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Occupazione

Reverse Mentoring: l’alleanza tra giovani e anziani

26 Luglio Lug 2017 1522 26 luglio 2017
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Lo scambio di conoscenze tra junior e senior oggi diventa una necessità per non restare indietro e aggiornare le forme di organizzazione del lavoro

I saggi oggi non sono più solo gli anziani. In un mondo che cambia velocemente, la figura del mentore si può trovare anche tra i più giovani. Se gli adulti hanno dalla loro parte l’esperienza, i Millennials e le generazioni successive su alcuni temi, quelli tecnologici in primis, hanno molto da insegnare. Il mentoring diventa bi-direzionale. È quello che viene chiamato reverse mentoring o peer mentoring: lo scambio di conoscenze tra junior e senior non è una novità, ma oggi diventa una necessità per le aziende per non restare indietro e aggiornare le forme di organizzazione del lavoro.

Jack Welch, ex CEO della General Electric, è ritenuto l’inventore del primo programma di reverse mentoring nel lontano 1999, quando chiese ai 500 top manager dell’azienda di individuare giovani impiegati che potessero insegnare loro l’uso di Internet. Il gap digitale tra giovani e anziani così poteva essere superato. Le competenze digitali dei junior e l’esperienza dei senior si incontrano.

Ma cosa hanno da insegnare i più piccoli in azienda? La capacità dei Millennials di essere flessibili e adattarsi ai cambiamenti con facilità, oltre alla loro attitudine digitale, sono centrali oggi nelle aziende. Secondo il modello del reverse mentoring, i più giovani condividono con i colleghi senior le proprie conoscenze sull’uso delle tecnologie, le nuove forme collaborative e i social media. L’obiettivo non è solo quello di tenere aggiornati i lavoratori più adulti, ma anche quello di innescare nei più piccoli nuovi modelli di leadership, attraverso lo scambio con i più anziani. I nativi digitali incontrano la realtà lavorativa dal punto di vista di chi ha molti anni di lavoro alle spalle. Nello stesso tempo i più adulti familiarizzano con le nuove forme di organizzazione del lavoro...

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