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Giovani

Stare senza ansia nella terra di mezzo: questa è la competenza del futuro

6 Giugno Giu 2017 1602 06 giugno 2017
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Hanno tra i 16 e i 19 anni e si presentano come amministratore delegato, responsabile di produzione, responsabile marketing. Le loro 23 imprese sono state selezionate fra quelle create dagli oltre 18mila ragazzi che hanno partecipato a Impresa in azione, il programma di educazione imprenditoriale per le scuole superiori di Junior Achievement Italia. Al termine di BizFactory2017, Miriam Cresta spiega perché la mini-impresa insegna a stare "nel mezzo", dove il futuro è incerto ma più promettente.

I ragazzi hanno tra i 16 e i 19 anni e si presentano come amministratore delegato, responsabile di produzione, responsabile marketing. Le loro 23 imprese sono state scelte nel corso di selezioni regionali tra gli oltre 18mila ragazzi che hanno partecipato a Impresa in azione, il programma di educazione imprenditoriale per le scuole superiori di Junior Achievement Italia. Si sono misurati con un’idea imprenditoriale, un business plan, una produzione, una strategia di marketing, hanno fatto un’esperienza di impresa, autentica: in 150 si sono ritrovati a Milano, ieri e oggi, per Biz Factory 2017, una vetrina nazionale per far conoscere le loro idee e i loro prodotti. Non si tratta di dire che diventeranno tutti startupper o imprenditori, ma tutti hanno scoperto e affinato doti indispensabili per il futuro, a cominciare dall’intraprendenza.

La 4E del Liceo Scientifico Leonardo di Brescia ha creato l’impresa Pottle JA: si sono inventati un sottopentola in legno MDF dal design accattivante. È ignifugo, lavabile, l’idea del puzzle lo rende versatile (forme diverse e usi diversi, dal sottopentola al posa mestolo), si ottiene dagli scarti di altre lavorazioni. I ragazzi hanno già venduto tutti i pezzi prodotti e stanno pensando di andare avanti sul serio. Poi c’è RIPA, la spazzola Rapida, Igienica, Pratica e Accattivante, che si pulisce con un click grazie a un meccanismo a molla che permette di alzare la base della spazzola ed espellere immediatamente i capelli impigliati fra i denti: la produzione è in Cina ma l’hanno inventata i ragazzi dell’Istituto Tecnico Commerciale Maria Consolatrice di Milano, in due versioni, una per famiglie e per parrucchieri. Al Majorana di Brindisi è nata Safely Recycle JA, che dà una seconda vita alle cinture di sicurezza, trasformandole in tovagliette all’americana, svuotatasche, portachiavi.

A Fano invece è nato Baggy, un cestino per bici smontabile e ripiegabile, in legno: si lega al portapacchi della bicicletta con cinghie e meccanismi a incastro, poi si ripiega a listello e si infila nello zaino. Lo hanno inventato e prodotto i ragazzi del Liceo scientifico Torelli, creando la Bike Plus. E ancora il burrocacao a strip, Strishare, che consente di avere un burrocacao monodose, igienico, condivisibile (l’idea è della MaCo Innovation, del Malignani di Udine, che ha vinto il premio Migliore Impresa JA 2017) o Squeezeat, un bi-snack composto da un succo di mela e da una barretta ai cereali e frutti di bosco, che viene dritto dalla Val d’Aosta (a loro il creativity Award di Italia): la 4 dell’ISITP di Verrés ha fondato la Savor JA, hanno già venduto un migliaio di merende in un grande supermercato e altre mille sono in produzione… guardano avanti, «è un prodotto che può essere declinato diversamente per valorizzare altre tipicità dei territori».

Non solo prodotti, ovviamente: l’ ISIS Carducci - Volta – Pacinotti di Piombino ha creato IndifferenzaZero JA e prodotto Open Heart, un’applicazione disponibile gratuitamente su tutte le piattaforme per mettere in connessione gli esercenti del territorio con le associazioni di beneficienza: i negozi segnalano la disponibilità a donare generi alimentari, farmaci e abbigliamento e l’app notifica la donazione, indicando anche il percorso migliore per recuperare il tutto: hanno vinto il premio Ecopreneur di ABBItalia. L’ISISS Magarotto di Torino con Medical Maga invece ha ideato un’app per ricordare agli anziani l’ora della pastiglia, con un bracciale e un astuccio porta-pillole localizzabile e un’allerta al gestore/famigliare in caso di mancata assunzione.

Nel mondo sono oltre 8 milioni i ragazzi che ogni anno fanno questa esperienza: il dispositivo di impresa in azione, che JA utilizza da molto tempo, vuole essere anche una nuova via all’alternanza scuola lavoro tradizionale, fatta non togliendo i ragazzi dalla scuola per metterli per un certo tempo in azienda ma portando le imprese dentro la scuola, cambiando la scuola stessa, facendo scoprire ai giovani il mondo del lavoro da protagonisti, attraverso l’educazione all’imprenditorialità. Per questo nel corso della mattinata è stato presentato un paper, “Proposta di un modello integrato: educazione imprenditoriale e orientamento nell’alternanza scuola lavoro”, elaborato dal secondo tavolo di lavoro del Piano di Azione Nazionale dell’European Pact for Youth, nell’ambito dell’attivazione di un Enterpreneurship Education Hub. Per andare oltre l’evento di oggi e capirne la genesi abbiamo incontrato Miriam Cresta, direttore generale di Junior Achivement Italia.

Cos’è Junion Achievement?
JA è attiva in Italia da 15 anni, siamo cresciuti con la logica della crescita graduale e lavorando sempre a fianco della scuola, con l’idea di inserire nella scuola dispositivi innovativi, nuovi metodi che gli insegnanti possono usare nella loro didattica quotidiana. Per noi è scontato che un pezzo di attività riguarda gli insegnanti e la loro formazione, a supporto della loro voglia di inserire nuove modalità didattiche, di creare contesti di apprendimento nuovi a scuola. Fino a tre o quattro anni fa entravamo in relazione con chi nella scuola aveva questo desiderio di innovazione, ovviamente negli ultimi tre anni il cambio di passo voluto dal Miur le cose sono cambiate: con l’alternanza scuola lavoro il Miur si è posto, come deve essere, a spingere un processo di innovazione. In questa fase, ne discutiamo spesso anche con altri player, il vero tema è capire come fare a rendere sostenibile questa spinta, che prevede numeri molto elevati, mantenendo una logica di qualità. Qualità e scalabilità insieme.

Quanto siete cresciuti?
Siamo cresciuti di un +130% negli ultimi due anni: abbiamo messo tutti gli investimenti sulla fascia delle superiori, con l’idea di contribuire all’esperienza dell’alternanza scuola lavoro. Per farlo abbiamo un po’ diminuito la presenza su altre fasce d’età, dove invece lavoravamo. Noi lavoriamo da anni con il dispositivo della mini-impresa di studenti, ci crediamo, sappiamo quali sono i suoi effetti: abbiamo cercato di creare una macchina organizzativa che consentisse di utilizzarlo su dimensioni di scalabilità, abbiamo messo risorse umane, finanziarie, di digitalizzazione… Un problema di scalabilità esiste anche perché non tutte le scuole sono pronte a sostenere una progettualità che prevede un bando o un PON: nelle scuole questa logica progettuale non è diffusa ancora e noi non siamo nati per fare il pezzo burocratico al posto della scuola. Per l’anno prossimo per la prima volta ci stiamo interrogando se mettere o meno un numero chiuso e rispetto al passato abbiamo chiesto cento euro a classe come partecipazione.

Nei paesi in cui l’educazione imprenditoriale è molto presa in considerazione, come policy trasversale, dopo 10-15 anni si vede che i ragazzi che hanno incontrato sui banchi di scuola questo approccio diventano cittadini attivi, che restano nella comunità e indicano soluzioni nuove per i problemi. Investire su questo approccio significa anche avere risorse sul territorio che fanno innovazione sociale.

Miriam Cresta

Cos’è la mini-impresa?
È un dispositivo di impresa reale. A livello europeo esiste un documento della DG Growth, non Education, che afferma che il dispositivo della mini-impresa aiuta ad acquisire la competenza imprenditoriale. Non è diventare tutti imprenditori ma diventare intraprendenti nella vita. Questo ha un riscontro nelle scelte di orientamento, significa essere più proattivi nelle fasi tra una attività professionale e l’altra, aumentare le potenzialità insite nella persona di crearsi un’attività autonoma. Non pensiamo che diventare imprenditori debba essere l’esito per tutti e nemmeno creare una startup, ma in un contesto in cui il binomio “faccio questa scuola e poi farò quel lavoro” non funziona più, questa competenza è un valore in più, come lavoratore ma anche come cittadino attivo. Tra l’altro nei paesi in cui l’educazione imprenditoriale è molto presa in considerazione, come policy trasversale - penso alla Danimarca, al Regno Unito e in modo diverso alla Francia - dopo 10-15 anni si vede che i ragazzi che hanno incontrato sui banchi di scuola questo approccio diventano cittadini attivi, che restano nella comunità e indicano soluzioni nuove per dei problemi. Investire su questo approccio significa anche avere risorse sul territorio che fanno innovazione sociale.

Che ruolo hanno le imprese?
Per noi l’ecosistema imprenditoriale è essenziale, sono il nostro dream coach. Ci sono molti manager che come volontari incontrano i 20 ragazzi della classe e della mini-impresa, dando un contributo è esperienziale: non c’è una persona che racconta il marketing con delle slide, ma una persona che contribuisce con la propria esperienza professionale alla loro idea. Diventa un’alleanza. Anche per imprese locali è più interessante mettersi in gioco con 20 ragazzi su un’idea concreta che non prenderne 5 in stage, è una logica diversa. In più in questo modo il know how resta nella scuola: il valore aggiunto è che questo dispositivo è una competenza che resta nella scuola, l’anno dopo la scuola può andare autonomamente dalle aziende, senza più cercarci, la scuola diventa soggetto attivo e soprattutto non si pone più in modo passivo con le aziende. Noi a settembre abbiamo iniziato un lavoro con Human Foundation, per fare una valutazione Sroi per le imprese che hanno sostenuto economicamente il progetto.

Cosa avete visto cambiare negli anni?
Nell’ambito di Pact for Youth abbiamo chiesto a Sodalitas di creare un hub sull’educazione imprenditoriale, di cui siamo capofila. Diciamo che nella scuola superiore, l’approccio duale dell’alternanza è privilegiato: se nel duale fosse inserita anche questa educazione sarebbe bingo. Si fa molta fatica a spiegare che non è la stesa cosa, ma è anche evidente che non tutti i ragazzi potranno fare lo stage o l’apprendistato, anche per il tessuto economico del paese. La mini impresa di studenti sarebbe buona alternativa al sistema duale: per 100 ore i ragazzi fanno l’esperienza della creazioni di un’impresa, la cosa importante è avere un’idea, stanno a bagno nell’idea per un 40% del tempo e poi la trasformano in realtà, questo è il processo e quello che resta, il capire che per trasformare un’idea in azione devi avere un’organizzazione ma soprattutto un canale con il fuori dalla scuola, per raccontare, per capire chi ti può aiutare… L’alternanza scuola lavoro è importantissima, però tutti dobbiamo avere l’obiettivo di lavorare ancora di più sulla qualità e i dispositivi, occorre individuare degli indicatori e capire come fare a valutare l’impatto di queste esperienze. Noi ad esempio abbiamo una certificazione internazionale, dopo un percorso di 80-120 ore, c’è un test online: l’hanno già superato 14mila ragazzi, siamo il primo Paese in Europa. Questo della certificazione oggi in generale è un pezzo mancante. Qualche grande azienda la farà, ma per il resto?

I ragazzi dovranno sempre più inserirsi in percorsi non ancora chiari, dove si sta facendo una cosa nuova e non si sa ancora come andrà a finire e nemmeno esattamente di che tipo di professionalità si sta parlando. Quell’area dello stare in mezzo, è l’area dell’innovazione. Per starci serve curiosità ma anche la capacitò di starci senza ansia.

Miriam Cresta

Pochi giorni fa avete premiato gli studenti del Liceo Paolo Carcano di Como, che hanno vinto il premio Migliore Impresa Green Jobs.
È un programma innovativo di educazione all’imprenditorialità “green” di Fondazione Cariplo, InVento Innovation Lab e Junior Achievement Italia. Per un anno scolastico, seguiti da esperti di sostenibilità ambientale, 1.200 ragazzi tra i 16 e i 19 anni di 30 licei della Lombardia hanno individuato un’idea di business e progettato la sua realizzazione, fondando e gestendo come veri e propri imprenditori delle “startup” di studenti. Anche Green Jobs è un’esperienza di alternanza scuola-lavoro, legata alla convinzione che il green e l’imprenditorialità andassero affiancati, perché nel mercato lavoro ci sarà sempre più bisogno di affrontare i problemi con un approccio di sostenibilità ambientale a 360 gradi. I ragazzi – sono qui anche oggi a Biz Factory - hanno vinto con Step App, un’applicazione che permette di guadagnare monete virtuali camminando. Le monete virtuali poi potranno essere convertite in sconti o premi offerti dai punti vendita del territorio. La logica digital avanzata si sposa con il tema della comunità locale, dei produttori locali. I giovani portano soluzioni nuove, il contapassi c’era già, ma loro hanno messo insieme le due dimensioni, chi ama camminare su quel territorio e chi quel territorio lo ama dal punto di vista della produttività agricola. Questa classe qualche mese fa era in difficoltà, invece la difficoltà li ha aiutati ad emergere.

Quali sono le competenze necessarie per il futuro? A cosa bisogna preparare i ragazzi?
Il nesso fra la scuola che si frequenta e il lavoro che si farà non è più scontato, da tanti anni. Occorre focalizzarsi sulle caratteristiche personali che possono aiutare un giovane a individuare le attitudini che ha e poi lavorare su di esse, migliorandole, per tradurle in contenuti e comportamenti: qui solo le esperienze reali possono aiutare. Quindi suggerirei tutto ciò che è alternativa alla scuola, stare in altre organizzazioni, andare all’estero, fare esperienza nuove, tutto ciò che è crescita personale è importante. Cercare un interlocutore che possa aiutare, che in modo generoso metta a disposizione quello che sa fare è altrettanto importante. I ragazzi dovranno sempre più inserirsi in percorsi non ancora chiari, dove si sta facendo una cosa nuova e non si sa ancora come andrà a finire e nemmeno esattamente di che tipo di professionalità si sta parlando. Quell’area dello stare in mezzo, è l’area dell’innovazione: vent’anni fa era chi stava in mezzo tra il terzo settore e l’impresa, oggi chi sta in mezzo fra innovazione e digitalizzazione… si tratta di professioni che chi fa ricerca sul mercato non sa ancora cosa cercare esattamente. Però quelli sono i contesti interessanti, in cui vale la pena esserci. Per starci serve curiosità ma anche la capacitò di starci senza ansia. Che va imparata.

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