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Bullismo

Ivan e il tema sul bullismo: «ma la metà dei ragazzi non ha nessuno con cui parlarne»

5 Giugno Giu 2017 1200 05 giugno 2017
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«Non sono sbagliato, sono solo diverso»: così ha scritto Ivan, 12 anni, in un tema di denuncia che ha fatto il giro del web. Un gesto coraggioso, per Ivano Zoppi, presidente di Pepita Onlus. Lui ha incontrato 10mila ragazzi solo in questi mesi del 2017 e il 50% di loro non parlerebbe mai di un episodio di bullismo subito o visto. «Ai genitori dico che serve esserci, anche con la presenza fisica. La scuola tra poco finisce, oratori e centri estivi devono mantenere alta l'attenzione»

«Sono Ivan e ho dodici anni. Vivo in una cittadina del Centro Italia, in una famiglia modesta, ma senza amici. [...] Tutti ridono, mi indicano come se fossi un fenomeno da baraccone. Ero a pezzi. "Omosessuale" "Trans" , ormai era così che mi chiamavano. Inizio con l'autolesionismo, una droga potentissima di cui non puoi più fare a meno. Mi chiedo come sarebbe bere quel bicchiere di candeggina sopra la lavatrice»: Ivan tutto questo lo ha raccontato in un tema, pubblicato ieri da Repubblica. Di Ivan ce ne sono tanti in Italia. Soltanto in questi primi cinque mesi del 2017 con i suoi progetti Pepita Onlus ha incontrato 10mila ragazzi, in sette regioni d’Italia: un osservatorio importante. Per questo le parole di Ivano Zoppi, presidente di Pepita, sono pesanti: «Vorrei che ci fossero più Ivan. Perché la verità è che il 50% dei ragazzi dice che se fosse vittima di un atto di bullismo o se vi assistesse, non ne parlerebbe con nessuno».

Cosa ha pensato quando ha letto sui giornali il tema di Ivan?
Ho pensato che finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di parlare. E d’altra parte che qualcuno ha messo dei ragazzi nelle condizioni di raccontarsi. Il tema è uno strumento che appartiene a tutti i ragazzi che vanno a scuola, se voglio raccontare qualcosa di me cosa c’è di più semplice che farlo attraverso il tema. È bellissimo. Vorrei ce ne fossero di più. Perché invece la realtà dice che il 50% dei ragazzi, se fosse vittima o assistesse a un episodio di bullismo, non ne parlerebbe con nessuno non ne parlerebbe con nessuno. Ben vengano storie come quella di Ivan e di un’insegnante che è stata attenta e capace di leggere un disagio.

Quali sono le ragioni del “non ne parlerei con nessuno”?
Sono tre motivi: la paura e la vergogna per chi è vittima; l’omertà per chi assiste; e il “perché non ho un adulto con cui parlarne”.

Davvero c’è così tanta solitudine dei nostri figli?
Se davvero non vedi un punto di riferimento, con chi ne parli? Tanti raccontano di averne anche accennato ai genitori, la risposta è stata “ma sì, dai, è una ragazzata”. Minimizzare non va bene, occorre tenere un ascolto che sia empatico, cogliere i segnali di disagio e saperli tradurre in supporto e sostengo. Serve anche la presenza fisica, bisogna pur dirselo: questo dato è un monito fortissimo verso genitori, niente delega alla scuola o al centro estivo ma riprenditi la tua responsabilità genitoriale, che significa anche essere vicino a tuo figlio. Quando abbiamo fatto la patente c’erano le guide con l’istruttore ma anche le guide informali, con i genitori: si litigava ma quello era il segno che il genitore c’è. Quello che vale per la guida vale ancora di più nel contesto del web, dove i ragazzi sono spesso soli, senza risposte e con tante domande. Il problema è che quando hai tante domande e nessuna risposta, vai a cercare le risposte da altre parti.

Cosa possiamo dire dell’insegnante di Ivan?
Lei ha colto un disagio, non so se ha costruito la traccia su di lui, perché aveva già intuito… di certo lei ha dato a questo ragazzino la possibilità di parlarne. E la sua frase, «io non sono sbagliato, sono solo diverso», apre un mondo: nessuno è sbagliato, ciascuno di noi è un’opera d’arte e va considerata tale… è questo il bello di ciascuno di noi, che va valorizzato.

La traccia tutto sommato può essere simile a tante altre tracce date in tante altre scuole…
Il problema è come leggi un tema. Lo leggi per dargli un voto o perché vuoi ascoltare la storia di questo ragazzo? È questa la chiave di volta. Poi certo, resta il fatto che Ivan ha trovato la forza: serve che ci siano tanti Ivan che abbiano la forza per raccontare.

Dopo aver letto il tema, qualche compagno ha chiesto scusa, ma non tutti, ha detto oggi l'insegnante. Fa un po’ il paio con quell’alta percentuale di spettatori gregari che tacciono di cui diceva lei.
Non è un dato nuovo, ma gli “spettatori” sono attori decisivi, che tutti i programmi di sensibilizzazione devono prendere in considerazione. Ci sono gli spettatori attivi, di rinforzo al bullo e quelli passivi, che vedono ma hanno paura. Si deve molto lavorare con loro, perché fanno la differenza. Nelle scuole e non solo, perché la scuola tra pochi giorni finisce, arriva l’estate, dobbiamo tenere alta l’attenzione anche sui contesti educativi che non sono scolastici: gli oratori, i centri estivi… ci devono essere educatori sensibili e preparati.

«Accendo il telefono: "Cento nuovi messaggi dal gruppo antIvan". Il gruppo l'aveva creato Alfredo, c'era tutta la scuola. Leggo solo insulti, nessuno mi difende. "Ivan" chissà se ricorderanno questo nome una volta che non ci sarò più. Apro la finestra e mi lascio andare. È finita, finalmente in pace. Sono diverso, non sbagliato»: il tema di Ivan finisce così. Non si può non pensare anche a Blue Whale…
Noi abbiamo aperto #fermiamolabalena, allargando in un certo senso il raggio d’azione di #adessoparloio e della chat di WhatsApp 3482574166. Quella chat è stata aperta da Pepita Onlus per rispondere al bisogno dei ragazzi vittime di bullismo, proprio perché c’eravamo accorti di quanti ragazzi non parlassero o non potessero parlare di bullismo: ci sono arrivate 300 storie, abbiamo fatto una trasmissione e un libro… Ci siamo detti “il numero c’è, teniamolo aperto” e l’abbiamo messo a servizio della Blue Whale, per rispondere ai messaggi di adolescenti, genitori ed educatori. Stiamo ricevendo tantissimi messaggi di genitori: da un lato è un segnale negativo di troppa attenzione, in positivo però ci dice di genitori che con questo allarme di sono “risvegliati”. Il messaggio è ancora: un genitore deve esserci.

Avete ricevuto segnalazioni di ragazzini coinvolti nella sfida della Blue Whale?
Non so se esistono casi reali, io non ho la percezione di minori che stiano davvero facendo le famose 50 prove: certo però ci sono ragazzi che si tagliano di più, anche se l’autolesionismo esiste a prescindere da Blue Whale. È positivo che si sia alzata la soglia della preoccupazione e dell’attenzione dei genitori, senza creare allarmismo. Le cito solo le ultime tre segnalazioni, da Perugia, Ancona e Varese, per tutti e tre sono stati dei genitori a contattarci, nessuno dei tre era veramente coinvolto nelle sfide di Blue Whale, ma l’attenzione è positiva. Su Ancona abbiamo fatto intervenire i Carabinieri, a Varese abbiamo organizzato un incontro con un educatore e un pedagogista di Pepita, a Perugia un incontro con un nostro operatore.

Foto Luke Porter / Unsplash

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