisi, benché anche questa emergenza fosse stata ampiamente annunciata da eventi noti e sotto gli occhi di tutti; eventi che si sono consumati (per la Siria) a partire dal 2011 con quel devastante conflitto sostenuto politicamente e militarmente da alcuni paesi europei che vedeva giorno dopo giorno milioni di persone in fuga, prima all’interno della stessa Siria e poi nei paesi limitrofi.

Come potevamo immaginare che il Libano, paese di sei milioni di abitanti, potesse accogliere silenziosamente un milione e mezzo di profughi, la Giordania un milione, la Turchia più di due milioni?

Troppe risposte, poca prevenzione

E’ ben noto che l’occidente è sempre e solo preparato a rispondere alle crisi. In fondo politicamente rende di più l’azione piuttosto che il lavoro di prevenzione che è un lavoro duro da fare sottotraccia, poco visibile e poco spendibile mediaticamente!

Lo immaginiamo un Salvini o una Le Pen ad uno dei tanti tavoli negoziali per la soluzione del conflitto in Siria, o in una anonima commissione delle UN per trovare risposta alle politiche depredatorie in campo agricolo in Africa difendendo i contadini contro le potenti lobby delle multinazionali? Meglio il fronte della protesta degli anonimi corridoi della diplomazia; rende molto di più!

Vanno quindi bene e sono accettabili a tutti i pacchetti di aiuti umanitari che nello specifico sono stati identificati con il meeting della Valletta a Malta per poi confluire nel Trust Fund per l’Africa; un enorme borsellino che elenca una innumerevole serie di progetti i cui titoli sono la replica di tante, analoghe iniziative già viste nel recente passato.

E’ ben noto che l’occidente è sempre e solo preparato a rispondere alle crisi. In fondo politicamente rende di più l’azione piuttosto che il lavoro di prevenzione che è un lavoro duro da fare sottotraccia, poco visibile.

Le motivazioni dell’esercizio sono quelle di intervenire sulle “root causes of destabilisation, despalcement and irregular migration”.

Ma come possiamo sperare nel successo di queste operazioni se migliaia di analoghe iniziative non hanno mai portato al benché minimo risultato pur utilizzando gli stessi metodi d’intervento, le stesse organizzazioni, le stesse risorse umane e materiali.

Come possiamo immaginare che la crisi e la conseguente emigrazione dalla Somalia troveranno una soluzione finanziando 4.8 milioni di € per “promuovere una cultura di tolleranza e dialogo in Somalia” o per “closing the gaps in the management of refugee and returnees” con 5 milioni di €.

Come immaginiamo di ridurre l’emigrazione dal Sudan attraverso 7.8 milioni per “mitigare le azioni del Niño in Darfur e Red See”?

Potrei citare un centinaio di esempi analoghi ai pochi sopra elencati per far sorgere qualche domanda sull’approccio “innovativo” trovato in ambito europeo per far fronte alla crisi migratoria.

Preferisco invece riportare alcuni commenti da un rapporto della “European Court of Auditors” su “EU external migration spending in Southern Mediterranean and Eastern Neighbourhood cointries until 2014” di cui trascrivo alcune frasi ritrovabili nell’executive summary:

Come possiamo immaginare che la crisi e la conseguente emigrazione dalla Somalia troveranno una soluzione finanziando 4.8 milioni di € per “promuovere una cultura di tolleranza e dialogo in Somalia”?

The EU’s external migration spending was governed by a wide range of general objectives. The total amount of expenditure charged to the EU budget could not be established in the course of the audit, nor was it clear whether expenditure had been directed in line with the intended geographical and thematic priorities.

Based on an examination of selected projects, we conclude that the effectiveness of the EU’s external migration spending (TPMA and ENPI) in the Southern Mediterranean and Eastern Partnership countries can be improved. It was often difficult to measure the results achieved by EU spending because of objectives covering a very broad thematic and geographical area and the lack of quantitative and results-oriented indicators. The contribution of migration to development, which is one of the priorities of the global approach to migration and mobility (GAMM), was difficult to assess. Finally, to judge from the projects examined, the contribution made by migrants returning to their home country was limited.

Conferenza su Ebola a Bruxelles nel 2015.

Mi sembra superfluo commentare le frasi sopra riportate, ma è forse utile chiedersi se la decisione di ricorrere a questi grandi sforzi operativi e finanziari sia di tanto in tanto sottoposta ad analisi strategica che parta dalle famose “lessons learned”.

Se l’analisi delle lezioni apprese risulta irrilevante ci si deve chiedere quale sia l’utilità di mantenere attiva la Corte dei Conti Europea, grande strumento di controllo così poco ascoltato dagli Stati Membri.

Sviluppo o sicurezza?

Devo però riconoscere che ciò che più m’inquieta in questa lunga lista di iniziative promosse è l’opzione di utilizzare buona parte dei fondi disponibili per progetti orientati al rafforzamento delle strutture di sicurezza: polizia, guardie di frontiera, sistemi giudiziari, porti e aeroporti con i relativi mezzi di monitoraggio, controllo e repressione.

Sostenere il rafforzamento della sicurezza è un’azione legittima e auspicabile nell’opera di aiuto alla costruzione di governi che abbiano un minimo di stabilità e controllo del territorio. Lo è molto meno in realtà ove la capacità di controllo del paese e delle popolazioni residenti è così fragile e ridotta.

Deve essere chiara la distinzione della destinazione di fondi destinati allo sviluppo delle economie e della società da quelli destinati alla sicurezza.

ciò che più m’inquieta in questa lunga lista di iniziative promosse è l’opzione di utilizzare buona parte dei fondi disponibili per progetti orientati al rafforzamento delle strutture di sicurezza.

Un “piano Marshall” per lo sviluppo delle economie locali

Assai discutibile è ad esempio la concentrazione di risorse destinate a potenziare la sicurezza nell’area sub sahariana (Niger, Nigeria, Ciad, Mali etc) in assenza di un vero, consistente “piano Marshall” che veda un reale sviluppo delle economie locali. Uno sviluppo non effimero ma sostanziale che possa supplire e sostituire l’economia generata dal transito legale e illegale dei profughi. È un pò la stessa vicenda del programma di controllo dei pirati in Somalia, progetto che è costato centinaia di milioni di euro ai contribuenti europei che ha visto una assai discutibile e quantomeno precaria soluzione del problema, se è vero che la scorsa settimana è stato registrato un nuovo episodio di pirateria dalle coste somale. Prodotto di un abbassamento della guardia, della stanchezza dell’apparato militare di pattugliare uno sterminato territorio marino, della “donor fatigue” per mantenere questo enorme e ben poco efficiente sistema di controllo?

Quante belle attività di sviluppo economico e sociale si sarebbero potute realizzare a favore delle comunità somale della costa che vivono oggi grazie alle risorse generate dai pirati? La lotta perdente con i mezzi sinora utilizzati per eliminare le coltivazioni di coca o di papavero da oppio dovrebbe insegnarci qualcosa a proposito!

Concentrare l’attenzione sui temi della sicurezza in paesi fragili come quelli in esame non ha mai dato riscontri positivi, ne ha mai dimostrato efficacia nell’interrompere flussi di persone che vogliono fuggire alla ricerca di soluzioni di vita più compatibili. Non saranno mai le barriere fisiche o giuridiche erette dai regimi a interrompere i flussi di coloro che cercano una via di fuga, potranno rallentarli ma mai interromperli.

Se ben ricordo qualche tempo fa il Ministro Calenda, allora Ambasciatore Italiano presso l’UE, aveva proposto un pacchetto coraggioso d’iniziative per affrontare la crisi di molti paesi africani, un vero “Piano Marshall” e non il ricorso all’ennesima distribuzione d’inutili prebende caritatevoli. Quel progetto è stato ampiamente annacquato, rimosso e sostituito, sono mancati per l’ennesima volta il coraggio e la forza di cambiare.

Concentrare l’attenzione sui temi della sicurezza in paesi fragili come quelli in esame non ha mai dato riscontri positivi, ne ha mai dimostrato efficacia nell’interrompere flussi di persone che vogliono fuggire alla ricerca di soluzioni di vita più compatibili.

L’accordo vergognoso con la Turchia

Un ulteriore elemento di preoccupazione rivolto all’Europa è quello che deriva dalla firma di accordi con paesi terzi: la Turchia e l’Afghanistan per la riammissione di migranti “irregolari” presenti sul territorio europeo.

Il “Joint Way Forward on Migration issues between Afghanistan and EU” è un vero insulto ai principi di tutela dei diritti umani e dei migranti, che inserisce oltretutto l’elemento orripilante di rimpatrio forzato dei minori non accompagnati. Quel documento sottoscritto dall’UE è stato contestato da molte organizzazioni della società civile per i suoi contenuti e per il fatto che falsifica la realtà di un paese tuttora in guerra che per ragioni politiche abbiamo deciso debba essere considerato sicuro, meritevole quindi di essere compatibile con i rimpatri.

Analogo discorso vale per l’accordo con la Turchia, destinando ad Ankara miliardi di euro affinché i turchi impediscano il transito di disperati fuggiti dalle bombe e dai terroristi dell’ISIS. Non ho letto, ma potrebbe essermi sfuggito, analisi fatte dal SEAE o dall’UE sulle condizioni dei profughi in Turchia o nelle isole greche da cui non possono fuggire, per riscontrare se effettivamente l’accordo con Erdogan rispetta i diritti umani e i soldi europei servono a far vivere decorosamente i profughi siriani in quel paese?

Non ho letto, ma potrebbe essermi sfuggito, analisi fatte dal SEAE o dall’UE sulle condizioni dei profughi in Turchia o nelle isole greche da cui non possono fuggire, per riscontrare se effettivamente l’accordo con Erdogan rispetta i diritti umani.

Immigrazioni e Italia

Ultimo capitolo del mio percorso sul tema migrazioni riguarda il nostro paese.

Lavorando oggi con EMERGENCY ho avuto modo di visitare hot spot, centri di accoglienza per minori, discutere con istituzioni centrali e periferiche.

Nel complesso, al di là delle analisi isteriche fiorenti nella narrativa “terroristica” di alcuni politici e giornalisti, e al netto delle speculazioni di cui “mafia capitale” è stata evidente espressione di malcostume, bisogna riconoscere che la gestione dell’attuale emergenza migranti vede le nostre istituzioni impegnate seriamente sul territorio. Cito il territorio per dire che la periferia risponde all’emergenza molto meglio di quanto accada a livello centrale.

Ho visto e incontrato straordinari Prefetti e funzionari delle Prefetture e delle Questure in Sicilia e altrove, estremamente motivati e coinvolti, come molti funzionari delle Regioni e degli enti locali, splendidi Sindaci e assessori dedicati e coinvolti personalmente e istituzionalmente, come tanti volontari di Organizzazioni territoriali che fanno un lavoro meritevole, che vivono e producono esperienze di integrazione stupende.

Una sana e intelligente gestione del fenomeno potrebbe diventare una risorsa e non un peso per la società, come autorevoli analisti hanno più volte riscontrato.

C’è qualcuno che pilota l’areo?

Esperienze poco raccontate dai media che prediligono sempre il pathos rappresentanto dal dramma di dieci donne rifiutate da un paese dell’Emilia, piuttosto che raccontare la violenza di un africano nei confronti di una giovane donna italiana. Media poco inclini a descrivere le condizioni impressionanti in cui migliaia di questi disgraziati sono costretti a vivere, terreno fertile per sviluppare sentimenti di odio e rivendicazione e per reclutamenti illegali da parte di organizzazioni criminali.

Distinguevo tra periferia e livello centrale perché se vedo un gap impressionante nel nostro paese è proprio nel fatto che oggi tutti in Italia si occupano e preoccupano di gestire l’emergenza migranti nella totale assenza di una evidente e chiara cabina di regia del fenomeno che dovrebbe essere necessariamente a Palazzo Chigi.

Oggi di migranti si occupano i Ministeri degli Esteri, Interni, Difesa, Salute, Giustizia, Trasporti, Lavoro, Pubblica Istruzione, Regioni, Municipalità, Croce Rossa, ONLUS, ANCI, Conf. Stato Regioni, Agenzie delle Nazioni Unite e Organizzazioni Internazionali.

Urge una visione olistica

Una grande orchestra di enti e istituzioni pubbliche e private, diverse per mandato e competenza. Diretta da chi, ci sarebbe da chiedersi, visto che di volta in volta sentiamo parlare il Ministro o il politico di turno di attività inerenti l’emergenza migrazioni, ma raramente si ha l’impressione di ascoltare un messaggio concertato frutto di una visione olistica, che renda il concorso delle diverse istituzioni una sinfonia accettabile e non una cacofonia come quella che quotidianamente ascoltiamo.

Personalmente auspico che il Governo si faccia carico di questo strumento, visto che ne ha ampiamente usufruito per altri scopi, analogamente nobili ma direi assai meno impegnativi di questo. Una Cabina di Regia che consenta di elaborare e dare messaggi chiari e non parziali e settoriali, che contribuisca a facilitare il lavoro delle diverse istituzioni favorendo, o imponendo se necessario, forme intelligenti di coordinamento ad evitare sovrapposizioni, duplicazioni e dispendio di energie. Una sana e intelligente gestione del fenomeno potrebbe diventare una risorsa e non un peso per la società, come autorevoli analisti hanno più volte riscontrato. Facciamo una volta tanto uno sforzo per far capire all’Europa che non esiste solo la necessità di ergere barriere come soluzione a grandi problemi. I Padri fondatori questo immaginavano quando sottoscrissero gli atti fondanti l’Unione.

Foto di copertina: Kabul. Wakil Kohsar/Getty Images.

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