Dibattiti

Misurare l'impatto sociale? Sì, ma chi paga?

20 Giugno Giu 2017 1703 20 giugno 2017

L'intervento a quattro mani del docente dell'Università Bocconi e della ricercatrice del Yunus Centre for Social Business and Health, Glasgow Caledonian University riprende i temi dei colloqui scientifici di Iris Network di quest'anno. Due i punti nodali: quale il metodo migliore per valutare le imprese sociali e chi si debba fare carico dei costi connessi

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 Barattolo Soldi Tom Kelley:Getty Images
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L'intervento a quattro mani del docente dell'Università Bocconi e della ricercatrice del Yunus Centre for Social Business and Health, Glasgow Caledonian University riprende i temi dei colloqui scientifici di Iris Network di quest'anno. Due i punti nodali: quale il metodo migliore per valutare le imprese sociali e chi si debba fare carico dei costi connessi

Alla fine di maggio, nella cornice del campus di Novoli dell’Universitá di Firenze,in occasione dei colloqui scientifici di IRIS NETWORK, ricercatori di diverse discipline e practitioners si sono trovati per discutere ed analizzare logiche, strumenti, finalità e barriere per la valutazione di impatto dell’impresa sociale. Gli interventi che si sono susseguiti hanno introdotto ricerche con approcci metodologici differenti per valutare l’impatto sociale di organizzazioni operanti nel sistema sanitario e/o sociale. I paper presentati hanno coinvolto imprese sociali o organizzazioni non-profit appartenenti a diversi settori, dalla raccolta del sangue al supporto per pazienti terminali fino ad arrivare all’inclusione lavorativa e all’attivitá fisica per malati cronici. Questa eterogenitá di settori di attivitá si é riflessa nella diversitá degli approcci utilizzati per capire se e come le imprese sociali aggiungano valore al sistema in cui opeano. Metodologie controfattuali, SROI, realist evaluation, indicatori quantitativi e review sistematiche della letteratura sono stati raccontati dai ricercatori coinvolti, evidenziando non solo come questi metodi possano analizzare l’impresa sociale, ma anche identificando quali sono i limiti e le barriere che questi approcci presentano.

Anche se i paper erano molto diversi tra di loro, due tematiche ricorrenti sono state individuate e discusse all’interno della sessione. Ed é proprio su queste tematiche che questo breve articolo vuole riflettere per informare la discussione concernente la valutazione dell’impresa sociale.

La prima riflessione riguarda la possibilitá di utilizzare un solo approccio metodologico comune (best practice) per valutare le imprese sociali.
I ricercatori sono andati oltre gli approcci epistemologici che possono dividere l’utilizzo di metodologie quantitative e qualitative (approcci positivisti o interpretivisti) convergendo sulla idea che non sia possibile trovare, “il metodo migliore” in assoluto per valutare l’impresa sociale. L’approccio metodologico scelto deve dipendere infatti dagli obiettivi della valutazione e dal settore in cui la valutazione viene effettuata. Inoltre l’utilizzo di un solo framework comune per interventi e organizzazioni molto diversi rischia di influenzare negativamente l’attivitá dell’impresa sociale, soprattutto nel momento in cui questa é connessa con l’accesso ai fondi pubblici. La promozione di un solo approccio metodologico per analizzare interventi molto eterogenei infatti rischia di favorire le aree di policy di interesse del decisore politico, riducendo le possibilitá di finanziamento per quelle organizzazioni che si attivano in settori diversi. I ricercatori hanno inoltre tutti evidenziato la necessitá di utilizzare metodologie miste, che raccolgono dati qualitativi e quantitativi per capire se, come e in quale contesto l’impresa sociale puó generare valore e impatto. Condurre studi che integrano diversi approcci metodologici e raccolgono dati empirici puó supportare la produzione di evidenze, che ad oggi ancora non ci sono (dalla review sistematica presentata sono pochi infatti i paper che analizzano l’impatto dell’impresa sociale in contesto sanitario e socio-sanitario).

E’ comunque emersa anche l’esigenza di avere un framework basico condiviso sulla valutazione di impatto socio economico ed esso puó essere rappresentato, in Italia, dalle “Linee guida per la redazione del bilancio sociale e per la realizzazione di sistemi di valutazione dell’impatto sociale delle attività svolte dagli enti del terzo settore”, elaborate dal gruppo di lavoro del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ai sensi dell’art.7 comma 3 della legge 6 giugno 2016,n.106. Per creare un format delle linee guida di sistemi non ci si deve irrigidire sulla concezione riduttiva di standard, ma non si può neanche avere un approccio “ad libitum” che rischierebbe di creare un contesto del sistema del Terzo Settore indebolito. Queste linee guida devono essere lette come raccomandazioni da seguire per dare al sistema delle imprese sociali un riferimento costante utile per aumentare la trasparenza dei risultati dei progetti e la percezione di valore per i cittadini, per la pubblica amministrazione e per gli investitori privati. La valutazione dell’impatto sociale è una componente importante della “filiera di valutazione” che sarà sempre più una parte del quadro di riferimento della finanza (sociale), della filantropia e della relazione con il settore pubblico. I finanziamenti pubblici o privati alle non profit ed alle imprese sociali si struttureranno probabilmente in una filiera ove il finanziatore chiederà,”ex ante”, quale sarà l’impatto sociale delle attività poste in essere dall’impresa sociale nonché, a consuntivo, ed “ex post”, quali sono i risultati in chiave di impatto sociale ed economico sviluppato. In questo caso il ruolo dell’accademia sará fondamentale, come esplorato nella seconda riflessione.

Queste raccomandazioni possono anche essere utilizzate per prendere decisioni strategiche interne da parte di organizzazioni con diverse caratteristiche di grandezza, settore e contesto. In questo caso un ruolo importante di accompagnamento possono attuarlo le reti associative di secondo livello, al fine di capire se e come eventualmente attivare un processo di recupero, mantenimento, sviluppo di “asset” funzionali delle imprese sociali orientati al valore aggiunto sociale da perseguire in logica di interesse generale. In questo caso sará importante anche dotarsi di strumenti di valutazione del proprio operato nel breve periodo. Queste metriche di valutazione di operato (ma non di impatto) permetteranno di passare dalla teoria strategica al risultato e fissare gli obiettivi specifici; a differenza della pianificazione strategica, la programmazione operativa sociale si declinerà nel breve periodo (semestre, anno) in logica di efficienza e del rapporto quantità di output sociale/quantità di input sociale. Questo permetterá di monitorare e controllare i processi in chiave dinamica e offrirá l’opportunità di comprendere se gli effetti delle attività svolte sulla comunità di riferimento hanno un “prius” di processo utile e funzionale al raggiungimento degli obiettivi a medio e lungo periodo. In questo caso non sará l’accademia o la ricerca ad avere questo ruolo di supporto, ma saranno le organizzazioni stesse ad implementare le linee guida.

Questo si collega al secondo tema : il ruolo della accademia e della ricerca per promuovere evidenze e relazionarsi con i decisori politici. Mentre le valutazioni di operato sull’impresa sociale possono essere promosse dalle reti associative e dalle organizzazioni stesse, nel caso di studi di valutazione di impatto l’accademia e gli enti di ricerca dovrebbero avere il ruolo fondamentale nel promuovere e svolgere questi studi. Le ricerche presentate all’interno del panel hanno avuto tutte un costo ingente, non solo in termini economici, ma anche in termini di conoscenze dei ricercatori, tempo impiegato e complessitá degli studi. Sorge quindi spontaneo chiedersi se questo costo debba essere in capo alle imprese sociali, con il rischio di eliminare le organizzazioni piú piccole e nate all’interne delle comunitá che difficilmente possono finanziare studi cosí complessi, oppure in capo ai decisori politici (o filantropici) e ai loro budget. Diverse posizioni sono promosse da parte dei ricercatori (e anche degli autori di questo articolo). C’é chi sostiene il ruolo dei decisori politici come finanziatori e promotori della valutazione dell’impatto sociale, al fine anche di eliminare possibili conflitti di interessi e chi invece vede nell’impresa sociale stessa l’interesse a finanziare la propria valutazione, al fine di identificare se e come il loro operato funziona. Una posizione comune invece é stata presentata sul ruolo dell’accademia. Le universitá e gli enti di ricerca che studiano e promuovo approcci rigorosi alla valutazione dell’impresa sociale devono riuscire promuovere modalitá efficaci di comunicazione con i decisori-politici (e filantropici) al fine di creare una base accurata per aiutare a prendere decisioni basate su dati ed evidenze. Solo tramite un ruolo forte dell’accademia e degli enti di ricerca sará possibile infatti sviluppare approcci critici che possano creare la base empirica fondamentale per informare i decisori politici. E solo in questo caso, riprendendo uno dei paper presentati nella sessione, sará possibile fermare le statue di dedalo e creare conoscenza.

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