Boko Haram
Camerun

COOPI risponde all’emergenza umanitaria sotto la minaccia di Boko Haram

28 Settembre Set 2017 1702 28 settembre 2017
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Da luglio sono ripresi nell’Estremo Nord del Camerun gli attacchi del gruppo radicale islamista Boko Haram contro le popolazioni civili. Nonostante l’insicurezza, COOPI ha avviato due nuovi progetti sulla sicurezza alimentare e l’educazione per rispondere ai bisogni di rifugiati, sfollati e comunità locali. Ce ne parla Vincenzo Altomare, coordinatore dei progetti dell’ong italiana, impegnata in una crisi umanitaria di dimensione regionale

Mai i camerunensi avrebbero immaginato di potersi ritrovare un giorno nel bel mezzo di una fra le crisi umanitarie più gravi al mondo e allo stesso di dover fare i conti con il terrorismo. Eppure dal 2013 è una realtà che le cifre rendono implacabile. Oggi nell’Estremo Nord del Camerun, si contano oltre 200mila sfollati interni, circa 30mila returnees e più di 100mila rifugiati, tutti in fuga da un nemico comune: Boko Haram, che sfrutta un terreno fertile di povertà estrema e miseria sociale per colpire a colpi di incursioni e attentati kamikaze le popolazioni civili. I risultati sono sempre gli stessi in teatri di guerra come quello nord-camerunense: flussi migratori difficilmente controllabili, terre e villaggi abbandonati a se stessi, comunità locali costrette ad accogliere tra mille difficoltà nuovi ospiti, servizi sociali al collasso, e così via.

Di fronte a questo scenario, la Comunità internazionale ha promesso per il 2017 finanziamenti pari a circa 300 milioni di euro (che include l’assistenza a 200mila rifugiati centrafricani nell’est del Camerun), di cui soltanto il 32% è stato impegnato. Tra i donatori che hanno deciso di dare una risposta alla crisi nell’Estremo Nord, l’Agenzia italiana per la cooperazione allo svilupo (AICS) sostiene iniziative umanitari implementati da ONG, tra cui COOPI, che gestice due progetti nel Dipartimento del Logone e Chari, a Makary e Fotokol Hille Alifa e Blangua. In un’intervista rilasciata a Vita.it, il coordinatore locale di COOPI Vincenzo Altomare, spiega le sfide a cui l’ong deve rispondere e gli obiettivi fissati per rispondere ai bisogni delle popolazioni locali.

Che situazione sta prevalendo a livello umanitario e di sicurezza nell’Estremo Nord del Camerun, in particolare nel Logone-et-Chari, dove COOPI sta implementando i suoi progetti?

Sul piano della sicurezza, le incursioni di Boko Haram sono ormai quotidiane. Alcune settimane fa, una ragazza si è fatta esplodere sulla strada che collega Kousseri a Maroua, facendo una quindicina di vittime. A Kousseri, le voci che circolano parlano di una decina di ragazze molte giovani pronte a farsi esplodere. Per ora la situazione è tranquilla. In città vige un coprifuoco ormai in corso da tempo che vieta la circolazione di moto dopo le 19, mentre a partire delle 20 ci sono comitati di vigilenza che assistono la polizia per vari tipi di operazioni come il controllo stradale.

La situazione nei municipi dove operiamo, ovvero Fotokol, Makari, Hille Alifa e Blangua, la popolazione è minacciata da coloro che vengono definiti come membri di Boko Haram. Oggi tutto viene assoggetto a questo gruppo, quando in realtà gli autori delle incursioni o attacchi potrebbero essere dei banditi o dei deliquenti comuni, ma ormai ha prevalso la fobia di Boko Haram. Circa due settimane fa ho partecipato ad una riunione di sicurezza organizzata dalle Nazioni Unite dove in zone frontaliere – Fotokol e Makari in particolare, sconsigliano di coltivare il miglio e il granoturco perché sono piante di alto fusto che consentirebbero ai membri di Boko Haram di nascondersi.

Parliamo di due colture importanti in questa regione...

Sono tra le quattro più importanti, con in testa il granoturco, seguito da fagioli rossi, e a pari merito il miglio e l’orticultura.

Per quanto riguarda la situazione umanitaria?

E’ migliorata rispetto a cinque anni fa quando è iniziata la crisi Boko Haram, diventando stazionaria da circa un anno. Stanno arrivando molte ONG. Il Logone-et-Chari ne accoglie circa una decine, in particolar modo scandinave. Assieme alla mia collega, siamo gli unici espatriati occidentali presenti a Kousseri. Tanto per fare un esempio, prima dell’avvento del gruppo terrorista, Kousseri era una città molto frequentata dagli abitanti di N’Djamena che ci andavano per fare shopping, era meno cara rispetto alla capitale ciadiana, oggi è il contrario. A questo si somma l’enorme difficoltà a far circolare le merci, in particolar modo quelle giugono da Maroua, dove la strada che collega le due città è molto degradata. Se prima ci volevano sei ore di macchina per raggiungere Kousseri, oggi ce ne vogliono dieci. Poi c’è il problema sicurezza. Buona parte dei prodotti che transitano per Kousseri sono sotto scorta dell’esercito, soprattutto la benzina.

Coopi sta avviando nuovi progetti in ambito educativo e alimentare. Quali gli obiettivi e a che punto siamo sulla fase di implementazione?

I due progetti che stiamo avviando sono in fase di lancio. Il primo riguarda la sicurezza alimentare, con l’obiettivo di distribuire sementi e utensili agricole a 1.000 famiglie, quindi all’incirca 6.000 persone. E’ inoltre prevista la riabilitazione di venti pozzi e la costruzione di altri dodici per facilitare l’accesso all’acqua. Abbiamo poi un programma di assistenza a favore di bambini malnutriti con la distribuzione di alimenti di base e azioni di sensibilizzazione presso le donne contro la malnutrizione infantile.

Il secondo progetto è invece educativo. Prevede la riabilitazione di dieci classi e l’equipaggiamento di dieci scuole, dove non c’è nulla. A questo si sommanno la messa in sicurezza di quattro altre scuole per evitare che le popolazioni sfollate vadano ad occuparle, la formazione di insegnanti per l’assistenza pisco-sociale di bambini, la distribuizione di 5.000 kit scolastici, il pagamento dell’iscrizione di 5.000 bambini alle scuole elementari, il che include un sostegno per facilitare il rilascio di certificati di nascita senza i quali nessuna iscrizione è possibile. In seguito ad una ricerca che abbiamo effettuato nelle scuole in cui interviamo, abbiamo scoperto che circa l’80% dei ragazzi e delle ragazze in età scolare, cioè dalle elementari alle media, non hanno un certificato di nascita.

In una regione afflitta dall’estrema povertà, ci sono tensioni tra i rifugiati e gli sfollati da un lato, e le popoazioni autoctone dall’altra?

I rifugiati e gli sfollati non hanno accesso alle terre, questo crea non poche tensioni con le popolazioni autoctone. Non tutti i rifugiati poi si trovano nei campi profughi, molti di loro sono accolti dalle famiglie locali, che già devono occuparsi degli sfollati. Tutti questi movimenti popolazione generano non pochi problemi per le autorità camerunensi del Logone-et-Chari, che non dispongono di fondi sufficienti per rispondere ai bisogni degli sfollati e dei rifugiati. Ecco perché la presenza e il supporto della Comunità internazionale è così importante.

Come giudichi il modo con cui la macchina umanitaria si è mobilitata sulla crisi nell’Estremo Nord del Camerun?

Premesso che i fondi non sono mai abbastanza e che si può fare sempre di più, direi che si è mossa bene e in tempi tutto sommato rapidi. Positivo è anche il livello di coordinamento, dove i rischi di sovrapposizione tra un attore umanitario e un altro sono ridotti al minimo. Certo i bisogni rimangono importanti, ma rispetto ad altri crisi, direi che l’attenzione sulla crisi umanitaria nel Lago Ciad è piuttosto alta.

Articolo realizzato nell’ambito di un progetto editoriale tra COOPI e VITA sulla crisi umanitaria nel Lago Ciad, con il sostegno dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo (AICS).

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