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La crisi dei rifugiati più grave al mondo è in Sud Sudan

4 Luglio Lug 2017 1123 04 luglio 2017
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Quasi un milione di sfollati nella regione di Equatoria, civili uccisi, donne e bambine rapite e sottoposte a stupri di gruppo. La tragedia del Sud Sudan raccontata in un rapporto diffuso oggi da Amnesty International

È la crisi rifugiati che sta crescendo più rapidamente al mondo quella nella regione di Equatoria, dove un nuovo fronte del conflitto del Sud Sudan ha causato atrocità, terrore e fame e costretto nell’ultimo anno centinaia di migliaia di persone ad abbandonare questa area del Paese particolarmente fertile. In un rapporto di Amnesty International pubblicato oggi, emerge infatti chiaramente come le forze governative ma anche quelle di opposizione abbiano commesso crimini di diritto internazionale, compresi crimini di guerra, contro la popolazione civile, costretta a fuggire verso l’Uganda. Un esodo di quasi 1 milione di persone.

“L’aumento delle ostilità nella regione di Equatoria ha significato brutalità ancora più diffuse contro i civili. Uomini, donne e bambini sono stati uccisi, pugnalati a morte coi machete e bruciati vivi nelle loro abitazioni. Donne e bambine sono state rapite e sottoposte a stupri di gruppo”, ha dichiarato Donatella Rovera, Alta consulente di Amnesty International per le risposte alle crisi, appena rientrata dal Sud Sudan. “Abitazioni, scuole, ambulatori e sedi delle organizzazioni umanitarie… tutto è stato razziato, vandalizzato e raso al suolo. Il cibo è usato come arma di guerra”, ha accusato Rovera, che ha sottolienato come “Centinaia di migliaia di persone che solo un anno fa si sentivano al riparo dal conflitto, ora sono sfollate”.

Per quasi tre anni la regione di Equatoria, nella parte meridionale del Sud Sudan, era stata prevalentemente risparmiata dal conflitto esploso nel 2013 tra le forze dell’Esercito popolare di liberazione del Sudan fedeli al presidente Salva Kiir e quelle legate all’allora vicepresidente Riek Machar.

Intorno alla metà del 2016 sia le forze governative che quelle di opposizione si sono dirette verso Yei, un centro strategico di 300.000 abitanti 150 chilometri a sud-ovest della capitale Giuba, lungo un’importante arteria commerciale verso l’Uganda e la Repubblica Democratica del Congo.

Le forze governative, appoggiate da milizie locali tra cui la famigerata e impunita “Mathian Anyoor” (composta per lo più da giovani combattenti di etnia dinka), si sono rese responsabili di una lunga serie di violazioni dei diritti umani. Sebbene su scala minore, anche i gruppi armati di opposizione hanno compiuto gravi abusi.

Il solo modo di essere al sicuro per donne e ragazze è quello di essere morte. Non c’è modo di esserlo fino a quando sei viva. È brutto da dire ma la situazione è questa…

Mary, 23 anni, madre di cinque figli

Massacri e uccisioni deliberate

Numerosi testimoni oculari dei villaggi intorno a Yei hanno raccontato ad Amnesty International come le forze governative e le milizie loro alleate abbiano ucciso numerosi civili in modo deliberato e con accanimento.

Gli attacchi contro i villaggi da parte delle forze governative paiono spesso motivati dal desiderio di rappresaglia contro le forze armate di opposizione attive nella zona. I combattenti dell’opposizione hanno a loro volta compiuto uccisioni deliberate di civili sospettati di parteggiare per il governo o per il solo fatto di essere di etnia dinka o rifugiati provenienti dai monti Nuba, ritenuti dalla parte del governo.

Stupri e altra violenza sessuale e di genere

Con l’intensificazione dei combattimenti, il numero dei rapimenti e degli stupri di donne e bambine è cresciuto vertiginosamente.

“Il solo modo di essere al sicuro per donne e ragazze è quello di essere morte. Non c’è modo di esserlo fino a quando sei viva. È brutto da dire ma la situazione è questa…”, ha detto Mary, 23 anni, madre di cinque figli, alle ricercatrici di Amnesty International.

Le donne rischiano di essere stuprate soprattutto quando, a causa della scarsità del cibo e dei continui saccheggi, vanno a cercare qualcosa da mangiare nei campi intorno ai villaggi.

Il cibo come arma di guerra

L’accesso della popolazione civile al cibo è estremamente limitato. Sia il governo che i gruppi di opposizione hanno bloccato le forniture in determinate zone, si dedicano a saccheggiare i mercati e le abitazioni private e prendono di mira chi prova a passare lungo la linea del fronte anche con una minima quantità di cibo. Ognuna delle parti accusa i civili di passare cibo a quella avversa o di essere sfamata da questa.

A Yei, dove la maggior parte degli abitanti è fuggita nel corso dell’ultimo anno, i pochi civili rimasti sono praticamente sotto assedio. Non potendo più andare in cerca di cibo nei campi, soffrono per la grave penuria di prodotti alimentari.

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