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Tettamanzi sull'azzardo: «Non l'uomo per il gioco, ma il gioco per l'uomo»

7 Agosto Ago 2017 1219 07 agosto 2017
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«Quella dello Stato è una posizione contraddittoria o schizofrenica: da una parte colpisce una certa illegalità del e nel gioco, dall’altra offre sostegno a una legalità molto discutibile, anzi moralmente inaccettabile. Non è certo questa la strada per risolvere, sia pure in parte, il problema di quel “male incurabile” che è il debito pubblico». Una lezione attualissima del Cardinale Tettamanzi su gioco d'azzardo e società civile

L'uomo è il centro, non la periferia delle nostre scelte morali. È fine, non mezzo. Anche se il mainstream odierno lo vorrebbe ridotto ad appendice di un business che investe sempre più relazioni, affetti, legami, non c'è altra via . Tertium non datur. Riproponiamo l'intervento con cui il cardinale Dionigi Tettamanzi - i cui funerali si terranno domani a Milano - aprì il convegno "Gioco d' azzardo e usura. Conseguenze dirette ed indirette su famiglie e imprese", tenutosi nella sala Camino della Camera di Commercio di Genova il 23 febbraio 2002, convegno promosso dalla Fondazione Antiusura S. Maria del Soccorso e dalla Commissione emergenze famiglia (Cef). Un insegnamento, il suo, più che mai importante, oggi che si discute dell'ennesimo "riordino della rete di vendita del gioco d'azzardo legale" senza tener conto della schizofrenia e delle ambiguità che stanno segnando il passo delle nostre istituzioni (Marco Dotti)

Sono indubbiamente numerosi e diversi gli aspetti che interessano il gioco d’azzardo, oggi soprattutto. Mi viene chiesto di soffermarmi su uno di questi aspetti: quello morale.

Parlo di aspetto “morale”, non “moralistico”. Moralistico è un concetto piuttosto negativo, non gradito, fastidioso, e per questo continuamente respinto. Morale, invece, significa “umano”, secondo la celebre espressione del grande teologo san Tommaso d’Aquino: «Idem sunt actus morales et actus humani», sono la stessa cosa gli atti morali e gli atti umani” (Summa Theologiae, I-II, 1,3).

Così, il discorso morale rimanda, e in modo assai radicale e totale, all’uomo, ai suoi valori e alle sue esigente, in una parola alla sua dignità personale. In questo senso al discorso morale interessano anche gli aspetti sociologici, psicologici, culturali, giuridici, educativi… Interessano perché tutti questi aspetti riguardano l’uomo.

In questo ampio spettro, la morale si caratterizza per la concentrazione del suo interesse sull’uomo in quanto uomo, più precisamente sulla sua inviolabile dignità di persona.

Le caratteristiche del discorso morale

Le più importanti caratteristiche del discorso morale, quelle che lo delineano nella sua fisionomia si riducono a tre.

È un discorso positivo, ossia propositivo di valori, valori che diventano il criterio per il comportamento che l’uomo è chiamato ad assumere o no. Per questo il discorso morale ruota attorno all’interrogativo: quale atteggiamento assumere o quale atto compiere perché l’uomo rimanga al centro, e cioè sia rispettato e promosso nella sua dignità di uomo, di persona? E nel nostro caso concreto: nel gioco d’azzardo l’uomo – l’uomo che gioca e gli altri che in diversi modi vi sono collegati – è rispettato e valorizzato, oppure è minacciato e offeso nella sua dignità personale?

Forse non è inutile fare qui un’annotazione: se la morale interviene con dei “no”, con dei “divieti”, questi si devono interpretare come dei “no” necessari perché l’uomo non sia offeso nella sua dignità di uomo: sono, dunque, dei “no” voluti per il suo bene, per la sua autentica realizzazione, per la sua felicità.

Quello morale, inoltre, è un discorso razionale, che fa appello alla ragione umana. È infatti con la ragione (direi con il buon senso, con la saggezza) che possiamo vedere e valutare e quindi giudicare se l’atteggiamento assunto o l’atto compiuto è a favore o contro l’uomo, a favore o contro i suoi valori, la sua dignità personale.

Ora la ragione umana è un fatto universale, è di tutti. In questo senso risulta falsa e pretestuosa la divisione e contrapposizione, che spesso viene fatta, tra morale “cristiana” e morale “laica”. È vero che la morale cristiana si appella specificamente al Vangelo e alla fede, ma è pur vero che il Vangelo e la fede non distruggono affatto la ragione: piuttosto la confermano, l’aiutano e la perfezionano. E in questo senso il credente, per i più diversi problemi morali (anche per il nostro circa il gioco d’azzardo) ha la possibilità e il dovere di “ragionare con l’intelligenza umana”, esattamente come fa il non credente.

Se la morale interviene con dei “no”, con dei “divieti”, questi si devono interpretare come dei “no” necessari perché l’uomo non sia offeso nella sua dignità di uomo: sono, dunque, dei “no” voluti per il suo bene, per la sua autentica realizzazione, per la sua felicità.

Cardinale Dionigi Tettamanzi

Ancora: se la ragione è un fatto universale, il suo giudizio riguarda tutti e impegna tutti: il singolo, ma anche la società, lo Stato e le sue istituzioni. Anche queste, dunque, devono esaminare e giudicare i comportamenti delle persone alla luce della ragione umana. Per lo Stato e le sue istituzioni non si danno né privilegi, né eccezioni. Come davanti alla morte, così davanti alla legge morale gli uomini sono tutti assolutamente uguali.

Infine, quello morale è un discorso di libertà: se non c’è libertà, non c’è moralità. Se c’è moralità è perché è in gioco la libertà dell’uomo, ossia le sue decisioni e le sue scelte. Più precisamente è in gioco non una qualsiasi libertà (come il puro arbitrio o l’istinto o il capriccio), ma la libertà responsabile, ossia una libertà che realmente costruisce la persona perché ne vuole e ne promuove il vero bene. Libertà responsabile è, in concreto, l’uomo padrone di sé, l’uomo che tiene in mano se stesso, l’uomo – direbbe ancora Tommaso d’Aquino – che «si autopossiede», che vive in conformità con la sua dignità personale. E questo, contro ogni forma di schiavitù, nella quale l’uomo è padroneggiato e dominato da altri, persino dalle cose.

Ma è necessario passare dalle caratteristiche del discorso morale al principio morale fondamentale che guida e regola gli atteggiamenti e gli atti liberi e responsabili dell’uomo, per capire come entra “in gioco” il tema del gioco d’azzardo.

La sfida morale

Dalle caratteristiche ricordate discende un grande principio morale, globale e sintetico ad un tempo. Lo formulo con una frase dal sapore evangelico: non è l’uomo per il gioco, ma è il gioco per l’uomo. La frase è estremamente semplice, ma quanto mai densa e ricca di implicazioni quanto mai concrete per giudicare la moralità o meno del gioco d’azzardo. Mi limito qui ad alcuni rilievi essenziali.

Per prima cosa, dire che non è l’uomo per il gioco significa rifiutare decisamente un’indebita riduzione dell’uomo alla quale viene spesso sottoposto: quella che lo riduce a un mezzo, a una cosa in ordine al gioco, che pertanto finisce per porsi come fine, o valore assoluto, o idolo, al quale tutto o quasi sacrificare. Abbiamo qui una contraddizione insanabile con quella dignità personale dell’uomo che esige da tutti assoluto rispetto, secondo la famosa espressione di Immanuel Kant «l’uomo è sempre e solo fine, mai mezzo».

Si deve invece registrare qui un’insidia culturale piuttosto diffusa: quella di concepire la vita dell’uomo in termini totalizzanti ed esclusivi di gioco, come se – appunto – la vita umana fosse un unico grande gioco. Certo, è anche vero quello che alcuni filosofi e antropologi dicono quando definiscono l’uomo non solo come homo sapiens e homo faber ma anche come homo ludens. Così come è vero che il gioco è una componente necessari, e persino essenziale, della vita dell’uomo. Ma di quale gioco parliamo? C’è gioco e gioco. C’è il divertimento legittimo e doveroso, ci sono le varie forme di agonismo e di sport. E c’è anche il gioco che ha fini di lucro ed è basato tutto e solo sull’aleatorietà della vincita o della perdita. Ed è questo il caso dei giochi d’azzardo che, secondo il nostro Codice penale, sono «quelli nei quali ricorre il fine di lucro e la vincita o la perdita è interamente o quasi interamente aleatoria» (articolo 721).

Dire poi che il gioco è per l’uomo significa affermare che l’uomo ha il diritto e il dovere di mantenere la sua libertà e dunque il dominio di sé di fronte al gioco, perché questo non finisca per dominare l’uomo stesso, spogliandolo della sua libertà e quindi incatenandolo in una schiavitù più o meno pesante.

Ora proprio nei giochi d’azzardo, come rileva Roger Caillois, l’individuo assume un ruolo di passività e la sua stessa soggettività scompare quasi del tutto dnanzi alla “cecità della sorte”. L’alea rappresenta la negazione del lavoro, della pazienza, della qualificazione personale e appare come una “insolente derisione del merito” proprio perché reca al giocatore fortunato infinitamente più di quanto gli possono procurare il lavoro e la fatica.

In particolare, dobbiamo qui rilevare, come risulta da non pochi studi specifici, il facile cammino che il giocatore di giochi d’azzardo compie, passando dallo stadio del gioco occasionale a quello abituale fino a sfociare, perdendone il controllo, in quello patologico. Secondo lo psichiatra Custer, che costituì la prima clinica per il trattamento dell’azzardo negli Stati Uniti, questo cammino può essere inquadrato come un continuum che va da un grado inoffensivo per l’individuo, di un “uso” del gioco d’azzardo, fino a un grado di “abuso” in cui il coinvolgimento da parte del soggetto è tale da compromettere totalmente la sua esistenza. Custer distingue così tre fasi che delineano tale percorso e che sono da lui definite come: fase vincente, fase perdente, fase della disperazione.

Non è mio compito, anche se sarebbe estremamente interessante farlo, esaminare le caratteristiche e ancor più gli esiti di queste tre fasi, peraltro tra loro profondamente concatenate. Ma non mancano gli studi e soprattutto è qui da far ascoltare la voce di quanti sono impegnati quotidianamente a combattere questa difficile battaglia.

Si deve riconoscere che quella dello Stato è una posizione contraddittoria o schizofrenica: mentre da una parte colpisce una certa illegalità del e nel gioco, dall’altra offre un sostegno a una legalità molto discutibile, anzi moralmente inaccettabile. Non è certo questa la strada per risolvere, sia pure in parte, il problema di quel “male incurabile” che è il debito pubblico

Cardinale Dionigi Tettamanzi

La sfida educativa

Preferisco soffermarmi invece su quella che definisco come la sfida educativa. È questo un dato intimamente connesso con lo stesso discorso morale. Infatti, se questo per sua natura è propositivo di valori, è giudicato dalla ragione umana ed è destinato a promuovere una vera libertà responsabile, proprio il discorso morale diventa il fondamento più solido e lo stimolo più forte per l’impegno educativo.

Mi riferisco qui alle più diverse agenzie educative, dalla famiglia alla scuola, dalla Chiesa alla società civile, dallo Stato alle sue istituzioni, senza dimenticare il canale informativo-formativo più capillarmente diffuso e sottilmente pervasivo, ossia i molteplici mezzi della comunicazione sociale.

Ora quanti hanno una responsabilità educativa, e a questa non voglio abdicare, sono certamente sfidati da una situazione culturale non affatto favorevole e da un costume che amplifica sempre più i propri spazi nella società. È una sfida molto difficile, perché questa cultura e questo costume non sono casuali o occasionali, non toccano una piccola parte della popolazione ma una grande parte: sono invece lucidamente programmati e coltivati con arte – passi questi nobile termine – e con incentivi d’ogni genere. In questa programmazione e in questo favoreggiamento è implicato anche lo Stato, che pure a una precisa e irrinunciabile responsabilità educativa, e non piccola!

Si deve riconoscere che quella dello Stato è una posizione contraddittoria o schizofrenica: mentre da una parte colpisce una certa illegalità del e nel gioco, dall’altra offre un sostegno a una legalità molto discutibile, anzi moralmente inaccettabile. Non è certo questa la strada per risolvere, sia pure in parte, il problema di quel “male incurabile” che è il debito pubblico.

Di fatto, «lo stesso Stato, autorizzando l’apertura di diverse case da gioco nel territorio nazionale e istituendo e gestendo monopolisticamente vari tipi di giochi, scommesse e lotterie, con i quali arricchisce le proprie casse, è uno dei promotori dell’illegalità del gioco d’azzardo. Lo Stato nei confronti di tale fenomeno ha quindi assunto un atteggiamento contraddittorio, in quanto se da una parte lo vieta, dall’altra legalizza alcuni giochi per alimentare le proprie casse in misura considerevole. In virtù di questa politica viene definito da più parti “Stato biscazziere”» (Aggiornamenti sociali, giugno 2001).

Un noto moralista, P. Giuseppe Mattai, scrive: «uno Stato, che vede nell’azzardo uno strumento efficace per fronteggiare il “male incurabile” del debito pubblico e sviluppare le zone impoverite e prive di slanci, perde la sua credibilità e si dimostra insensibile alla perdita della qualità etica e umana in genere dei cittadini, rinunciando a ogni funzione educativa, offendendo la giustizia distributiva e sociale, la solidarietà e sussidiarietà che la Costituzione gli impongono come doveri ineludibili e favorendo quella criminalità fiddusa che pur si propone di combattere».

Vincere la sfida educativa

Ma come vincere la sfida educativa? La si vince anche denunciando, come è giustissimo e doveroso peraltro, i rischi e gli effetti negativi e dirompenti che il gioco d’azzardo produce, e non solo a livello economico, ma soprattutto a livello psicologico, presso tante persone e tante famiglie, all’interno spesso di gente anziana e povera.

La sfida educativa si vince soprattutto combattendo, con grande pazienza e con più grande coraggio, la concezione totalmente ludica della vita e quindi in positivo educando – a parole e con la testimonianza personale e comunitaria – ai veri valori della vita, tra i quali emergono il lavoro come strada onesta di guadagno, la responsabilità di usare bene del proprio tempo e ancor più delle proprie risorse, l’impegno all’attenzione e alla solidarietà verso gli altri, in particolare verso chi ha più bisogno di sostegno e speranza.

Vorrei chiudere con un verso di Salvatore Quasimodo: basta così poco tempo per morire da vivi.

Sì, con il gioco si può “morire da vivi”. Il nostro impegno, soprattutto educativo e culturale, è offrire a tutti, con umiltà e profonda convinzione, direi con amore instancabile, un aiuto concreto a vivere, coltivando i veri valori che alla vita danno, anche nelle situazioni più difficili e precarie, ragioni di speranza e occasioni di solidarietà.

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