Migrante Tripoli Libia Taha Jawashi Afp Getty
Mediterraneo

Migranti: come funziona lo sfruttamento in Libia

3 Luglio Lug 2017 1329 03 luglio 2017
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Proprio nei giorni in cui il ministro dell’Interno Minniti riconferma il ruolo centrale giocato dalla Libia come Paese chiave per il controllo dei flussi migratori, il Washington Post dedica un intero reportage alle condizioni disumane in cui sono costretti i migranti qui. È l’ennesima fotografia di un Paese in cui il rispetto dei diritti umani è inesistente e “i disperati della terra sono ridotti in schiavitù, torturati o costretti alla prostituzione”

“La partita fondamentale si gioca in Libia: il confine meridionale della Libia è il vero confine meridionale dell'Europa". Lo ha affermato in un’intervista al Messaggero il ministro dell'Interno Marco Minniti che, proprio domenica, ha affrontato il tema sbarchi e accoglienza in un incontro con i ministri degli interni di Francia e Germania e con il commissario europeo Avramopoulos, in cui si è parlato di stringere ancora di più la collaborazione con questo Paese terzo. “Con la Libia abbiamo affrontato anche un tema cruciale, ossia quello dei centri di accoglienza, dove dovranno essere rispettati i diritti umani.” Un tema caldissimo. Proprio ieri il Washington Post ha pubblicato un nuovo reportage sulle condizioni dei migranti nel Paese a firma dal giornalista Sudarsan Raghavan. Ancora una volta la fotografia che emerge, è quella di un inferno, dove i diritti umani non sono nemmeno contemplati.

“Le porte del centro di detenzione erano sbarrate. Chiusi dentro, centinaia di migranti, con almeno 20 persone stipate in una cella. Scheletrici e a piedi nudi, gli uomini guardavano attraverso la piccola apertura quadrata della porta di metallo, mentre la puzza di urina e l’odore dei corpi restava appeso nell’aria viziata. ‘Ho mangiato solo un pezzo di pane oggi’, ho sentito sussurrare un uomo algerino. ‘Ti prego, mi puoi aiutare?’” Inizia così il reportage di Raghavan. “La Libia, il punto di partenza principale per i migranti che cercano di raggiungere l’Europa, è oggi la sede di un commercio fiorente di esseri umani. Incapaci di pagare le cifre esorbitanti dei trafficanti o raggirati dai trafficanti, i disperati della terra sono ridotti in schiavitù, torturati o costretti alla prostituzione”.

Il Washington Post ha visitato due dei principali centri di detenzione governativi a Tripoli e un terzo centro nella città di Zawiyah, sulla costa che, secondo gli investigatori dell’Onu, sarebbe controllato da una milizia presumibilmente coinvolta nel traffico di esseri umani.

“Non sono trattati come esseri umani”, ha dichiarato al quotidiano, Tabawi Wardako, un leader tribale libico e attivista nella città meridionale di Sabha. “Sono trattati come merce.” Affermazioni che non sorprendono la portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna, Catherine Ray: “Siamo consapevoli delle condizioni inaccettabili in cui alcuni migranti sono trattati, nei centri di detenzione e di accoglienza in Libia, e non guardiamo dall’altra parte.”

Non sono trattati come esseri umani. Sono trattati come merce.

Tabawi Wardako, leader tribale e attivista

Eppure sono anni che si denunciano le violenze nel Paese. L’ultimo report, dell’Onu era uscito a febbraio e tutte le Ong presenti nel Paese avevano raccontato la sistematica violazione dei diritti umani. Una storia vecchia.

Da decenni i migranti arrivano in Libia per cercare lavoro, da decenni vengono denunciati i soprusi e le condizioni di schiavitù, anche durante il regime di Gheddafi, ma con le sollevazioni del 2011 e la caduta del regime, la situazione non ha fatto che peggiorare. Nel caos del dopo-Gheddafi, i confini sono rimasti senza nessun controllo e il crimine e il traffico di esseri umani nelle mani dei gruppi armati, hanno continuato a crescere, costituendo, secondo diverse organizzazioni non governative, un giro di affari multi-miliardario, che coinvolge innumerevoli milizie e gruppi tribali. Una situazione complicatissima, in cui il governo di Tripoli, sostenuto dall’Occidente, esercita un’autorità molto limitata fuori dalla Capitale e in cui conflitti interni allo stesso governo sono dilaganti.

“Mi hanno frustato, schiaffeggiato, piacchiato mentre ero al telefono con mia madre, così che mi sentisse piangere,” ha raccontato al giornale, Ishmael Konte, un 25enne della Sierra Leone, ricordando i metodi usati dai trafficanti per estorcere altri soldi alla sua famiglia, nei giorni trascorsi nel sud della Libia, dove l’assenza di un governo è drammatica.

Mi hanno frustato, schiaffeggiato, piacchiato mentre ero al telefono con mia madre, così che mi sentisse piangere.

Ishmael Konte, migrante della Sierra Leone

Un altro migrante, Mack Williams Ivoriano, 29 anni, disoccupato, ha raccontato al Washington Post di aver lasciato il suo Paese grazie alla famiglia, che aveva messo insieme i soldi per il viaggio. Da Abidjan aveva viaggiato fino ad Agadez nel Niger centrale, al confine con il deserto. Lì è stato messo in contatto con un “connection man,” uno degli uomini di mezzo, uno dei tanti ingranaggi della lunga catena di montaggio del traffico di esseri umani tra l’Africa e l’Europa. Per 600 dollari, Williams è stato trasportato attraverso il confine, da Sabha, a Bani Walid, a Tripoli, ad ogni fermata, un altro “connection man”, lo avrebbe atteso, sempre se fosse sopravvissuto. Un viaggio che Williams ha definito “la strada della morte”. Nessuno ha la certezza di arrivare. Arrivato a Sabha, ad esempio, un altro ragazzo, Ishmael Konte, è stato venduto a un libico e, come molti altri, messo in una cella. “Gli uomini vengono incarcerati per motivi diversi. Alcuni devono ancora dei soldi per il viaggio, altri hanno viaggiato a credito e sono diventati proprietà dei trafficanti. La maggior parte, come Konte, dicono di aver pagato tutto ma di essere stati ingannati dagli autisti ed essere stati venduti al proprietario della prigione libica per appena 50 dollari,” scrive Raghavan che spiega anche il fenomeno delle “connection houses”, letteralmente “case di connessione”, magazzini senza finestre per evitare che siano scoperti. Qui i ragazzi sono costretti a vendere droga, le ragazze e alla prostituzione.

Nella maggior parte dei casi, il governo “non sa nulla”, ha dichiarato al giornale Wajdi Muntassar, ufficiale di polizia che gestisce uno dei 29 centri di detenzione governativi, qui sono stati portati la maggior parte dei migranti fermati dalla guardia costiera libica, mentre cercavano di raggiungere l’Europa. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, la Guardia Costiera Libica e i pescatori locali hanno fermato più di 10mila persone.

Anche in questi centri le condizioni sono assolutamente precarie. Nel centro di Zawiyah le persone sono costrette a mangiare e dormire per terra. Nel rapporto dell’Onu, proprio questo centro era stato denunciato per aver venduto ripetutamente i migranti ai trafficanti di esseri umani. Pratica diffusa, sarebbe quella di chiamare le famiglie dei detenuti per estorcere soldi, sotto minacchia. Chi paga, viene rilasciato e messo su un barcone per l’Europa.

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