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Lavoro

Francesco: «C'è un'economia senza volto che uccide il lavoro, l'impresa, il sociale»

27 Maggio Mag 2017 1354 27 maggio 2017
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Ci sono parole che inganno, come "meritocrazia", e mascherano le diseguaglianze. Ci sono lavori che uccidono la dignità, forme di pseudo-festa che, come l'azzardo, distruggono il legame sociale. Ci sono imprenditori che non sono imprenditori, ma usurai, devoti all'idolo senza volto del consumo e della rendita. E poi c'è il lavoro vero, che è dignità, umiltà, gioia, condivisione, lotta. Le parole di Papa Francesco, oggi in visita all'Ilva di Genova, scuotono il Paese

Che ne è del lavoro, in un'epoca di speculazione e finanza? Che ne è della dignità, della fatica, della condivisione, ma anche della solidarietà, in un tempo di usura? Accolto dalla consueta folla, Papa Francesco, in visita oggi all'Ilva di Genova, ha pronunciato parole di rara intensità. Era la sua prima volta a Genova e lui, figlio di emigranti, ha voluto subito confessare un'emozione profonda, per essere «così vicino al porto che mi ricorda da dove è uscito il mio papà». Ma all'emozione, è conseguita una parola profonda, meditata e intensa perché, ha aggiunto Francesco, alle «domande sul mondo del lavoro ho voluto pensare bene per rispondere bene, perché oggi il lavoro è a rischio. È un mondo dove il lavoro non si considera con la dignità che ha e che dà».

Chi parla e chi fa

Nello spazio pubblico italiano, il tema del lavoro, è quanto mai oggetto di retorica ediscorsi al vento. Chi parla più, oggi, di dignità, di giustizia, di verità umane nel lavoro? Si parla di diritti, ma solo per svuotarli di ogni senso di equità . Si parla di opportunità, ma solo per scaricare sulle spalle del singolo il peso delle diseguaglianze di un sistema basato per sua logica interna sulle rendite di pochi e sul dolore di molti. Si parla di impresa, certo, ma si intende ben altro.

Eppure, ricorda Papa Francesco, «l'imprenditore non è uno speculatore». L'imprenditore compartecipa al lavoro degli altri, sente e vive il peso di qualcosa che non gli appartiene, ma appartiene all'intera comunità del lavoro: l'impresa. È a questa idea di lavoro, come forma e forza per la realizzazione piena di sé, come «priorità umana», che oggi sembra lontana, troppo lontana da un mondo dominato solo dall'imperialismo impersonale del denaro e delle transazioni finanziarie.

L'impresa ha bisogno di virtù

L’imprenditore, ha ricordato il Papa, è una figura fondamentale «di ogni buona economia: non c’è buona economia senza buon imprenditore. Non c’è buona economia senza la capacità di creare, creare lavoro, creare prodotti». Ma l'impresa ha bisogno di virtù, così come la democrazia, perché il bisogno «dei lavoratori e delle lavoratrici è il bisogno di fare il lavoro bene perché il lavoro va fatto bene. A volte si pensa che un lavoratore lavori bene solo perché è pagato: questa è una grave disistima dei lavoratori e del lavoro, perché nega la dignità del lavoro, che inizia proprio nel lavorare bene per dignità, per onore. Il vero imprenditore conosce i suoi lavoratori, perché lavora accanto a loro, lavora con loro».

L'imprenditore dev’essere prima di tutto un lavoratore, ha spiegato il Papa, tanto che se «non ha questa esperienza della dignità del lavoro, non sarà un buon imprenditore. Condivide le fatiche dei lavoratori e condivide le gioie del lavoro, di risolvere insieme problemi, di creare qualcosa insieme. Se e quando deve licenziare qualcuno è sempre una scelta dolorosa e non lo farebbe, se potesse. Nessun buon imprenditore ama licenziare la sua gente – no, chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando la gente, non è un buon imprenditore, è un commerciante, oggi vende la sua gente, domani vende la propria dignità –, ci soffre sempre, e qualche volta da questa sofferenza nascono nuove idee per evitare il licenziamento».

La peste della speculazione: l'economia perde i volti

Una «malattia dell’economia è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori. L’imprenditore non va assolutamente confuso con lo speculatore: sono due tipi diversi. L’imprenditore non deve confondersi con lo speculatore: lo speculatore è una figura simile a quella che Gesù nel Vangelo chiama “mercenario”, per contrapporlo al Buon Pastore. Lo speculatore non ama la sua azienda, non ama i lavoratori, ma vede azienda e lavoratori solo come mezzi per fare profitto. Usa, usa azienda e lavoratori per fare profitto. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda non gli crea alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, “mangia” persone e mezzi per i suoi obiettivi di profitto. Quando l’economia è abitata invece da buoni imprenditori, le imprese sono amiche della gente e anche dei poveri. Quando passa nelle mani degli speculatori, tutto si rovina. Con lo speculatore, l’economia perde volto e perde i volti. È un’economia senza volti. Un’economia astratta».

Leggi pensate dai disonesti per opprimere gli onesti

Dietro le decisioni dello speculatore, infatti, non ci sono volti e dietro i volti non ci sono persone. Al contrario, «quando l’economia perde contatto con i volti delle persone concrete, essa stessa diventa un’economia senza volto e quindi un’economia spietata. Bisogna temere gli speculatori, non gli imprenditori. Ma paradossalmente, qualche volte il sistema politico sembra incoraggiare chi specula sul lavoro e non chi investe e crede nel lavoro. Perché? Perché crea burocrazia e controlli partendo dall’ipotesi che gli attori dell’economia siano speculatori, e così chi non lo è rimane svantaggiato e chi lo è riesce a trovare i mezzi per eludere i controlli e raggiungere i suoi obiettivi. Si sa che regolamenti e leggi pensati per i disonesti finiscono per penalizzare gli onesti. E oggi ci sono tanti veri imprenditori, imprenditori onesti che amano i loro lavoratori, che amano l’impresa, che lavorano accanto a loro per portare avanti l’impresa, e questi sono i più svantaggiati da queste politiche che favoriscono gli speculatori. Ma gli imprenditori onesti e virtuosi vanno avanti, alla fine, nonostante tutto».

Chi perde il lavoro e non riesce a trovare un altro buon lavoro, sente che perde la dignità, come perde la dignità chi è costretto per necessità ad accettare lavori cattivi e sbagliati. Non tutti i lavori sono buoni: ci sono ancora troppi lavori cattivi e senza dignità, nel traffico illegale di armi, nella pornografia, nei giochi di azzardo e in tutte quelle imprese che non rispettano i diritti dei lavoratori o della natura

Papa Francesco, 27 maggio 2017

Attorno al lavoro si edifica il patto sociale

«Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce, i giovani diventano adulti soltanto lavorando. La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre visto il lavoro umano come partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori. Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che sperimentano lavorando, come ci sono pochi dolori più grandi dei dolori del lavoro, quando il lavoro sfrutta, schiaccia, umilia, uccide. Il lavoro può fare molto male perché può fare molto bene. Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro, e per questo non è facile riconoscerlo come nemico, perché si presenta come una persona di casa, anche quando ci colpisce e ci ferisce. Gli uomini e le donne si nutrono del lavoro: con il lavoro sono “unti di dignità”. Per questa ragione, attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale. Questo è il nocciolo del problema. Perché quando non si lavora, o si lavora male, si lavora poco o si lavora troppo, è la democrazia che entra in crisi, è tutto il patto sociale». Così accade con il gioco d'azzardo, che il Papa ha con grande discernimento e chiarezza individuato come uno dei più perversi elementi di anestesia dell'umano e di aggressione del legame sociale nel suo insieme.

Competizione senza competenza

I valori del lavoro stanno cambiando molto velocemente, e molti di questi “nuovi valori” promossi dalla grande finanza appaiono al Papa non in linea «con la dimensione umana, e pertanto con l’umanesimo cristiano». L’accento sulla competizione sfrenata dentro e fuori dalle imprese, il darwinismo sociale, l’orrore economico dell’indebitamento, la corsa sulle spalle degli altri e non sugli altri: dove può andare la nostra società, se consuma a ogni passo risorse di fiducia? Come affrontare una crisi, senza fiducia negli altri? «E così, quando arriva una crisi, l’azienda si sfilaccia e implode, perché non c’è più nessuna corda che la tiene. Bisogna dire con forza che questa cultura competitiva tra i lavoratori dentro l’impresa è un errore, e quindi una visione che va cambiata se vogliamo il bene dell’impresa, dei lavoratori e dell’economia».

La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza

Papa Francesco, 27 maggio 2017

L'idolo bugiardo della meritocrazia

Il Papa fa poi i conti con «la tanto osannata “meritocrazia”». La meritocrazia, spiega, «affascina molto perché usa una parola bella: il “merito”; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. (...) Una seconda conseguenza della cosiddetta “meritocrazia” è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa. Questa è la vecchia logica degli amici di Giobbe, che volevano convincerlo che fosse colpevole della sua sventura. Ma questa non è la logica del Vangelo, non è la logica della vita: la meritocrazia nel Vangelo la troviamo invece nella figura del fratello maggiore nella parabola del figliol prodigo. Lui disprezza il fratello minore e pensa che deve rimanere un fallito perché se lo è meritato; invece il padre pensa che nessun figlio si merita le ghiande dei porci».

Se svendiamo il lavoro al consumo, con il lavoro presto svenderemo anche tutte queste sue parole sorelle: dignità, rispetto, onore, libertà. Non dobbiamo permetterlo, e dobbiamo continuare a chiedere il lavoro, a generarlo, a stimarlo, ad amarlo

Papa Francesco, 27 maggio 2017

Gli idoli non lavorano

Oggi, i cosiddetti megaricchi, che possiedono gran parte della ricchezza nazionale non lavorano. Vivono di rendita. Si sacrificano agli idoli. Si consumano, consumono e, attraverso i media, impongono ideali di consumo. Spiega il Papa che siamo al cospetto di una vera e propria idolatria. «Tutte le idolatrie sono esperienze di puro consumo: gli idoli non lavorano. Il lavoro è travaglio: sono doglie per poter generare poi gioia per quello che si è generato insieme. Senza ritrovare una cultura che stima la fatica e il sudore, non ritroveremo un nuovo rapporto col lavoro e continueremo a sognare il consumo di puro piacere. Il lavoro è il centro di ogni patto sociale: non è un mezzo per poter consumare, no. È il centro di ogni patto sociale. Tra il lavoro e il consumo ci sono tante cose, tutte importanti e belle, che si chiamano dignità, rispetto, onore, libertà, diritti, diritti di tutti, delle donne, dei bambini, delle bambine, degli anziani… Se svendiamo il lavoro al consumo, con il lavoro presto svenderemo anche tutte queste sue parole sorelle: dignità, rispetto, onore, libertà. Non dobbiamo permetterlo, e dobbiamo continuare a chiedere il lavoro, a generarlo, a stimarlo, ad amarlo».

Ecco che, forte di questo ragionamento, il Papa invoca non reddito per tutti, ma lavoro per tutti. Lavoro, ovvero costruzione organica di sé, piena coscienza della propria dimensione relazionale, umana. Non sul facile guadagno, non sul consumo, non sul reddito, ma sull'intrapresa del lavoro si fonda il legame sociale.