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La disoccupazione? Un concetto vecchio

22 Settembre Set 2017 1633 22 settembre 2017
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Dialogo col sociologo Pierpaolo Donati autore di "Quale lavoro-L'emergere di un'economia relazionale": «Non si può fermare la tecnologia, ma le persone sono insostituibili. A patto che...»

La risposta è secca: «Per contrastare la tesi prevalente secondo la quale il lavoro va scomparendo (la cosiddetta "fine del lavoro"), come sostiene fra gli altri Jeremy Rifkin». Così il sociologo Pierpaolo Donati risponde a chi gli chiede perché abbia sentito la necessità di pubblicare “Quale lavoro? L’emergere di un’economia relazionale” (ed. Marietti 1820, 125 pagine). Una posizione netta che il sociologo dell’Università di Bologna argomenta in questo dialogo.


Pierpaolo Donati

Professore, però la crisi non è un’invenzione dei catastrofisti…
Dobbiamo intenderci. Io non dico che non esista la disoccupazione, sostengo però che la disoccupazione non è congenita al sistema economico, ma è il frutto di un paradigma sociale e di una cultura del lavoro non più al passo con i tempi. Come ho scritto nel libro, se la concezione prevalente del lavoro rimane quella dell’epoca moderna, com’è ancora il caso in larga parte del mondo, il problema della disoccupazione e della precarietà verrà ancora una volta affrontato con vecchi strumenti, caratterizzati dalla ricerca di nuove forme di regolazione degli interessi e delle transazioni fra attori economici e politici che si muovono nel compromesso fra Stato e mercato. Le politiche del lavoro basate sul complesso di misure che io riassumo nell’assetto lib/lab (libertà di mercato e uguaglianza assicurata dallo Stato) sono e saranno intrinsecamente insufficienti a far fronte ai problemi della mancanza di lavoro e soprattutto della scarsità di lavori soddisfacenti. Il nodo di base da sciogliere è quello della concezione meccanicistica del lavoro.

Ovvero?
Troppo spesso ancora oggi si equipara il lavoro di una persona a quello di una macchina. Fino a ieri però avevamo macchine banali, per certi versi “stupide”. E l’uomo era insostituibile: da questo presupposto è discesa per esempio una contrattualistica giuslavorista fondata sul posto fisso, sulla misura delle ore di lavoro, sulla separazione netta fra luogo di lavoro e tempo libero. Oggi invece le performance tecnologiche sono molto più alte. I robot o i computer di ultima generazione possono sostituire il lavoro dell’uomo. Specialmente se la tipologia del lavoro rimane funzionale, meccanicistica. Ma questo è il passato. All’orizzonte abbiamo un altro modello, che poggia su altre basi concettuali.

La disoccupazione non è congenita al sistema economico, ma è il frutto di un paradigma sociale

Lei parla di "economia relazionale". Veniamo al sodo: è un modello in grado di assicurare un posto di lavoro a tutti?
Il punto è che, se analizziamo la realtà, quello dell’economia relazionale è lo schema più innovativo. Uno schema dentro il quale le macchine continueranno...