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Profughi

I migranti e quel diritto alla salute negato. Ora si aprano i corridoi umanitari

29 Giugno Giu 2017 1753 29 giugno 2017
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La fondatrice di Moas Regina Catrambone spiega come in Libia venga costantemente violato il diritto sancito dall'art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 «la cui violazione rappresenta un ulteriore elemento di vulnerabilità che deve avere massima priorità quando si valutano i soggetti da far accedere ai corridoi umanitari»

Regina Catrambone

Jalal ha 29 anni, viene dalla Siria e nel 2012 è stato costretto a lasciare il paese per le nefaste conseguenze della guerra civile in corso.

Jalal viene da Deraa ed è partito insieme alla sua famiglia: la moglie Walaa, 28 anni, la madre Eman, 52 anni, e cinque sorelle dai 10 ai 28 anni.

Dopo aver lasciato la Siria, sono arrivati in Libia a Sabrata dove hanno subito numerose violenze: estorsioni, mancanza di acqua potabile e cibo e detenzioni arbitrarie da parte delle autorità locali.

Per intraprendere la traversata hanno pagato 2.500 dinar libici, per un totale di 20.000 dinar libici. Questo il prezzo del loro viaggio della speranza che almeno hanno potuto affrontare tutti insieme.

Jalal e la sua famiglia, precedentemente salvati da altre unità navali, sono stati accolti sulla Phoenix il 18 Giugno dietro richiesta dalla Guardia Costiera Italiana. Una volta completata la prassi medica, come sempre, il nostro equipaggio ha cercato di metterli a loro agio. E così Jalal, facendo da interprete per tutti i membri della famiglia, ha raccontato la loro drammatica storia da cui emergeva il fortissimo desiderio di ricominciare una nuova vita prima possibile. Alcuni parenti sono rimasti in Siria mentre due fratelli si trovano in Germania.

Ed è proprio in Germania che Jalal sogna di arrivare non solo per riunire la famiglia finalmente lontano dalla guerra, ma anche per proseguire i suoi studi e trovare un buon lavoro. In Siria aveva studiato ingegneria aeronautica e il suo obiettivo adesso è riuscire a guadagnare abbastanza per poter curare la moglie Walaa affetta dal morbo di Crohn. Durante la loro fuga dalla Siria, infatti, accedere alle cure mediche è stata una sfida enorme.

Come documentato dalla nostra organizzazione sorella, Xchange, la situazione in Libia è insostenibile e, benché sia sempre stato un paese complicato, la rivoluzione del 2011 ha peggiorato drasticamente le condizioni di vita in loco.

Durante una missione conoscitiva in Libia, sono state intervistate circa 100 persone provenienti dalla Siria, ma intrappolate nel paese senza via di fuga se non quella offerta dai trafficanti. Una volta arrivati in Libia, non rimane scelta se non lasciare il paese sfidando la sorte a bordo di una imbarcazione fatiscente.

Durante la permanenza nel paese si è esposti a ogni tipo di abuso e trattamento degradante: si può essere rapiti mentre si cammina per strada da sconosciuti armati che dopo il sequestro torturano la vittima a piacimento per estorcere denaro, si può essere derubati di ogni avere o rinchiusi in prigione senza alcuna assistenza legale.

Un altro gravissimo problema riguarda l'assistenza sanitaria e l'accesso alle cure mediche per chi si trova bloccato nel paese.

Ricevere adeguati trattamenti medici in Libia è praticamente impossibile sia perché molte persone vengono detenute illegalmente sia per la mancanza strutturale di personale e mezzi.

Questo significa che viene negato il diritto alla salute e chi ha bisogno di cure mediche spesso non può riceverle.

Tuttavia, questo diritto è sancito dall'art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 che stabilisce: “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”.

La salute rappresenta, dunque, un ulteriore elemento di vulnerabilità che ha massima priorità quando si valutano i soggetti da far accedere ai corridoi umanitari.

Come ribadito in più occasioni, MOAS dall'Agosto 2016 sta lavorando insieme all'UNHCR per l'apertura di vie legali e sicure al fine di garantire ai gruppi più vulnerabili di persone una alternativa concreta ai viaggi della morte.

MOAS crede fermamente che nessuno debba rischiare di morire in mare per raggiungere una pace ed una sicurezza che sono scontate per chi nasce nella parte giusta del mondo.

Alla luce delle storie raccolte in questi tre anni di missioni SAR, abbiamo visto troppi morti di speranza e partecipato al dolore di troppi genitori in fuga da luoghi insicuri dove non potevano far curare i propri figli per restare ancora a guardare.

Per questo, come nel 2013 dopo l'appello del Papa contro la globalizzazione dell'indifferenza e il naufragio del 3 Ottobre, decidemmo di metterci in gioco per diminuire le morti in mare, adesso abbiamo deciso di intraprendere questa nuova sfida di umanità.

Svuotare i viaggi della morte e avviare dei percorsi legali per i più vulnerabili.

Perché Nessuno Merita Di Morire In Mare.

Ma nemmeno sulla terraferma.


*Regina Catrambone è co-fondatrice, assieme al marito Christopher Paul Catrambone, dell'ONG maltese Migrant Offshore Aid Station (MOAS)