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Idee

Dobbiamo vivere insieme? Lo sguardo profetico di Ernesto Balducci

30 Agosto Ago 2017 1116 30 agosto 2017
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L'avventura della storia del futuro - insegnava Ernesto Balducci - per quanto riguarda l'Europa, è la scoperta dell'Altro. Tornare a questo insegnamento è quanto mai necessario, in un clima di montante razzismo

In questi giorni in cui il razzismo e la violenza sembrano aver ripreso il massimo vigore, potrebbe essere utile rileggere la raccolta di interventi di Padre Ernesto Balducci, Dobbiamo vivere insieme. Scritti sull'Islam e sull'immigrazione, Mauro Pagliai Editore, Livorno 2016. Il libro raccoglie scritti a partire dal 1985 fino al 1992, anno della morte di Balducci.

Sono interventi che mirano a sottolineare "la sua visione di una società futura quale comunità planetaria, in cui potessero convivere tutte le diverse identità, etniche, culturali e religiose, nella consapevolezza comune della necessità storica che l'umanità dovesse farsi interprete e soggetto responsabile di questa transizione culturale, a partire da una rinnovata disponibilità all'incontro ed alla convivenza con l'Altro" (p.6).

Balducci è consapevole del fatto che l'Europa del futuro sarà un continente meticcio e che questa prospettiva è piena di pericoli perché: "Come ci insegna la storia della nostra specie, le mescolanza delle razze e delle culture possono provocare il marasma della disgregazione ma possono anche predisporre un trapasso qualitativo che vada nel senso dell'Ecumene, cioè dell'uomo cittadino del mondo, dell'uomo planetario" (p. 33).

Non bisogna dunque esaltarsi di fronte a questa prospettiva perché scatena contraddizioni enormi che mettono a dura prova le istituzione e gli strumenti di analisi e comprensione della realtà, innescando dinamiche violente e spesso miopi, che frequentemente, si trasformano in una guerra dei poveri contro i poveri, degli esclusi contro gli esclusi (p. 34). Tuttavia, nonostante le evidenti difficoltà
che questa prospettiva implica, per Balducci siamo di fronte a una grande possibilità perché: " questi nuclei di etnie extraeuropee si insediano tra noi, non sono soltanto bocche da sfamare e braccia da impegnare, sono rappresentanti di culture antichissime che, proprio in reazione al nostro imperialismo culturale, stanno acquistando una coscienza di sé e si propongono nei nostri confronti con un senso dignitoso di alterità. Essi ci offrono l'occasione di un umanesimo antropologico - l'umanesimo del futuro - che porti in luce la possibilità umane non ancora registrate nelle nostre biblioteche (p. 37). Una grandiosa occasione dunque, per "avviare una civiltà veramente planetaria, il cui principio sia la diversità nell'uguaglianza e l'uguaglianza nella diversità" (p. 44).

A questa occasione si contrappone una nuova forma di razzismo che Balducci chiama fascismo etnologico. Quali sono le sue caratteristiche? "Ha radici nell'ancestrale paura del diverso e trova le sue ragioni immediate nella difesa della condizione di privilegio minacciata dall'arrivo di nuovi ospiti, gli immigrati dal Sud. [...] I protagonisti degli atti di neorazzismo sono quasi sempre dei balordi che recepiscono e trasmettono a livello istintuale una provocazione che andrebbe mediata da una cultura illuminata. Sono i prodotti tipici della pedagogia televisiva, in cui dominano i forti e i bravi; in cui, per dirla tutta, il modello d'uomo è un mammifero vorace, dai muscoli efficienti pronto al successo quale che sia. Questa ideologia, svuotata di ogni lume di ragione, fa presa con la voglia di affermazione il cui sbocco preferito è, appunto, l'atto aggressivo contro il diverso. Infatti se si spoglia l'uomo di ogni struttura culturale resta in lui la paura dell'altro, la percezione che la propria identità è messa in rischio dalla presenza dell'alterità. Che siano, in molti casi i poveri, i disoccupati, i sottoproletari, gli emarginati di casa nostra a farsi protagonisti di questi gesti deplorevoli non deve far meraviglia: sono proprio gli incolti a subire i riflessi d'insicurezza causati dalla presenza dei diversi. Con una proiezione elementare essi riversano su chiunque rappresenti la diversità, magari con il colore della pelle, la brutale aggressività di scongiurare la paura, capovolgendola nel trionfo. La bravata li solleva subito al rango degli uomini di successo, i veri eroi della cultura dominante (pp. 59-61).

Questo nuovo fascismo etnologico può diffondersi in una cultura che invece di abbracciare la diversità per arricchirsi e rigenerarsi si chiude su se stessa, in una difesa asfittica di un passato mitico, una presunta età dell'oro, che non esiste più da molto tempo. Per Balducci il destino dell'Europa è la scoperta dell'Altro. Perché "la dannazione dell'Europa, specie di quella nella sua fase ultima, colonialistica ed imperialistica, è di non avere mai incontrato l'altro, di avere comunque esportato il proprio modello, di averlo imposto fino allo sterminio di chi resisteva. La nostra storia è questa: o l'assimilazione del diverso attraverso le vie dell'integrazione progressiva, o il suo sterminio"(pp. 46-47).


Uscire dal proprio passato coloniale per una società meticcia e integrata, giusta e responsabile dalla Terra-Madre. Una società in cui convivono le diversità. Può l'Europa sfuggire dal suo destino d'incontro con l'Altro, senza ricadere nell'incubo dei muri, dei fili spinati, dei campi di detenzione che una storia troppo facilmente dimenticata ci ha già fatto conoscere in forme drammatiche e vergognose per la dignità dell'uomo? Sono convinto che per realizzare questa Europa abbiamo bisogno di punti di riferimento e che Ernesto Balducci può essere considerato un "fondatore" di questo nuovo corso.

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