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Il caso

Ong, quel video che prova solo uno strano modo di fare giornalismo

27 Aprile Apr 2017 1025 27 aprile 2017
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La madre di tutte le prove per avvalorare l’accusa secondo cui le navi delle organizzazioni non governative sarebbero in combutta con gli scafisti libici è un video de La Stampa commentato da Fabio Albanese. Prova rimbalzata su tante altre testate. Un video però in cui si vede gente mandata a morire e niente altro

È un video ripreso con il cellulare. Di quelli mossi con la visuale di chi lo sta filmando. In sottofondo il commento di un giornalista de La Stampa che lo ha pubblicato. Sarebbe questa la madre di tutte le prove conto le ong italiane, accusate in prima battuta da Frontex e poi dal vice presidente della Camera Luigi Di Maio di essere in realtà in contatto con gli scafisti. Un’accusa durissima: invece di salvare vite le ong sarebbe solo l’ultimo step del percorso che porta i profughi dai Paesi di provenienza all’Italia. Il video naturalmente è stato riproposto su tante altre testate.

Ma cosa si vede nel video? Questo è il problema: niente. O almeno nulla se non si guarda con gli occhiali cinici dell’accusa.

Il giornalista che fa da voce narrante, dopo aver descritto con dovizia di particolari l’imbarcazione e la situazione a bordo, inanella una serie di forse e di condizionali. «È la costa della Libia, forse la zona di Zuara», «Il filmato è di qualche tempo fa, forse dei drammatici giorni di Pasqua», «sembrerebbe uno scafista vero», «una tecnica che sarebbe avvalorata anche dal fatto che lo scafista lascerebbe l’imbarcazione e salirebbe su una moto d’acqua». In chiusura vengono meno i condizionali e si passa alle certezze: «Di lì a poco i migranti verranno trasbordati su una nave di Medici Senza Frontiere».

Se si ripercorrono però le immagini risultano chiare alcune cose.

La prima, la più importante, è che il nesso tra scafisti e ong non c’è. Non si vedono mai le navi dei soccorsi, tranne quando i profughi sono ormai stati tratti in salvo. E non si vedono mai scafisti e volontari delle ong avere contatti.

La seconda è che le immagini si riferiscono alla parte iniziale del viaggio, si vede distintamente la costa e le case. Dunque, stando al filmato, non vedendosi all’orizzonte le navi di soccorso, si può concludere che stando al video le ong non sono entrate in acque territoriali libiche.

Infine la parte che forse lascia più sbigottiti. Di fronte a immagini evidenti che restituiscono in modo inequivocabile come i trafficanti di uomini siano totalmente disinteressanti della sorte dei profughi, tanto da abbandonarli in mare al proprio destino e a morte certa, il giornalista commenta letteralmente: «Una moto d’acqua naviga affianco del barchino, la sorveglia, e indica la rotta verso le navi di soccorso al di là delle acque territoriali libiche». Perché, per La Stampa, al di là del Mare non c’è l’Italia, non c’è l’Europa, non c’è la salvezza cui anelano queste persone. Ma le navi delle ong.

Di fronte a uomini che vengono mandati a morire lo scandalo è che c’è qualcuno che questa gente la salva in mezzo al mare.

Alla scuola di giornalismo insegnano che il diritto di cronaca del professionista ha tre limiti: verità, continenza e pertinenza. A quanto pare è un modo di dire.

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