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Canada

Al Quebec piace l'economia sociale

21 Luglio Lug 2017 1549 21 luglio 2017
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Sono circa 7mila le imprese sociali nella provincia francofona del Canada e creano occupazione per 210mila lavoratori. In primo piano i bisogni della comunità e dei lavoratori. La sfida è resistere alla sharing economy in stile Uber e Arbnb e alla rivoluzione digitale

Un modello aziendale che in Quebec, provincia francofona del Canada, sta conquistando sempre più settore economici è rappresentato da imprese che partono dai bisogni concreti di una comunità, gestite democraticamente dai lavoratori e che ridistribuisce equamente i profitti. In questa provincia canadese il settore dell’economia sociale ha il vento in poppa e a oggi conta circa 7mila aziende, con 210mila lavoratori e un giro d’affari di 40 miliardi di dollari (circa 27 miliardi di euro). Ad approfondire il tema un inserto speciale di Le Devoir.

Mentre il modello economico tradizionale stenta a uscire dalla crisi, le cooperative di lavoro e le organizzazioni senza scopo di lucro rappresentano una valida alternativa per conciliare giustizia sociale e lavoro, soprattutto per le nuove generazioni. «Da noi arrivano giovani che per prima cosa vogliono lavorare in un’impresa sociale e in un secondo momento scelgono il settore», spiega Martin Frappier, direttore delle comunicazioni e della ricerca al Cantiere dell’economia sociale del Quebec. E la gestione collettiva del lavoro non è un’idea nuova. Le prime cooperative agricole e casse di risparmio sorsero in Quebec oltre un secolo fa ed erano molto vicine alla dottrina sociale della Chiesa e al nazionalismo, mentre negli anni 1930 e 1940 se ne affermarono altre vicine al sindacalismo. Sul finire del secolo scorso la logica dell’economia sociale è tornata in primo piano anche con organizzazioni come il Cantiere dell’economia sociale per lottare contro la povertà e creare occupazione. Le prime iniziative sono state centri per la prima infanzia, le cure dei neonati e l’assistenza domiciliare.

Questo modello tuttavia non è riservato solo ai bisogni comunitari, ma si è sperimentato anche nel rilancio dell’economia territoriale. Come spiega anche Frappier, molti territori hanno visto i propri giovani andarsene perché non trovano dei lavori interessanti, mentre gli anziani che restano non hanno servizi adeguati. In tali contesti un’azienda sociale permette di creare un’occupazione su misura delle esigenze delle persone e allo stesso tempo di contribuire alla vivacità di una regione.

Frappier cita un cooperativa di design grafico a Outaouais e una brasserie à Trois-Rivières. «In mancanza di un lavoro interessante questi giovani hanno creato il loro proprio progetto e grazie a esso sono rimasti nella regione». Si tratta di iniziative che partono dai bisogni di una località invece che cercare semplicemente il profitto e non sorprende che queste cooperative hanno un tasso di durata superiore a quello delle imprese tradizionale anche perché «fin dall’origine si pensano in una logica durevole a partire dai bisogni concreti»

L’aver messo in discussione l’egemonia di un modello economico basato sullo sfruttamento delle risorse e delle persone è una delle ragioni della popolarità dell’impresa sociale: «Siamo ormai arrivati a un momento chiave sul piano ambientale mentre le disuguaglianze di reddito sono sempre più evidente e questo rimette in discussione le vecchie teorie economiche», sostiene Frappier. Inoltre, la governance democratica dell’azienda corrisponde alle aspettative dei più giovani che «desiderano avere diritto di parola nell’organizzazione e si identificano sempre meno in rapporto autoritari»

Un’altra ragione del successo dell’impresa sociale è che in questa si lavora in modo differenze: la realizzazione della mission sociale, il rispondere ai bisogni gratifica più che il lavorare semplicemente per un salario, inoltre le aziende sociali sono più attente al benessere delle persone e alla conciliazione tra lavoro e famiglia.

La grande sfida dell’economia sociale resta la concorrenza con l’economia capitalista e oggi il settore deve riposizionarsi di fronte alla rivoluzione digitale rappresentata dalla sharing economy. Ma spiega Frappier l’economia alla Uber o alla Arbnb non ha niente di collettivo, «perché i profitti non sono condivisi». L’economia sociale deve riprendere l’iniziativa di fronte a questi nuovi modelli economici che sfuggono al diritto dei lavoratori e agli inquadramenti giuridici.

Difficile resistere in un sistema di economia di mercato, soprattutto quando le aziende private ricevono aiuti statali sotto forma di crediti di imposta da cui le cooperative e le associazioni senza scopo di lucro sono escluse perché non pagano tasse sui profitti. Il settore è quindi sfavorito perché fatica a investire nella ricerca e nello sviluppo necessari per restare competitivi. Nonostante questo di fronte al moltiplicarsi di iniziative sempre più coraggiose, come le cooperative di programmatori di videogiochi o di attori comici, è evidente che l’economia sociale non ha ancora detto la sua ultima parola.

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