La storia

Capuozzo chiede aiuto all'Italia per salvare Kémal

10 Maggio Mag 2017 1150 10 maggio 2017

Ai tempi della guerra in Jugoslavia il giornalista Toni Capuozzo prese in affido un bimbo, che sotto i bombardamenti aveva perso la madre e una gamba. Oggi Kémal ha 25 anni e un tumore. Ha bisogno di essere operato entro un mese, ma l'operazione a Sarajevo è impossibile. Capuozzo vorrebbe farlo operare in Italia, ma serve l'autorizzazione del ministro Lorenzin. «È facile essere buoni o cattivi in generale, sui grandi numeri. Ma a volte devi guardare in faccia le persone, e le loro storie. E dire un sì o un no».

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Toni E Kemal
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Ai tempi della guerra in Jugoslavia il giornalista Toni Capuozzo prese in affido un bimbo, che sotto i bombardamenti aveva perso la madre e una gamba. Oggi Kémal ha 25 anni e un tumore. Ha bisogno di essere operato entro un mese, ma l'operazione a Sarajevo è impossibile. Capuozzo vorrebbe farlo operare in Italia, ma serve l'autorizzazione del ministro Lorenzin. «È facile essere buoni o cattivi in generale, sui grandi numeri. Ma a volte devi guardare in faccia le persone, e le loro storie. E dire un sì o un no».

Kémal ha 25 anni, vive in Bosnia e da due anni combatte contro un tumore. Un linfonodo ora minaccia il rene, l’operazione è urgente: lui aspettava una chiamata per il prericovero, che doveva arrivare circa due mesi fa. Prima un rinvio, poi settimana scorsa la notizia: l’operazione non si farà, perché a Sarajevo non si può fare. «Si sono arresi, ma per le condizioni, non perché non c’è speranza. Qui negli ospedali mancano persino i guanti usa e getta. Però c’è fretta, i medici settimana scorsa hanno detto che l’operazione va fatta entro un mese, come dimostra il dolore al rene», spiega Toni Capuozzo al telefono da Sarajevo. Kémal è accanto a lui. Lo è da ormai 25 anni. Capuozzo, che in queste settimane sta raccontando in tv l'immigrazione in Italia con «Casa Capuozzo», negli anni Novanta era a Sarajevo come inviato, per seguire la guerra nella ex Jugoslavia: Kémal aveva sette mesi quando è rimasto vittima con la madre dei bombardamenti. La madre morì e lui perse una gamba. «L'ho portato in Italia a nove mesi, prima che cominciasse a camminare, perché iniziasse a farlo con una protesi. È rimasto con noi fino a quando ha compiuto 5 anni, ha frequentato un asilo italiano. Poi abbiamo dolorosamente obbedito al giudice italiano per farlo rientrare in Bosnia. Fino a 18 anni non ho perso un suo compleanno, l’ultima volta che è venuto in Italia è stato per Natale, pochi mesi fa. Adesso, a 25 anni, è uno straniero», ricorda Capuozzo.

«Mi sono chiesto spesso se la vita sia stata crudele con Kémal o se invece sia stata generosa, dandogli sempre una seconda opportunità. In Italia avevo già parlato con qualche medico, per capire: quella di cui lui avrebbe necessità è un’operazione complessa, ma si deve e si può fare. Kémal è stato visitato anche al CRO di Aviano, un anno e mezzo fa, dove mi confermarono che la strada intrapresa dai medici in Bosnia era quella giusta», racconta il giornalista. Ma ora? Cosa si può fare? «Avrei voluto tenere questa storia nel privato, ma ho parlato con ospedali italiani e non è possibile operarlo se la Bosnia non assume l’impegnativa per le spese, in convenzione. Si tratta di spese fuori dalla portata di un singolo, altrimenti ci avrei pensato da me. Kémal è già andato negli uffici preposti e la risposta è che no, questa operazione non la possono pagare. Non chiedo soldi, c’è urgenza, per una raccolta fondi non saprei da che parte cominciare e comunque il problema a monte resta quello della copertura sanitaria, che può essere autorizzata solo dal Ministero della Salute, degli Esteri o da una Regione».

La via per dare una speranza a Kémal, cioè, esiste già, non va inventata. La legge prevede che uno straniero possa venire in Italia a curarsi, basta che ci sia l’assenso dei Ministeri della Salute e degli Esteri o un assessore regionale che si assuma la responsabilità, per questo Capuozzo sulla sua pagina facebook ha pubblicato una lettera al ministro Lorenzin, invitando a inviarla alla ministra e alla sua segreteria. Qualche cosa si sta muovendo: «Ho incontrato l’ambasciatore d’Italia a Sarajevo, si è detto disponibile a darsi da fare e mi hanno chiamato dal ministero degli Esteri, vediamo. Quel che è certo è che Kémal non resterà qui ad aspettare inutilmente». Capuozzo si dà un paio di giorni ancora, poi porterà Kémal in Italia: «È una corsa contro il tempo. Se nessun ministro, nessuna Regione, nessuno si assume una responsabilità, lo porterò in una Questura a presentare richiesta di asilo per ragioni umanitarie. Mi spiace per la Bosnia. L’Italia dovrà esaminare la richiesta e Kémal dovrà essere preso in carico dalla sanità. È facile essere buoni o cattivi in generale, sui grandi numeri. Ma a volte devi guardare in faccia le persone, e le loro storie. E dire un sì o un no».

Nel primo pomeriggio è arrivata via twitter la risposta della ministra Beatrice Lorenzin: «raccolgo l'appello, ho chiesto agli uffici di mobilitarsi per aiutare Kémal, un abbraccio a lui e a chi lo sostiene».