Pierre Nkurunziza Burundi
Africa

Burundi: le ONG denunciano una "dittatura" silenziosa

4 Luglio Lug 2017 1853 04 luglio 2017
  • ...

1.200 morti, migliaia i casi di tortura, 400mila rifugiati all’estero e altre 2 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria. Numeri alla mano, la Federazione internazionale dei diritti umani e sei organizzazioni non governative fanno il bilancio di “due anni di terrore” in Burundi dopo la rielezione del Presidente Pierre Nkurunziza. Tutte le condizioni sono riunite per “una dittatura duratura”.

Un paese “sull’orlo del baratro”. Quante volte abbiamo sentito questa espressione quando si evoca una crisi africana, a volte esagerando. Eppure nel caso del Burundi molti sostengono che sia una realtà. E’ comunque il titolo che la Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH) e sei organizzazioni non governative burundesi hanno dato al rapporto (vedi in fondo all'articolo) pubblicato oggi su “due anni di terrore” dopo la rielezione di Pierre Nkurunziza alla presidenza della Repubblica nel luglio 2015.

“In due anni”, sottolinea il rapporto, “la mancata fermezza da parte della comunità internazionale e la sua incapacità ad applicare le proprie decisioni – come la misura di protezione delle popolazioni civili e il rilancio del dialogo politico – avranno consentito al presidente Nkurunziza di cambiare in profondità il paesaggio politico, sicuritario e sociale del Burundi”.

La mancata fermezza da parte della comunità internazionale e la sua incapacità ad applicare le proprie decisioni avranno consentito al presidente Nkurunziza di cambiare in profondità il paesaggio politico, sicuritario e sociale del Burundi.

Tutto inizia nel marzo 2015, quando Nkurunziza decide di candidarsi per un terzo mandato, violando de facto gli accordi di pace firmati ad Arusha nel 2000 che limitano a due i mandati presidenziali. Dopo due mesi di manifestazioni pacifiche, il tentativo fallito di un golpe militare orchestrato da un generale dell’esercito nel maggio 2015 accelera “un ciclo di repressione infernale”.

Dopo la sua rielezione nell’agosto successivo, “il presidente Pierre Nkurunziza si è lanciato in una campagna violenta contro tutti i presunti oppositori del suo regime, mobilitanto i servizi di sicurezza a lui fedeli. In due anni”, prosegue il rapporto, “almeno 1.200 persone sarebbero state uccise, altre 400-900 sarebbero state vittime di disparizioni forzate, qualche centinaia, se non migliaia sarebbero state torturate, più di 10.000 detenute in modo arbitrario. Nella speranza di fuggire dalle violenze politiche, circa 400.000 burundesi si sono rifugiati nei paesi vicini. La maggior parte delle violazioni dei diritti umani sono state perpetrate dai servizi di sicurezza burundesi e dalle milizie che agiscono sotto il loro controllo, colpendo in primo luogo la popolazione civile”.

Culto del partito e della personalità

Il culto di un partito-Stato e della personalità con monumenti alla gloria del CNDD-FDD sparsi ai quattro angoli del paese è, sostiene FIDH, il segnale “dell’affermazione progressiva di un regime autocratico, se non di una dittatura duratura in Burundi”. Di sicuro, come sottolinea, “la quasi totalità dei responsabili e dei membri dei partiti di opposizione sono stati ridotti al silenzio e perseguitati dalle autorità burundesi; i media indipendenti sono tutt’ora censurati, sospesi, bloccati o chiusi, con decine di giornalisti costretti all’esilio”; infine, “le organizzazioni di difesa dei diritti umani hanno visto le loro attività sospese e alcune di loro sono state definitivamente radiate, come la lega Iteka e la FOCODE”. Spiccano i casi del giornalista Jean Bigirimana, scomparso nell’agosto 2016 e della tesoriera della lega Iteka, Marie-Claudette Kwizera, anch’essa data per dispersa da un anno dopo essere stata rapita da agenti del Servizio nazionale di sicurezza (SNR).

Le organizzazioni di difesa dei diritti umani hanno visto le loro attività sospese e alcune di loro sono state definitivamente radiate, come la lega Iteka e la FOCODE.

Nel frattempo, la situazione sociale ed economica si è gravemente detetoriata, soprattutto dopo la decisione presa da alcuni donatori – tra cui l’Unione Europea – di sospendere i suoi aiuti diretti allo Stato. “I tagli budgetari pubblici hanno colpito i settori dell’acqua e dell’ambiente (72%), la salute (54%), l’educazione (30%) e l’agricoltura (14%). Secondo le ultime stime, il 65% della popolazione burundese vive sotto la soglia della povertà e più di 2,1 milioni di persone vivono nell’insicurezza alimentare, di cui 806mila in situazione di emergenza”. Altra conseguenza: secondo il ministero della Salute, nel 2016, otto milioni di persone (il 70% della popolazione nazionale) hanno contratto la malaria, tra loro si contano 3mila morti.

Secondo un'inchiesta della radio privata RPA, distrutta durante il fallito putsch militare del 2015, le tre suore italiane Olga Raschietti, Bernardetta Boggian e Lucia Pulici furono uccise nel 2014 dai servizi di sicurezza burundesi.

Tasse sulle ONG per costruire impianti sportivi

Per compensare la riduzione degli aiuti pubblici allo sviluppo, lo Stato ha aumentato le tasse, talvolta in modo sorprendente. “Nella provincia di Karusi, il governatore provinciale ha costretto i funzionari di versare dal 14 novembre 2016 tre per cento del proprio salario all’amministrazione per la costruzione di uno stadio”. Nello stesso mese, “in provincia di Muyinga il governatore ha annunciato che la popolazione, i commercianti e le organizzazioni non governative dovevano contribuire alla costruzione di un terreno di calcio”, di cui il presidente Nkurunziza è notoriamente appassionato. “Tasse che vanno dai 500 ai 100mila franchi burundesi sono state quindi imposte”. E “il personale delle ONG è costretto a versare un decimo del suo salario, in caso contrario non può esercitare alcun attività nella provincia”

Nella provincia di Karusi, il governatore provinciale ha costretto i funzionari di versare dal 14 novembre 2016 3% del proprio salario all’amministrazione per la costruzione di uno stadio.

Mandato illimitato e incoerenza della Comunità internazionale

La volontà del presidente e del suo partito di modificare la Costituzione per consentire a Nkurunziza di ricandidarsi nel 2020 per altri cinque anni, se non addirittura di rendere i mandati illimitati, apre le porte ad “una dittatura duratura”, sostengono gli autori del rapporto.

Per scongiurare tale rischio, fermare la macchina repressiva e ristabilire le libertà fondamentali nel Burundi, FIDH e le sei organizzazioni burundesi partner chiedono un intervento molto più deciso da parte della Comunità internazionale. Tra le proposte avanzate, spiccano il dispiegamento di una forza di polizia delle Nazioni Unite, la creazione di una forza dell’Unione Africana incaricata di proteggere i civili, l’adozione di sanzioni mirate contro le persone responsabili di gravi violazioni dei diritti umani o l’apertura di un’inchiesta della Corte penale internazionale.

Ma gli ostacoli non mancano, uno in particolare: il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Lo ha ricordato il più celebre difensore dei diritti umani burundese, Pierre-Claver Mbonimpa, durante la presentazione del suo libro-intervista scritto dal giornalista Antoine Kaburahe. In una sala gremita dell’Université Libre de Bruxelles, dove si trova in esilio dopo essere scampato per miracolo ad un tentato omicidio, Mbonimpa ha dichiarato “che ogni iniziativa presa da paesi come la Francia o gli Stati Uniti viene puntualmente ostacolata dalla Cina e dalla Russia, non tanto per appoggiare Nkurunziza, ma in una logica di scontro più globale con l’occidente. Il popolo burundese è ostaggio di interessi che lo superano, e tutto ciò gioca a favore del regime burundese”.

Per voce del consigliere di Nkurunziza, l'influente Willy Nyamwite, l'entourage del presidente ha reagito alle accuse racchiuse nel rapporto: "Il ridicolo ucciderà FIDH. In due anni, il Burundi ha sconfitto tutti i tentativi di destabilizzazione", ha scritto sul suo conto twitter.

ogni iniziativa presa da paesi come la Francia o gli Stati Uniti viene puntualmente ostacolata dalla Cina e dalla Russia, non tanto per appoggiare Nkurunziza, ma in una logica di scontro più globale con l’occidente.

Pierre-Claver Mbonimpa, difensore dei diritti umani

Contenuti correlati