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Mediterraneo

Medici senza frontiere: “Siamo gli occhi di una tragedia che l’Europa non vuole vedere”

4 Luglio Lug 2017 1353 04 luglio 2017
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Mancano due giorni al vertice di Tallinn, dove si parlerà di migrazioni ma soprattutto di Ong. Sarà presentata la bozza di un codice di comportamento che, se non rispettato, potrebbe far scattare il divieto di approdo nei porti italiani, eppure, secondo Medici senza frontiere, non dice nulla di nuovo: “le regole sono già rispettate, quello che manca è un codice di condotta per l’Europa: come vogliono affrontare la tragedia di chi muore in mare?”

« Iniziamo a pensare di essere davvero scomodi. Siamo gli occhi di una tragedia che l’Europa non vuole vedere». Così Tommaso Fabbri, capomissione di Medici senza frontiere, commenta l’ennesima dichiarazione, da parte delle istituzioni, di voler porre dei limiti al lavoro di ricerca e soccorso delle Ong del Mediterraneo.

Perché si continua a parlare solo di Ong, se sono responsabili del 30-40% dei salvataggi in mare?

È quello che stiamo chiedendo all’Europa. Perché si fa un’analisi così superficiale di un quadro così complesso? Ci chiedono di ufficializzare un codice di condotta che già rispettiamo da sempre in tutti e 70 i Paesi in cui operiamo e anche nel Mediterraneo. Iniziamo a pensare di essere davvero scomodi. Siamo gli occhi di una tragedia che l’Europa non vuole vedere.
Abbiamo iniziato ad intervenire in mare perché c’era un vuoto istituzionale e umanitario. Quello che manca è un codice di condotta per l’Europa. Come intendono affrontare la tragedia di chi muore nel nostro mare? Chiediamo che venga avviata una missione di ricerca e soccorso attiva. Vorremmo che a Tallinn si parlasse di questo.

Parliamo di questo codice di comportamento. Dalla bozza di proposta, pubblicata dal Corriere viene segnalato che tutte le operazioni saranno affidate alla Guardia costiera, che per il 13 luglio ha già convocato i rappresentanti delle Ong proprio per fornire le prime indicazioni. Cosa cambia per voi?

Niente. Noi lavoriamo con un codice che esiste già. Tutto il lavoro che facciamo viene già fatto in coordinamento con la Guardia Costiera con cui abbiamo ottimi rapporti. Senza di loro non ci muoviamo e seguiamo le indicazioni del ministero dell’Interno per quanto riguarda dove effettuare gli sbarchi. Sembra che si voglia completamente spostare l’attenzione dal tema centrale. La realtà è che saremmo ben felici di sospendere le nostre attività nel Mediterraneo se l’Europa investisse risorse per salvare chi nel mare ci muore, invece di costruire solo muri e barricate.

Quello che manca è un codice di condotta per l’Europa. Come intendono affrontare la tragedia di chi muore nel nostro mare?

Tommaso Fabbri, capomissione MSF

Un altro punto del codice riguarda l’avvicinamento alla costa libica. Da quanto riportato sarà fissata una distanza minima dalla costa che non potrà essere mai superata, cosa ne pensate?

Entriamo nelle acque territoriali libiche in casi estremamente rari e, ancora, solo quando ci viene data l’indicazione ci viene data dalla Guardia costiera italiana. Siamo consapevoli della delicatezza della situazione. La Guardia costiera italiana lo può confermare, questo succede solo quando ricevono una cosiddetta “distress call”, cioè una richiesta d’aiuto, ma, in quel momento, la Guardia costiera libica non è disponibile, allora, ci viene chiesto di intervenire per salvare chi rischia di annegare.

Sarà proibito spegnere i trasponder e segnalare la presenza alle barche che salpano dalla Libia. Riuscite davvero a collegarvi direttamente con le barche che partono dalla costa?

I nostri trasponder sono sempre accesi, spegnerli è illegale. Non segnaliamo la nostra presenza a chi parte ma proprio per via dei trasponder la nostra presenza in mare è pubblica e visibile a tutti. La nostra posizione si può vedere su diversi siti web ed è anche nota alla Guardia Costiera Italiana che, di nuovo, coordina tutte le operazioni di soccorso. Il paradosso è che adesso sembra che tenere il trasponder acceso sia un problema, così come spegnerlo sarebbe illegale.

Noi lavoriamo con un codice che esiste già. Tutto il lavoro che facciamo viene già fatto in coordinamento con la Guardia Costiera con cui abbiamo ottimi rapporti.

Tommaso Fabbri, capomissione MSF

Nel nuovo codice sarà poi indispensabile fornire l’elenco degli equipaggi e le liste dei finanziamenti ottenuti…

Questo non è assolutamente un problema. In realtà la lista dell’equipaggio sono già compilate, ci vengono chieste continuamente, anche dalle capitanerie di porto, per questo, stilare una lista dei nomi delle persone a bordo è già parte della procedura. Lo stesso vale per la trasparenza. Per noi è un tema cruciale e non solo per quanto riguarda i soccorsi in mare, ma per tutte le nostre missioni.

Vi è l’ipotesi di impedire il trasbordo delle persone sulle navi della Guardia Costiera e di Frontex. Questo cosa comporterebbe?

Si tratta di dinamiche che vanno capite bene. Aspettiamo di vedere effettivamente cosa succederà ma siamo preoccupati. Vorremmo evitare che le imbarcazioni fossero costrette a navigare in situazioni di sovraccarico di persone. A bordo abbiamo spesso persone con patologie e bambini piccoli. Il rallentamento dei soccorsi adeguati potrebbe comportare l’acutizzarsi di certe situazioni. Non vorremmo poi che le nostre navi fossero costrette ad allontanarsi per troppo tempo, abbandonando così la zona di ricerca. Se a noi sono posti dei limiti, vorremmo che almeno l’Europa mettesse i propri mezzi per arrivare dove noi non possiamo più.

Cosa vi aspettate da Tallinn?

Che si parli di una via legale sicura, di casi umani, di casi umanitari e non solo di numeri. Non si può continuare a parlare solo di gestione del flusso. Mettiamo queste persone nelle condizioni di chiedere asilo. Non stiamo parlando di cargo merci ma di esseri umani.

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