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Medio Oriente

Iran: il voto decisivo per l’apertura al mondo

19 Maggio Mag 2017 1116 19 maggio 2017
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La scelta del prossimo presidente del Paese tra il riformista moderato Rohani e il conservatore Raisi sarà decisiva per capire il futuro del Paese. La riconferma di Rohani significherebbe proseguire per la strada dell’apertura, mentre con Raisi uno stop alle riforme sarebbe inevitabile

È arrivato il giorno delle elezioni presidenziali in Iran, un voto che influenzerà non solo l’immediato futuro, ma anche l’indirizzo politico dei prossimi anni. A quattro anni dalla sua elezione, il riformista moderato Hassan Rohani torna a candidarsi in contrapposizione al conservatore Ebrahim Raisi. Un ritorno alle urne importante, dopo quattro anni in cui Rohani ha portato avanti una cauta apertura al mondo, con lo storico accordo nucleare stipulato nel 2015. Raisi, dal canto suo, ha costruito una coalizione conservatrice, puntando su isolazionismo e populismo, arrivando a rappresentare una seria minaccia per Rohani e per il percorso di apertura intrapreso dal Paese.
Raisi si trova anche ad essere tra i possibili candidati alla successione dell’Ayatollah Khamenei che ha quasi ottant’anni e problemi di salute. Una vittoria alle presidenziali rafforzerebbe la sua posizione, lo stesso Khamenei, prima di diventare guida suprema era stato presidente.

A Teheran, lunghe file di persone hanno iniziato a formarsi fuori dalle urne, sin dalle prime ore del mattino. “Aspetto qui dalle 7.30”, ha spiegato Masha Behzad, 28 anni, al Guardian. “Non vogliamo che il passato torni a ripetersi.” Un sentimento condiviso da molti sostenitori delle politiche di apertura di Rohani. L’Iran ha 56 milioni di elettori e le urne rimarranno aperte anche dopo le 6 di questa sera se vi saranno ancora dei votanti che aspettano in fila. I primi risultati dovrebbero essere disponibili nelle prime ore di sabato.

Rohani ha condotto una campagna sempre più esplicita, attaccando gli estremisti e puntando sul voto dell’elettorato cittadino moderato, lo zoccolo duro dei suoi sostenitori. In Iran i candidati riformisti tendono a soffrire quando l’affluenza è bassa. Nel 2013, la vittoria di Rohani era stata decretata, con un’affluenza di oltre il 70%.

Se riuscirà ad assicurarsi un secondo mandato (così come tutti i suoi predecessori), Rohani dovrà concentrarsi sulle promesse economiche fatte quattro anni fa. L’accordo nucleare non ha attirato gli investimenti dall’estero che si sperava di ottenere, la crescita è ancora debole e la disoccupazione alta: più di 1 iraniano su 4 non è senza occupazione.

Foto: NUSCA/AG.SINTESI

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