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Un regime fiscale per le imprese dell’economia sociale Europea

3 Luglio Lug 2017 1756 03 luglio 2017

L'intervento di Giuseppe Guerini, portavoce dell'Alleanza delle cooperative sociali in un'audizione al Parlamento Europeo sulle politiche fiscali

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Impresa Sociale
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L'intervento di Giuseppe Guerini, portavoce dell'Alleanza delle cooperative sociali in un'audizione al Parlamento Europeo sulle politiche fiscali

Le politiche fiscali sono uno degli strumenti più importanti su cui agire per promuovere lo sviluppo delle imprese naturalmente a maggior ragione delle imprese sociali ed in una certa misura esse finiscono per determinare anche i comportamenti delle imprese e quindi dei mercati.

Nel corso degli ultimi 30 anni in tutti i paesi occidentali, in particolare in Europa, il sistema fiscale ha effettivamente determinato una forte influenza nella promozione delle strategia di insediamento di molte imprese, determinando anche veri e propri fenomeni di “concorrenza fiscale” tra i paesi dell’unione europea.

In quasi tutti i paesi occidentali si è verificato una graduale e progressiva riduzione delle aliquote di imposta sugli utili d’impresa, sulle rendite finanziarie e sui dividendi distribuiti agli azionisti. Mentre sono rimasti poco premiati i reinvestimenti in azienda o la redistribuzione del reddito prodotto tra i lavoratori. Da qualche anno si sta cercando di correggere il tiro, ma ancora oggi se si analizzano i comportamenti in particolare delle grandi aziende quotate sui mercati borsistici ed in particolare di quelle che possono operare sui mercati internazionali, si osserva questo spostamento del reddito a favore di investitori e top manager.

Da qui sono derivati fenomeni importanti come il riacquisto di azioni proprie da parte delle stesse aziende allo scopo di incrementare il valore delle azioni, che spesso poi vengono assegnati ai medesimi manager sotto orma di stock option. Questo è stato uno delle cause dell’aumento dei livelli di disuguaglianza, della contrazione della classe media a seguito del progressivo ridursi della quota di PIL che va ai salari e, da ultimo, ha determinato il prevalere di logiche di investimento a breve termine guidate dalla ricerca della massimizzazione del profitto a scapito della creazione di ricchezza concreta. Certamente questo è un fenomeno che ha preso origine dalla finanziarizzazione dell’economia e dalla possibilità di rendere rapidissimi gli scambi azionari in un mercato globalizzato.

Su questo fenomeno le politiche fiscali, che avrebbero potuto agire come deterrente, ad esempio penalizzando i fenomeni di compravendita a breve termine, e premiando magari gli investimenti di lunga durata, hanno al contrario agito a favore di queste pratiche, ispirandosi alla logica della neutralità del sistema fiscale e della non interferenza sulle dinamiche di mercato.

In questo modo anche i sistemi fiscali dei paesi europei, hanno favorito la crescita della cultura di investimento a breve termine e non hanno impedito che operazioni importanti di contrasto alla crisi, le iniezioni di liquidità effettuate con il "quantitative easing" della BCE, che dovevano sostenere il credito a famiglie e PMI, fossero utilizzate in grande misura da grandi società quotate per riacquistare azioni proprie per il solo scopo di ottenere l'aumento del valore delle azioni delle stesse società.

Questo fenomeno si è ulteriormente enfatizzato grazie al fatto che le imprese più grandi e globalizzate hanno potuto scegliere il Paese, anche all’interno dell’Unione europea, in cui è più conveniente per loro di stabilirsi e addirittura negoziare le il livello di tassazione che sono disponibili a pagare. Fortunatamente alcune inversioni di tendenza si stanno osservando, ma ancora oggi in termini di proporzionalità alcune multinazionali hanno livelli di tassazione sugli utili di impresa molto contenuti. Quindi di fatto, seppure involontariamente, si è determinato un sistema fiscale che già oggi favorisce un certo tipo di impresa a scapito di altre.

Per questo credo siano maturi i tempi per una valutazione politica di questi comportamenti affinché finalmente l’unione Europea prenda l’iniziativa per incoraggiare gli Stati membri all’adozione di politiche fiscali più coordinate ed integrate, capaci di sostenere gli investimenti a lungo termini, più orientati a sostenere l'occupazione ed ad accompagnare lo sviluppo di un economia più sostenibile. Incoraggiare l’investimento su capitali pazienti, anche attraverso meccanismi di tipo fiscale, che premino la durata dell’impegno degli azionisti, assumendo anche con più coraggio la politica di tassazione sulle transazioni finanziarie che possa alimentare un budget europeo per investire su welfare e transizione ecologica da cui potrebbero arrivare crescita e occupazione per molti Paesi europei.

In questa prospettiva e a partire da questa analisi, sostengo la necessità che l'Europa sia meno timida nel riconoscere l’utilità di un sistema fiscale che favorisca lo sviluppo delle imprese dell’economia sociale. Qualcuno potrebbe obiettare che un regime di favore per le cooperative e le imprese sociali introduca elementi che distorcono la concorrenza. Tuttavia a questa obiezione oppongo il fatto che la lettura che fin qui si è fatta della concorrenza e del mercato, come meccanismi perfetti di regolazione quasi “naturali” è viziata dal fatto che in realtà i mercati sono molti più condizionabili e condizionati di quanto si sia disposti ad ammettere, dai comportamenti e dalla natura organizzativa delle imprese che vi operano. Senza forzare più di tanto il ragionamento, in accordo con l’importante filone della scienza economica (quello neo-istituzionalista) che ritiene le organizzazioni e i processi decisionali interni alle stesse molto più importanti dei mercanti in cui esse operano, si potrebbe arrivare a sostenere che non è la dinamica di mercato che determina il comportamento delle aziende, ma al contrario che è la forma in cui si organizzano le aziende (i loro obiettivi e le loro forme proprietarie) che determina il modello di funzionamento del mercato. Se il mercato è dominato da una forma di impresa che massimizza i guadagni degli azionisti, attraverso la leva finanziaria, premiando il valore dello scambio di azioni più del lavoro concreto e dello sviluppo delle comunità nel loro complesso, evidentemente si determina quello che abbiamo visto accadere in questi anni: crescono enormemente le diseguaglianze, lavoro e ricchezza di distribuiscono in modo diseguale.

Nei prossimi mesi la Commissione Europea affronterà due grandi temi fiscali che possono determinare orientamenti e cambiamenti importanti. Da un lato il piano d'azione per la riforma della direttiva IVA, dall’altro il piano per introdurre una base imponibile comune per le società. Le due proposte sono molto importanti per la lotta contro l'evasione fiscale, la semplificazione, la certezza del diritto e l’equità fiscale. Ma possono essere fondamentali anche per orientare i comportamenti delle imprese e dei mercati.

Nell'ambito della revisione delle norme IVA, una questione importante è quella relativa alle norme vigenti in materia di enti pubblici soprattutto in tema di esenzioni fiscali e aliquote agevolate per attività di “interesse pubblico".

È un intervento molto importante in particolare per quanto riguarda la disciplina del sistema dell'IVA per i servizi sociali, sanità e l'istruzione, che sempre più dovranno essere svolti e prodotti da imprese per aumentare efficacia e capacità innovativa. In questi casi è indispensabile che si scelga di incoraggiare la crescita di imprese sociali e cooperative che adottino comportamenti imprenditoriali coerenti. Che siano cioè incentivate a non ricorrere a comportamenti opportunistici a discapito di utenti o lavoratori e capaci di promuovere lo sviluppo sostenibile e la coesione sociale.

Per fare questo serve sostenere una logica di investimento di lungo periodo, con capitali pazienti e comportamenti che non siano speculativi, pur essendo mossi da una spirito imprenditoriale. Passare da una imprenditorialità sociale che eroga servizi assistenziali, solo in una logica di prestazioni, ad una imprenditorialità sociale orientata però all’investimento che accompagni il protagonismo della società civile è indispensabile per assicurare sostenibilità e innovazione al welfare europeo. Inoltre è necessario che il regime fiscale sappia riconosce la funzione pubblica delle imprese dell'economia sociale e che quindi preveda un utilizzo funzionale dell’IVA, previlegiando le aliquote agevolate rispetto all’esenzione. Da questo punto di vista il sistema adottato in Italia con l’IVA agevolata per le prestazioni socio-sanitarie ed educative rese dalle cooperative sociali rappresenta un valido esempio.

Venendo alla proposta, lanciata dalla Commissione il 24 Ottobre 2016 con la proposta di direttiva per introdurre una base imponibile comune (Common consolidated corporate tax base o CCCTB), questa propone un sistema normativo che le società potranno utilizzare per calcolare i loro profitti tassabili.

L’ambizione è quella di arrivare ad un unico regime fiscale europeo per il calcolo del loro reddito imponibile, in luogo degli attuali 27 regimi fiscali diversi, cercando di collegare da vicino il modo in cui i profitti delle imprese con le aree territoriali in cui sono realizzati questi benefici, cercando di impedire la cosiddetta “pianificazione fiscale aggressiva” e fenomeni di evasione fiscale.

A questo proposito, tuttavia, rileviamo che, ancora una volta, la proposta non prende in adeguata considerazione la specificità del sistema cooperativo e soprattutto delle riflessioni che ho cercato di sviluppare in questo intervento.

Infatti la proposta della Commissione contiene alcune disposizioni che prevedono l’inclusione nella base imponibile, come elementi non deducibili, sia dei profitti destinati ad una riserva indivisibile che di quelli eventualmente distribuzione ai soci e di parte degli utili, come ad esempio nel caso dei ristorni salariali riconosciuti ai soci lavoratori delle cooperative.

Si tratta di due regole anti-evasione, che possono essere giustificate rispetto alle imprese capitalistiche tradizionali, dove la distribuzione dei benefici ai soci e la distribuzione di utili alle riserve indivisibili possono essere utilizzati per scopi di evasione fiscale. E dove in ogni caso gli utili portati a riserva o reinvestiti non implicano una rinuncia dei soci all’utile dal momento che garantiranno un aumento del valore dell’impresa di cui i soci possono appropriarsi vendendo le loro quote. Ma risulta totalmente controproducente e discriminante per le imprese cooperative ai cui soci normalmente non è consentito vendere le quote ad un valore diverso da quello nominale.

Per questo sostengo che queste regole debbano essere riviste per continuare a incentivare le cooperative la a distribuire benefici ai soci e a trasferire di utili alle riserve indivisibili, poiché queste risorse sono essenziali per l'esistenza e la crescita stesse delle cooperative e quindi dell’economia dei paesi europei. Occorre infatti riconoscere che le riserve indivisibili sono la loro principale modalità di capitalizzazione e stabilizzazione economica delle cooperative e hanno rappresentato la leva che ha consentito di fare investimenti duraturi e creare quella base di “capitale paziente” che è tipica del patrimonio delle imprese cooperative.

Per questo è necessario garantire che l'eventuale approvazione della nuova direttiva CCTB tenga esplicitamente conto della legislazione in diversi stati di garantire un trattamento fiscale favorevole delle imprese cooperative.

Del resto occorre ricordare che anche la Corte di giustizia ha riconosciuto la "status speciale" di cooperative e di altre forme di impresa diverse da quelle di capitali e basate sulla proprietà personale die soci e gestite in modo democratico dagli stessi e quindi a ritenuto compatibili le agevolazioni fiscali previste dalle norme di alcuni Stati Europei, con le norme sugli aiuti di Stato.

Solo in questo modo la CCCTB sarà uno strumento utile per l'economia sociale europea secondo i principi di proporzionalità e sussidiarietà.

Alla luce di queste considerazioni non posso che ribadire che abbiamo bisogno, in Europa, di ri-equilibrare il sistema fiscale verso una maggiore giustizia distributiva, questo è essenziale per ridurre le disuguaglianze che sono aumentate drammaticamente negli ultimi anni.

La grande diseguaglianze di reddito e di ricchezza è aumentata anche a causa di cambiamenti nella distribuzione del reddito d'impresa, sempre più spostata dai salari a vantaggio di rendita e profitti. Questo processo di spostamento del reddito non si è verificato nelle imprese cooperative, che quindi non solo hanno anche mantenuto molti più posti di lavoro, ma hanno saputo distribuire più equamente la ricchezza prodotta. Quindi sostenere le imprese dell’economia sociale europea, anche attraverso un sistema fiscale adeguato, è la strada per assicurare all’'Europa un futuro più inclusivo, equo e sostenibile.

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