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Crepet e la sua perizia per Lottomatica: cui prodest?

28 Marzo Mar 2017 1355 28 marzo 2017

Sta suscitando dibattito il parere "pro veritate" che il noto psichiatra ha redatto per la multinazionale dell'azzardo Lottomatica, dove afferma che esisterebbe un diritto a farsi ingannare e a coltivare i propri sogni anche davanti a una slot machine. Bei sogni! Il problema, però, non sono né Crepet né le sue debolissime argomentazioni, ma Lottomatica: perché una multinazionale con questa potenza di fuoco accetta un discorso perdente in partenza e porta il dibattito a un livello di superficialità senza eguali? Siamo davanti a colossi multimilionari dai piedi d'argilla, vittime di un vuoto istituzionale che assicura fatturati, ma azzera il senso

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Crepet
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Sta suscitando dibattito il parere "pro veritate" che il noto psichiatra ha redatto per la multinazionale dell'azzardo Lottomatica, dove afferma che esisterebbe un diritto a farsi ingannare e a coltivare i propri sogni anche davanti a una slot machine. Bei sogni! Il problema, però, non sono né Crepet né le sue debolissime argomentazioni, ma Lottomatica: perché una multinazionale con questa potenza di fuoco accetta un discorso perdente in partenza e porta il dibattito a un livello di superficialità senza eguali? Siamo davanti a colossi multimilionari dai piedi d'argilla, vittime di un vuoto istituzionale che assicura fatturati, ma azzera il senso

Sta suscitando dibattito il parere "pro veritatate" che il noto psichiatra Paolo Crepet ha redatto per Lottomatica, in vista del ricorso (poi perso dalla multinazionale dell'azzardo) presentato contro il regolamento no slot del comune di Bergamo.

Noto volto della televisione, Crepet afferma che esisterebbe un diritto ai sogni, ovvero un diritto a farsi ingannare. Poiché tutti i sogni hanno un prezzo, il prezzo di questo sogno è messo nero su bianco dai conti del 2016: 96 miliardi. Tanto gli italiani hanno sperperato in azzardo legale. Al contrario di Crepet, due Premi Nobel per l'Economia, Akerlof e Shiller, parlano di questo inganno perpetrato dall'azzardo di massa (lo chiamano phishing, truffa) come di una vera peste: «cellule cancerose innestate nel corpo sociale».

Sia come sia, davanti alla prova della realtà, per Crepet esisterebbero comunque «alcuni effetti potenzialmente positivi del gioco, quali la socializzazione, il diritto al sogno, la possibilità di alleviare la propria amarezza e la propria tristezza: non credo che tocchi allo Stato disciplinare anche i sogni e le speranze». Inoltre, lo psichiatra evoca genericamente il fantasma del «grande proibizionismo americano degli anni '30». Affermazioni di parte, che proprio essendo di parte sono criticabili ma tenendo conto che hanno un committente e, nei paletti di una professionalità che nessuno discute, anche una finalità abbastanza palese.

Il problema cruciale, allora, non sono né Crepet né le sue debolissime argomentazioni, ma Lottomatica. Ovvero il committente

Non accettabile, ma comprensibile è che chi fa business cerchi di condizionare il senso comune, corrodendo il buon senso, sfruttando la popolarità televisiva di calciatori, cantanti e persino professionisti della cura. Ma - sempre partendo da una logica di mero business - è davvero incomprensibile come si possa pensare che questo abbia effetti in altra sede, nello specifico in un tribunale o in consessi che, oramai, per restare alla metafora di Shiller e Akerlof, non abboccano.

La perizia di Crepet non è un caso isolato, altro problema è aperto dalla perizia del professor Barbaranelli (o del suo collega Vecchione, ancora non si è capito) dell'Università di Roma, caso del quale già abbiamo parlato.

Resta da capire perché una multinazionale con questa potenza di fuoco accetta un discorso perdente in partenza e porta al Tar un ricorso supportato da una perizia che, di fatto, nulla dice e quel poco che dice è facilmente smentibile dai fatti

Ci saremmo aspettati una potenza di fuoco vista la crucialità del caso-Bergamo per il comparto dell'azzardo e per i miliardi che muove. Ci saremmo aspettati intere università o centri di ricerca locali o esteri - sempre assetati di risorse, d'altronde -mobilitati per decostruire ciò che le reti di volontari e i ricercatori più coerenti con una vocazione sociale e al bene comune da tempo stanno mettendo in evidenza.

Siamo così davanti a un paradosso, che però è costitutivo delle contraddizioni del settore del gambling: colossi multimilionari dai piedi d'argilla, vittime dello stesso vuoto culturale che porta miliardi - 96, ripetiamolo, i miliardi del fatturato complessivo del settore nel 2016 - ma annienta ogni risposta istituzionale o culturale che abbia, per essere concreta, bisogno di poggiare su un senso.

Ci saremmo aspettati un esercito napoleonico di clinici, sociologi, epidemiologi schierati a difesa del castello finanziari che chiamiamo azzardo. Invece? Niente di tutto questo. E questo niente, questo vuoto, fa da cornice al tutto e, restando senza un perché sconcerta ben più del quadro tratteggiato nel suo parere da Paolo Crepet. Cui prodest?