Idee

La via cooperativa alla rivoluzione digitale

28 Aprile Apr 2017 1040 28 aprile 2017

L'intervento del presidente di Federsolidarietà/Confcooperative e portavoce dell'Alleanza delle cooperative sociali: «Quello di cui abbiamo bisogno è invece pensare che la ricchezza che le nuove tecnologie consentono di produrre, anche senza l’apporto del lavoro umano, vada investita principalmente in beni comuni: il welfare, la cultura, l’ambiente»

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L'intervento del presidente di Federsolidarietà/Confcooperative e portavoce dell'Alleanza delle cooperative sociali: «Quello di cui abbiamo bisogno è invece pensare che la ricchezza che le nuove tecnologie consentono di produrre, anche senza l’apporto del lavoro umano, vada investita principalmente in beni comuni: il welfare, la cultura, l’ambiente»

Oggi la nostra sfida e quella del Paese dovrebbe essere quella di promuovere un welfare 4.0 e un mutualismo 4.0 e non solo un industria 4.0, dove il modello dell’economia cooperativa rappresenti una forma di tutela e di salvaguardia dell’economia reale, del lavoro e dei legami sociali. Certo la rivoluzione digitale impatta fortemente sull’organizzazione del lavoro. Nei prossimi anni dovremo impegnarci a fondo per proteggere la dignità del lavoro: a cominciare certo anche dal lavoro di cura, che svolgono tantissime cooperative, ancora poco riconosciuto e valorizzato come sanno bene i nostri lavoratori; ma più in generale la questione del lavoro riguarderà sempre più anche come accompagnare la conversione digitale. In molti casi questo si traduce con una scomparsa di posti di lavoro “tradizionali” e con la creazione di nuovi lavori grazie alle innovazioni tecnologiche. Tuttavia le previsioni su queste trasformazioni descrivono un quadro che lascerà un saldo negativo di molti milioni di disoccupati in Europa, se non attiveremo forme di verse di governance dell’economia e del lavoro. Infatti queste previsioni sono fatte sulla base del modello economico prevalente, che continua a vedere il lavoro come un costo da contenere, per consentire ai grandi azionisti di veder crescere la remunerazione dei loro capitali finanziari. Quello di cui abbiamo bisogno è invece pensare che la ricchezza che le nuove tecnologie consentono di produrre, anche senza l’apporto del lavoro umano, vada investita principalmente in beni comuni: il welfare, la cultura, l’ambiente. Dobbiamo quindi affiancare alla rivoluzione digitale anche una “rivoluzione della sostenibilità” fatta di investimenti nelle energie rinnovabili, nel riuso dei materiali, nella cura dell’ambiente, nella manutenzione del territorio e dei beni cultuali e poi, in special modo, nella cura delle persone. Sono tutti questi settori ad alta intensità di lavoro nei quali le cooperative stanno già lavorando con successo, occupando per altro percentuali più elevate di donne lavoratrici, ma è indispensabile che cittadini, politica e istituzioni agiscano per la conversione del modello economico per orientarlo verso la sostenibilità. Serve un “piano industriale ecologico e sociale” che crei le condizioni per dare un futuro al lavoro che lo ricollochi al centro dell’attenzione delle politiche di sviluppo economico. Credo che noi tutti nel movimento cooperativo possiamo avere qualcosa da dire e da fare perché le trasformazioni economiche e imprenditoriali in corso continuino a tenere le persone al centro.

Serve un “piano industriale ecologico e sociale” che crei le condizioni per dare un futuro al lavoro che lo ricollochi al centro dell’attenzione delle politiche di sviluppo economico. Credo che noi tutti nel movimento cooperativo possiamo avere qualcosa da dire e da fare perché le trasformazioni economiche e imprenditoriali in corso continuino a tenere le persone al centro.

Di queste forme di innovazione abbiamo grande necessità per poter soddisfare nuovi e crescenti bisogni di cura e di protezione sociale, per assicurare adeguata sostenibilità economica al welfare di molti Paesi Europei. Le grandi e le piccole innovazioni, che grazie alle nuove tecnologie digitali possiamo rendere sempre più condivisibili e accessibili, confermano le definizioni di quella che viene chiamata economia della conoscenza e delle informazioni. Inoltre, a proposito di innovazione, credo sia anche il tempo di metter in evidenza la dimensione sociale e collettiva delle innovazione. Anche nei settori a più alto contenuto tecnologico, raramente esistono innovatori geniali e autosufficienti che fanno una scoperte in perfetta solitudine, nel chiuso di un laboratorio. Ad esempio lo smartphone (oggetto iconico dell’innovazione di questi ultimi anni) nasce dalla combinazione di diverse scoperte scientifiche nate in tempi e in aziende diverse, in molti casi anche grazie ad investimenti fatti dallo Stato Federale Americano, che Apple ha avuto il grande merito di combinare in un prodotto rivoluzionario. Questo fatto è molto interessante perché mette in risalto non solo questa dimensione “stratificata” dell’innovazione, ma anche il fatto che anche la più grande e ricca azienda del mondo, fa innovazione certamente grazie alle sue grandi capacità, ma anche grazie ai risultati delle “ricerche pubbliche”. L’innovazione quindi, anche quella tecnologica, non è patrimonio esclusivo delle grandi imprese e investitori privati. Ma nasce dalla capacità di sviluppare forme di collaborazione tra imprese e soggetti diversi. Questo ci insegna che anche nella più avanzata frontiera dell’innovazione tecnologica applicata l’aspetto vincente è la capacità di combinare elementi diversi e che questa capacità aumenta quando si lavora in sistemi aperti ed ha una forte “impronta collettiva”. Se questo vale per le innovazioni tecnologiche, vale a maggiore ragione quando trattiamo di innovazione sociale. Anzi, poiché l’innovazione è sempre più il risultato di attività collegiali e di collaborazione aperta, potremmo spingerci a sostenere l’ardimentosa tesi che “l’innovazione sociale favorisce l’innovazione tecnologica”.

In un certo senso non dobbiamo sottovalutare il fatto che la grande attenzione (politica, mediatica e accademica) che stanno riscuotendo concetti quali “economia collaborativa” ed “economia circolare” si sviluppano su piattaforme che hanno una funzionalità cooperativa, deprivata però del principio mutualistico

Giuseppe Guerini

Possiamo allora spingerci a sostenere che la prima attitudine che le imprese sociali debbono coltivare e promuovere, per favorire l’innovazione, è proprio quella di continuare ad agire e ad immaginarsi come “piattaforme di collaborazione” capaci di includere più portatori di interesse. Del resto il concetto di “piattaforma collaborativa” è oggi uno dei format più presenti ed efficaci nello sviluppo di nuove tecnologie e di nuovi sistemi di comunicazione basati sulla società dell’informazione e sull’economia digitale. In fondo una piattaforma che fa interagire delle App che sviluppano servizi non è forse assimilabile ad una “cooperativa immateriale”? In un certo senso non dobbiamo sottovalutare il fatto che la grande attenzione (politica, mediatica e accademica) che stanno riscuotendo concetti quali “economia collaborativa” ed “economia circolare” si sviluppano su piattaforme che hanno una funzionalità cooperativa, deprivata però del principio mutualistico. Oggi la sfida che abbiamo davanti diventa quella di far dialogare le nuove tecnologie con i bisogni assistenziali e con la necessità di promuovere occupazione, poiché l’impatto della rivoluzione digitale in corso è potenzialmente enorme. Aperto a sviluppi che possono impattare significativamente sia sulla qualità della vita delle persone, sia sul numero di posti di lavoro che potrebbero nascere per effetto delle nuove tecnologie, che può essere più o meno rilevante in funzione delle scelte che si faranno. Non riprendo qui i dati relativi al saldo tra posti di lavoro destinati a scomparire e di quelli nuovi che si possono aprire per effetto della “rivoluzione digitale”, che nelle analisi fatte da diversi centri studi prefigurano scenari molto complessi e per molti aspetti preoccupanti. Non mi riconosco fra quelli che dipingono scenari inquietanti sulla scomparsa del lavoro, sulla sostituzione dell’uomo ad opera delle macchine e degli algoritmi, ma nemmeno fra quelli che prefigurano contesti idealistici di un umanità liberata dal lavoro e dedita al tempo libero. Guardiamo invece agli effetti concreti e soprattutto cosa possiamo fare per indirizzare al meglio i cambiamenti che sono in corso. Se pensiamo al lavoro di cura possiamo vedere che qualcuno ha iniziato ad ipotizzare, in un futuro nemmeno troppo lontano, la possibilità di sperimentare concretamente i primi “robot assistenti familiari” (non dimentichiamo che esistono ed operano già alcuni dispostivi completamente robotizzati per fare interventi chirurgici).

La Fondazione don Gnocchi è una delle realtà più avanzate nel campo della robotica applicate alle cure

Una reazione comprensibile a questo scenario potrebbe essere quella della preoccupazione per un domani di “alienazione distopica”; ma se invece pensiamo che l’età di pensionamento per un’assistente familiare può raggiungere i 67 anni, possiamo iniziare a guardare con occhi diversi questa prospettiva, non tanto nella logica di “sostituzione” ma in quella di complementarietà.

Sappiamo bene che nessun “robot badante” potrà mai sostituire la componete relazionale, il contatto umano, la dimensione emotiva ed affettiva che è il cuore di ogni trattamento di cura o assistenza e quindi l’operatore della cura, che mette in gioco tutta la sua competenza relazionale e specificatamente umana “collaborando” ed interagendo con l’ausiliario tecnologico.

Potremmo fare tanti esempi in questa direzione, qualcuno parla a questo proposito di “uberizzazione” dell’economia e dei rapporti commerciali, ma noi potremmo invece continuare a rilanciare un processo di mutua reciprocità, in cui manteniamo alta la sfida di umanizzare la tecnologia, di un umanesimo digitale da coltivare, per “indirizzare” questa rivoluzione tecnologica in modo inclusivo e positivo.

Per orientare e indirizzare il cambiamento, serve che si decida dove collocare ad esempio l’attribuzione di valore che viene data ad una determinato lavoro.

Noi tutti oggi sappiamo che il lavoro di cura è valutato in misura nettamente inferiore rispetto ad esempio al quello di un “broker finanziario”, ma se riuscissimo a includere nelle catene di valore sui cui si costruiscono i significati attribuiti a cosa determina la produttività e i “saldi marginali” che generano ricchezza in una comunità o in un ecosistema potremmo scoprire, ad esempio, che il denaro che quel broker riesce a far guadagnare ai Fondi di investimenti per cui lavora, sarebbero molti meno se il figlio disabile non fosse adeguatamente assistito in un centro diurno, se i suo genitori anziani non avessero un buon servizio di assistenza domiciliare che si occupa di loro, se la figlia piccola non avesse accesso ad un asilo nido. Nel sistema attuale, questa funzione viene assicurata in parte dallo Stato e in parte dal mercato: sotto forma di “prelievo fiscale” nel primo caso; come corrispettivo di prezzo nel secondo. Ma nessuno di questi entra nella valutazione della “produttività” del singolo operatore economico. In questa direzione potrebbero risultare di grande aiuto, lavori bene strutturati sulla valutazione degli impatti sociali, di cui si parla molto da qualche tempo. Per questo la cultura della valutazione e l’orientamento al risultato è una delle attività che dobbiamo orientare e sviluppare, non tanto e soltanto nella cosiddetta formulazione del “pay for results” che rischia di essere in taluni casi uno specchietto per le allodole, ma anche nella direzione “pay for value”: dove per valore intendiamo lo spazio e il significato da assegnare alla persona, al benessere e alla coesione sociale. Appare evidente quindi che per non “subire” le conseguenza di una rivoluzione che è in corso è indispensabile che noi apprendiamo ad incorporare questi nuovi strumenti nel sistema cooperativo, dobbiamo prepararci a farlo ed iniziare a conoscerli.

Per questo il terzo settore dovrebbe sviluppare una propria visione e una capacità di proposta, poiché la direzione delle innovazioni dipende molto dalle scelte che i decisori politici e i decisori economici mettono in campo. Certo la riconcorsa dei profitti è un motore potente, ma è potente anche perché spesso la “società civile” tende ad occuparsi poco di questi temi, facendo mancare un componente valutativa importante. Ad esempio noi crediamo molto al potenziale trasformativo che può arrivare dall’economia sociale. Assumere pienamente la consapevolezza che il terzo settore ha un ruolo economico rilevante è indispensabile per agire scelte e imprimere una direzione ai cambiamenti che sono in corso.

Una crescita di consapevolezza da parte delle realtà del terzo settore e dell’economia sociale, può essere di grande importanza per sostenere la politica nell’intraprendere azioni per orientare il cambiamento tecnologico nelle forme che aumentano il lavoro e l’occupazione, mettendo in evidenza la dimensione umana che, soprattutto nella fornitura i servizi o nella realizzazione di prodotti ad alto contenuto relazionale, è un fattore imprescindibile e irrinunciabile. La cosiddetta economia della conoscenza e la società della digitalizzazione, non deve essere vista solo come una questione di efficientemente e di massimizzazione del profitto. Per questo occorre evitare che i capitali di conoscenza (dati, informazioni, conoscente, innovazioni) siano gestiti come il denaro, inseguendo accumulazione e concentrazione, facendolo diventare un valore in se, e non più un mezzo di scambio. Il capitale di conoscenza cresce solo se si condivide, se si diffonde, non se si accumula.

Lo sviluppo di un modello cooperativo capace di includere le innovazioni tecnologiche e le crescenti potenzialità dell’economia digitale, ci metterebbe anche nelle condizioni di contribuire ulteriormente alla riduzione delle diseguaglianze, poiché sappiamo bene che chi è svantaggiato economicamente spesso lo è anche nell’accesso alle nuove tecnologie

Giuseppe Guerini

La via cooperativa all’innovazione sociale ha un grande potenziale, ma anche una grande responsabilità poiché ha il merito e il pregio di avere una impostazione “naturalmente” caratterizzata da un impronta egualitaria e redistributiva. Utilissima in questo momento storico per contenere il continuo processo di crescita delle diseguaglianze in corso nei paesi occidentali. Molti dati confermano che le imprese cooperative hanno una funzione importante nella divisione più equa delle risorse economiche e del lavoro, sono quindi generalmente imprese in cui la diseguaglianza non assume le dimensioni enormi che si osservano in altre forme d’impresa.

Lo sviluppo di un modello cooperativo capace di includere le innovazioni tecnologiche e le crescenti potenzialità dell’economia digitale, ci metterebbe anche nelle condizioni di contribuire ulteriormente alla riduzione delle diseguaglianze, poiché sappiamo bene che chi è svantaggiato economicamente spesso lo è anche nell’accesso alle nuove tecnologie. È infatti semplice immaginare che fra le classi più alte tele-medicina, robot badanti, casa domotica saranno facilmente alla portata, ma la sfida del welfare di domani e delle cooperative sarà quella di sviluppare forme di accessibilità cooperativa a queste nuove opportunità dalle quali altrimenti una parte importante della popolazione rimarrà esclusa.

Non solo il welfare però, anche e soprattutto il mondo del lavoro è coinvolto dalla “rivoluzione digitale” e anche qui serve che le cooperative, in questo caso non solo le cooperative sociali, ma tutte debbono interrogarsi su come cogliere dell’innovazione il potenziale di sviluppo di nuova occupazione, più che quello della sostituzione del lavoro.

foto: Il primo centro NeMO è nato a Milano nel 2007 e ha appena inaugurato il Clinical Research Center Nanni

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