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Migranti

Ecco perché l’assistenza psicologica è la chiave dell’accoglienza

19 Settembre Set 2017 1756 19 settembre 2017
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Sono circa 300 le persone seguite dal servizio di etnopsichiatria del Niguarda, l’unico pubblico nell’area di Milano. Una domanda in crescita soprattutto tra le persone sotto i 24 anni, aumentate del 30% negli ultimi due anni. E se quando si parla di accoglienza, l’assistenza psicologica viene spesso sottovalutata, secondo l’Ordine degli psicologi della Lombardia rappresenta un aspetto chiave per l’integrazione

Dei traumi di chi nel deserto e in mare ha visto morire amici e familiari e di chi ha subito violenze e abusi nei centri di detenzione in Libia, continuiamo a leggere, ma qual è l’impatto che questo vissuto può avere sul futuro delle persone e quali sono i costi sociali se questi traumi non vengono affrontati?

Quello psicologico è un aspetto dell’accoglienza che passa spesso sotto traccia ma che, secondo Riccardo Bettiga, presidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia, non può essere ignorato perché «in percentuale altissima i flussi migratori hanno in sé eventi traumatizzanti, dall’abbandono della propria casa, degli affetti e della quotidianità, a tutto ciò che può accadere durante il viaggio. Il trauma avviene quando tagliamo un filo, qualcuno lo definisce come il congelamento della possibilità di raccontarsi. Si parla poco dell’aspetto psicologico quando si parla di migrazione, perché «davanti ai problemi mentali tendiamo a voltarci dall’altra parte, ma questo rimane comunque un aspetto fondamentale. Già da tempo la maggior parte dei servizi di accoglienza prevede anche un servizio di sostegno psicologico». Un esempio tra tutti il servizio di etnopsichiatria del Niguarda, l’unico pubblico nell’area di Milano, dove sono attualmente in cura circa 300 persone, 3 psichiatri part-time, 4 psicoterapeuti altamente specializzati sulla psico-traumatologia, 2 assistenti sociali e 8 specializzanti. «Negli ultimi anni la domanda è cresciuta», spiega Carlo Pagani, psichiatra responsabile del servizio. «Durante tutto lo scorso anno avevamo avuto 100 nuove prese in carico, un numero che quest’anno è stato già raggiunto a luglio. La maggior parte delle persone ci vengono segnalate dai Centri di accoglienza straordinaria. Abbiamo adottato un sistema per l’individuazione della problematica e del grado di vulnerabilità, da dare agli operatori, così da avere già una forma di triage».

Il trauma avviene quando tagliamo un filo, qualcuno lo definisce come il congelamento della possibilità di raccontarsi.

Riccardo Bettiga, presidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia

Attivato nel 2000, il servizio aveva inizialmente l’obiettivo di offrire assistenza ai migranti in una condizione irregolare. «Oggi in realtà chi non ha uno status legalmente riconosciuto è solo il 10%, perché quasi tutti fanno richiesta d’asilo quando arrivano».

Molto ampio lo spettro dei disturbi riportati, dall’insonnia, al ritiro sociale, fino alla psicosi. «Sono mescolati in una varietà di sintomi legati ai traumi dei maltrattamenti e delle torture durante la permanenza in Libia, o addirittura risalenti ad episodi ancora precedenti la partenza. Un fenomeno che abbiamo notato è che, in alcuni casi, le persone partono dopo essere state allontanate dalle famiglie, proprio perché malate».

Un problema diffuso, secondo Pagani è che i sintomi spesso non vengono capiti dalle strutture che ospitano i migranti, «i comportamenti legati ai traumi vengono facilmente fraintesi, portando così le persone ad essere espulse e a trovarsi in una condizione di vulnerabilità ancora maggiore».

Negli ultimi due anni c’è stato un aumento del 30% dei pazienti sotto i 24 anni e, secondo Pagani questo non è l’unico aspetto che è cambiato. «Oggi nei racconti dei pazienti prevalgono gli aspetti più dolorosi, le persone riportano di essere state vittime e testimoni di violenze estreme. In questi casi il pieno recupero è possibile se la persona in questione ha le risorse per reagire. Si tratta di situazioni molto personali».

I casi più gravi prevedono sedute da 1 o 2 volte a settimana, i trattamenti durano in media tra i 2 anni e i 2 anni e mezzo. «Non sempre abbiamo a disposizione il mediatore linguistico, per questo stiamo sperimentando nuovi metodi, come le attività di gruppo, il foto-linguaggio e l’arte-terapia». La sfida maggiore è portare a termine la terapia, anche dopo che si ottiene il permesso di soggiorno o si lascia la città. «Se le persone non recuperano cronicizzano, non riescono a stare fuori dalle strutture psichiatriche e nel 90% dei casi per chi entra diventa poi molto difficile uscire».

È anche per questo che l’Ordine degli psicologi della Lombardia ha organizzato a Milano Migrazioni e Psicologia, un evento di confronto proprio sull’importanza di affrontare in tempestivamente l’aspetto psicologico dell’accoglienza. Ad intervenire, oltre a psicologi e psicotraumatologi anche Lia Quartapelle Capogruppo PD Commissione Affari Esteri e UE alla Camera dei Deputati. «Il problema è che quando parliamo di migrazioni tendiamo a spersonalizzare i flussi. Dimentichiamo l’età, il genere e lo status fisico delle persone. Tra il 15% e il 20% dei richiedenti asilo nelle strutture chiedono un’assistenza psicologica», spiega Quartapelle. «Bisogna avere la consapevolezza che dietro le persone ci sono delle storie ma anche del fatto che le migrazioni generano emozioni anche tra la popolazione del Paese che accoglie. Oggi gli stranieri residenti in Italia sono oltre 5 milioni, questo cambiamento genera delle reazioni anche tra i cittadini Italiani. Siamo davanti ad una società plurale. Lo sforzo di convivenza è uno sforzo complesso. Bisogna darsi delle regole e per fare questo bisogna poter parlare apertamente».

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