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Se la pasta è davvero italiana, lo dice l'etichetta

25 Agosto Ago 2017 1147 25 agosto 2017
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Da febbraio entrano in vigore le nuove etichette per la pasta e il riso: dovranno indicare il paese in cui grano e riso sono stati coltivati. Oggi un pacco di pasta fatta in Italia su tre utilizza grano coltivato all'estero e lo stesso vale per un pacco di riso su quattro

Dopo la carne di pollo e la carne bovina, dopo le uova, la frutta e la verdura fresca, il miele, il pesce, la passata di pomodoro, l’olio extravergine di oliva, da metà febbraio anche di pasta e riso sapremo finalmente “da dove vengono”. Sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale (il 16 e il 17 agosto 2017) i due decreti interministeriali che introducono l'obbligo di indicazione dell'origine del riso e del grano per la pasta in etichetta, firmati dai Ministri Maurizio Martina (Politiche agricole alimentari e forestali) e Carlo Calenda (Sviluppo economico).

L’obbligo di indicare in etichetta l’origine è una battaglia storica della Coldiretti, che con la raccolta di un milione di firme in appoggio a una legge di iniziativa popolare ha portato all’approvazione della legge n. 204 del 3 agosto 2004. Da allora diversi prodotti hanno conquistato un etichetta trasparente, ma molti altri mancano all’appello, dai salumi al concentrato di pomodoro ai sughi pronti, dai succhi di frutta fino alla carne di coniglio. Secondo Coldiretti ad esempio è fatto con grano straniero più di un pacco di pasta su tre e più della metà del pane in vendita in Italia (il pane resta ancora senza obbligo di indicare l’origine del grano in etichetta), e viene dall’estero pure un pacco di riso su quattro, ma i consumatori non lo possono sapere. Due prosciutti su tre sono provenienti da maiali allevati all'estero, ma anche i succhi di frutta o il concentrato di pomodoro le cui importazioni dalla Cina sono aumentate del 43% nel 2016 ed hanno raggiunto circa 100 milioni di chili, pari a circa il 20 per cento della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente, afferma sempre Coldiretti, secondo cui ben 1/3 della spesa degli italiani resta anonima. «E questo nonostante il fatto che la consultazione pubblica on line promossa dal Ministro delle Politiche Agricole abbia certificato che ben l’85% dei consumatori italiani ritiene importante che l’etichetta riporti sempre l’indicazione del Paese di origine delle materie prime», aveva detto un anno fa Roberto Moncalvo, presidente della Coldiretti.

L’assenza dell’indicazione chiara dell’origine non consente di conoscere un elemento di scelta determinante per comprendere le caratteristiche qualitative di un prodotto alimentare, ma impedisce anche ai consumatori di sostenere le realtà produttive nazionale.

Ora i provvedimenti approvati avviano la sperimentazione per due anni del sistema di etichettatura, come per i prodotti lattiero caseari. L'obbligo definitivo per le nuove etichette scatterà il 16 febbraio per il riso e il 17 febbraio per la pasta.

Per la pasta il decreto prevede che le confezioni di pasta secca prodotte in Italia dovranno avere obbligatoriamente indicate in etichetta il nome del Paese nel quale il grano viene coltivato e il nome del paese in cui il grano è stato macinato. Se queste fasi avvengono nel territorio di più Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi NON UE, Paesi UE E NON UE. Se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l'Italia, si potrà usare la dicitura: "Italia e altri Paesi UE e/o non UE".

Analogamente sull'etichetta del riso devono essere indicati il Paese di coltivazione del riso, il Paese di lavorazione e il Paese di confezionamento. Se le tre fasi avvengono nello stesso Paese è possibile utilizzare la dicitura "Origine del riso: Italia". Anche per il riso, se queste fasi avvengono nel territorio di più Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi NON UE, Paesi UE E NON UE.

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