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Famiglia

Nella sartoria di Arché dove le mamme cuciono il futuro

7 Settembre Set 2017 1533 07 settembre 2017
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Nel quartiere-frontiera di Quarto Oggiaro a Milano, la onlus ha aperto un Atelier unico. Ci siamo entrati

«Arché si prende cura di mamme e bambini in difficoltà» spiega Luca Meschi, responsabile dell’area lavoro della onlus, nata a Milano nel 1991 su iniziativa di padre Giuseppe Bettoni per rispondere all’emergenza di bambini e famiglie colpiti dall’Aids.

«Le donne che ospitiamo, insieme ai loro figli, sono in carico ai servizi sociali. Alcune sono italiane, altre straniere. Hanno età diverse. Tutte, però, sono accomunate dall’essere in un momento di grande fatica. Alcune hanno perso una casa, altre sono profughe, altre ancora hanno subito maltrattamenti...»


Nel capoluogo lombardo Fondazione Arché gestisce due case accoglienza dove dal 1997 ad oggi ha ospitato 176 mamme e 210 bambini. Una di queste strutture, CasArché appunto, è stata inaugurata l’anno scorso a Quarto Oggiaro, un quartiere periferico e di frontiera, anche dal punto di vista sociale. Qui, al momento vivono 7 mamme e 9 bambini. «Cercavamo un’attività da portare dentro questa abitazione, perché il nostro obiettivo è quello di spezzare le catene dell’assistenza sociale e di accompagnare le donne nella costruzione del loro percorso di autonomia sociale, abitativa e lavorativa», spiega Meschi.

L’incontro con Donatella De Clemente è stato da questo punto di vista provvidenziale. De Clemente ha studiato arteterapia all’Accademia di Brera e ha una formazione scolastica nel campo della moda; è stata poi fondatrice dell’associazione “Arte in tasca”, che organizza laboratori, workshop e seminari per sviluppare capacità artigianali ed espressive anche in contesti difficili, come il carcere di Bollate, dove è volontaria da diversi anni.

Donatella De Clemente

Luca Meschi


Qualche mese fa, ha aperto dunque il laboratorio di sartoria: «Tramite un gruppo Lions, abbiamo ricevuto in donazione le macchine per cucire da parte di una signora di Vignate che ha chiuso la sartoria. Molti tessuti, poi, ci sono stati regalati da negozi e sartorie e, infine, Etro, l’azienda di alta moda, ci ha donato passamanerie e bottoni davvero splendidi. E così, nel giro di qualche settimana, abbiamo occupato due stanze dentro CasArché e abbiamo allestito il nostro Atelier, organizzando subito il primo corso di sartoria per le mamme».


Maria, giovanissima sudamericana è una di loro. In questo momento sta seguendo le lezioni. «All’inizio mi hanno un po’ spinto a partecipare, fosse stato per me non sarei mai venuta, perché mi sembrava una cosa d’altra tempi!», racconta. «Adesso, invece, mi sono appassionata e non perdo una lezione! Questo laboratorio mi aiuta a tirare fuori quello che ho dentro, perché io faccio molta fatica ad esprimermi con le parole... Sì, mi piacerebbe che un giorno questo diventasse il mio lavoro. Il mio sogno sarebbe quello di disegnare abiti da sposa, belli come quelli di Vera Wang». Vera Wang? «La conoscete? Ha vestito tante star di Hollywood: i suoi vestiti ti fanno sognare, ti portano nel mondo delle fiabe... Quando ne vedo uno sul giornale, strappo la pagina e la conservo!».

Erica arriva in atelier con attaccato al collo il suo splendido bambino, che insiste per vedere come funziona la macchina per cucire. Appena sente il rumore e la vede avviarsi, è soddisfatto e corre via a giocare con gli altri piccoli ospiti della casa. «Sì, mi piace imparare a fare abiti» spiega Erica. «Vorrei proprio diventare brava e fare vestiti sia per me, sia per mio figlio. È bello il fatto che lavoriamo in gruppo. Giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, capisci che non sei l’unica ad avere problemi e questo ti aiuta ad uscire dal tunnel in cui ti trovi...». «È così», prosegue Sara, «il fatto di stare insieme a tante donne è importante: permette di conoscere altre persone, altre storie e di imparare da loro. Io poi mi sono laureata in design: forme e colori fanno parte anche della moda e quindi sento che sto imparando qualcosa che è attinente al mio percorso di studi e che mi può essere utile anche per un lavoro futuro».

L’Atelier cercherà di svilupparsi e di diventare sostenibile attraverso tre strade diverse, come spiega Meschi.

«Innanzitutto vogliamo disegnare una nostra collezione con le stoffe che ci vengono regalate e partiremo con alcuni coloratissimi tessuti che arrivano dal Ghana: inizialmente venderemo questi abiti nel negozio Vintage Solidale di Arché che abbiamo a Milano, ma poi cercheremo di commercia- lizzarli anche attraverso altri canali. La seconda strada che percorreremo sarà quella delle riparazioni sartoriali a domicilio: attraverso le parrocchie e i servizi del territorio, ci faremo conoscere nel quartiere. E poi, infine, ci proporremo come terzisti».

Il piano prevede due corsi di sartoria all’anno, della durata di tre-quattro mesi, ciascuno per 10-12 di donne circa, in modo da formarne più o meno 24 all’anno. I corsi saranno aperti sia alle mamme delle due case di accoglienza di Arché, sia a quelle ospiti degli 11 appartamenti di housing sociale che Arché ha in città. Ma verranno invitate anche le abitanti del quartiere di Quarto Oggiaro dove le opportunità lavorative per le donne sono ancora limitate.

«Gli aspetti di innovazione sociale di questo progetto sono diversi», conclude Meschi. «Innanzitutto c’è il fatto che, attraverso i fondi ricavati dall’Atelier, potremo finanziare altri corsi di formazione e coinvolgere altre mamme nel laboratorio di sartoria, favorendo l’autonomia di un numero crescente di donne. E ovviamente questo avverrà attraverso moduli che tengono conto dei ritmi e dei tempi che necessitano le mamme che hanno bambini piccoli. Ma poi c’è un altro aspetto importante: noi vorremmo proporci come un luogo vivo e attivo all’interno della periferia di Quarto Oggiaro. Il nostro desiderio è quello di non richiuderci al nostro interno, ma anzi di aprirci al quartiere che ci ospita e di proporci come un piccolo motore propulsivo per lo sviluppo dell’intera comunità».

«Questo nuovo progetto va nella direzione di ridare dignità alle persone», conclude padre Bettoni, «e di creare occasioni di autonomia e di crescita per tutti coloro che saranno coinvolti. E il lavoro, per noi, da sempre, è lo strumento più efficace per riuscire a raggiungere questi obiettivi».

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