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Ecco perché il Mediterraneo è il banco di prova dell’Europa

30 Giugno Giu 2017 1837 30 giugno 2017
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L’intervista al portavoce di Concord Italia, Francesco Petrelli sulla minaccia del governo italiano di chiudere i porti alle Ong, secondo cui, la risposta ai nuovi flussi non può che essere Europea. “I numeri sono ancora gestibili, ma si deve evitare l’effetto imbuto per l’Italia”

“Proprio in queste ore stiamo chiedendo alle altre piattaforme nazionali che fanno parte di Concord Europe di prendere posizione e fare pressione sui propri Paesi e sull’Europa perché chi si rifiuta di adempiere alle normative europee va sanzionato.” Francesco Petrelli, portavoce di Concord Italia, il network delle Ong in Europa non ha dubbi: la risposta alla crisi migranti, mai come ora, deve essere europea.

Il governo minaccia di chiudere i porti alle Ong straniere che trasportano migranti. Davvero non c’è altra soluzione?

È un tema complesso e difficile e l'Italia sta vivendo situazione molto complicata, per questo bisogna dare risposte che siano giuste ma anche credibili e realiste. La chiusura dei porti che in realtà non è stata annunciata ufficialmente ma è stata lasciata trapelare potrebbe essere un tentativo per dare una scossa all’immobilismo dell’Europa che non dà segno di voler far rispettare gli accordi che sono stati presi dagli stessi stati membri.
Il problema è che paghiamo a caro prezzo l’incapacità dei governi europei di dare una risposta congiunta al tema immigrazione. Chiudere i porti però sarebbe sbagliato e inapplicabile, oltre che contrario al dovere di protezione internazionale sancito dal diritto internazionale e umanitario. Ci sono altre strade per governare questa situazione complessa.
La decisione del Consiglio Europeo del 2015 stabiliva la quota dei ricollocamenti ma è stata applicata solo al 20%. Bisogna che i criteri stabiliti dall’ UE siano rispettati e poi che l’Europa si dia un modello unico di asilo europeo, che stabilisca dei criteri di asilo comuni a tutti gli stati dell’Unione. Se l’Europa non dà risposte rischia di mettere in discussione sé stessa, proprio adesso che l’ondata di nazionalismi, forze xenofobe, sovraniste e razziste sono state temporaneamente fermate. Il tema è che l’Italia non può essere lasciata solo ad affrontare questo fenomeno epocale. Ci vuole un’azione decisa europea, che affronti le cause profonde delle migrazioni, che non sono solo le guerre, ma anche la povertà, le persecuzioni, la violazione sistematica dei diritti umani che avvengono nei Paesi d’origine…

E anche in Libia…

Già mesi fa avevamo predetto che l’accordo con la Libia, prima di essere sbagliato, sarebbe stato inefficace. Il fatto che 22 navi siano arrivate contemporaneamente è evidente. C’è un problema che va affrontato: si tratta di un Paese instabile e di un governo che ha il controllo solo su una parte del territorio. Bisogna però riuscire a costruire presidi, così da garantire canali legali e sicuri, altrimenti si lascia in mano la vita di migliaia e migliaia di persone ai trafficanti uomini.
Dal 1 gennaio 2017, sono 2030 le persone che sono morte nel Mediterraneo. Un cimitero. Abbiamo visto che l’esperimento dei corridoi umanitari, portato avanti dal governo italiano e da alcune organizzazioni della società civile, come la Comunità Sant’Egidio e la Chiesa Valdese ha funzionato. Se l’Europa si desse l’obiettivo di garantire corridoi umanitari a 20mila o 30mila persone, sarebbe già un inizio importante, una risposta condivisa e, per questo, meno gravosa per tutti. C’è bisogno di una strategia coordinata. Il problema è che l’Europa, che ha portato avanti con successo delle politiche di vicinato con l’Europa centro orientale, è stata completamente assente in Nord Africa e nell’Africa sub-sahariana. La prossima sfida deve essere la definizione di una politica coerente, capace di agire sulle cause delle migrazioni, che sono le guerre e le violazioni sistematiche dei diritti fondamentali. È una narrazione difficile da articolare, ma è l’unica di verità da comunicare verso l’opinione pubblica. Bisogna avere coraggio. Questo non non significa dire: “accogliamoli tutti”, né “chiudiamo i porti”.

Il sistema dell’accoglienza è effettivamente sotto una pressione notevole. Esistono nuovi strumenti per continuare a garantire l’assistenza a chi arriva nel nostro Paese?

Bisogna guardare i dati e non lasciarsi prendere dagli allarmismi. I dati dell’Ocse danno i richiedenti asilo, a livello globale, in aumento ma in Europa i richiedenti asilo sono 2,3 milioni e i rifugiati 1,2 milioni, un totale di 3,5 milioni, pari allo 0,68% del totale della popolazione della UE, che conta circa 520 milioni di persone. Sono percentuali infinitesimali. Ovviamente gli arrivi di migliaia di persone in pochi giorni, in un solo Paese, come è successo con l’Italia negli ultimi giorni, può creare problemi, per questo i flussi devono essere gestiti da tutta l’Europa, altrimenti può smettere di darsi la definizione di global player. Questo è un banco di prova per l’UE.
Siamo davanti a numeri governabili se la risposta è comune, se invece si lascia l’Italia a confrontarsi con quello che diventerà un effetto imbuto i problemi saranno enormi e non solo per l’Italia, perché siamo davanti ad un fenomeno storico che non smetterà. In Italia abbiamo avuto 180.000 arrivi nel 2016, le richieste di asilo sono state 90.000, di queste il 39% hanno ottenuto la protezione internazionale, pari a circa 35.000 persone. La drammatizzazione è dovuta agli sbarchi degli ultimi giorni con 12500 persone e al fatto che siamo solo all’inizio dell’estate, ma il sistema adesso non è al collasso, ci si può organizzare anche se le persone aumentano, è chiaro che se si va al ritmo di migliaia di arrivi al giorno questo sarà un problema. La responsabilità deve essere condivisa, non solo a livello europeo ma anche italiano. Il dato che solo 2800 comuni su 8000 abbiano aderito allo Sprar fa capire che c’è ancora moltissimo da fare e si rischia un cortocircuito con le prefetture minacciano di fare le tendopoli. Lo sforzo deve essere condiviso letteralmente da tutti.

Perché però, in una vicenda così complessa, si continua a parlare solo delle operazioni di search and rescue delle Ong, che, tra l’altro, non sono le uniche a operare in mare. Una narrazione che è portata avanti dalla stampa in modo quasi bipartisan. Venerdì su La Repubblica è stato scritto che, durante il vertice di ieri a Bruxelles, Gentiloni ha spiegato che le Ong “vanno a prendere i migranti in acque libiche e li portano automaticamente in Italia”…

L’attacco politico degli ultimi mesi è stato evidente, ricordiamo tutti chi ha usato per primo l’espressione “taxi del mare”. A questo si aggiunge una grande imprecisione e mancanza di informazioni, tanto che, davanti alla commissione parlamentare, chi ha detto le cose più positive e veritiere sono gli ammiragli della marina italiana, che conoscono bene come operano le Ong in mare. Le convenzioni internazionali impongono di salvare le persone in mare e di portarle nel porto vicino più sicuro. Le Ong salvano tra il 30% e il 40% dei migranti e questo è un indicatore che può essere letto anche al contrario e indica la risposta mancata dell’Europa. Sembra quasi che si voglia impedire alle organizzazioni di fare la cosa più giusta e naturale, il terreno più neutro: salvare chi rischia la morte, così da usare i morti come deterrente. Si ignora però che chi scappa dalla guerra e dalla miseria non si ferma nemmeno coi carri armati, non ha nulla da perdere. Siamo davanti a un problema epocale, strutturale storico, possiamo farlo diventare un’opportunità, altrimenti sarà una catastrofe.

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