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Idee

Charles Péguy: la storia oltre la storia

6 Ottobre Ott 2017 1522 06 ottobre 2017
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Ne "La nostra giovinezza", Charles Péguy scrive: «quello che c’è di più imprevisto è sempre l’evento. Basta avere vissuto un po' fuori dai libri di storia per sapere, per aver provato che tutto quello che si vuol far emergere è generalmente quello che accade di meno e quello che non si vuol far emergere è generalmente quello che accade». Ma che cosa accade alla storia, fuori dai libri di storia?

Il 5 settembre 1914, in un campo di barbabietole nei pressi di Villeroy, a soli 22 km da Parigi, un luogotenente di quarant’anni perdeva la vita, colpito da un proiettile alla fronte. Rapporti e referti riportano freddamente che l’uomo «si era esposto troppo», avanzando in piedi, spada alla mano, verso la linea nemica.

Il luogotenente, partito il 4 agosto da Bourg-la-Reine con i riservisti del 276° reggimento di fanteria, rispondeva al nome di Charles Péguy, nato a Orléans il 7 gennaio del 1873, convertitosi al cattolicesimo nel 1907, fondatore, redattore, editore di una delle riviste più marginali (1200 i lettori/abbonati, ma solo 400 i “paganti”), boicottate dal panorama intellettuale dell’epoca, eppure più influenti del Ventesimo Secolo: i “Cahiers de la Quinzaine”, bimestrale il cui ultimo numero – il duecentotrentottesimo – uscì nel luglio del ’14.

Sulle sue pagine, Péguy coltivò incessantemente e pazientemente quella solitudine che costituisce uno dei caratteri più profondi del suo destino. Una solitudine che – notò Maurice Blanchot – è il contrappeso alla capacità di decidere e aprirsi continuamente al rischio della decisione. Perché nella sua vita, come nella sua opera, come nel momento estremo se Péguy non ha mai smesso di essere solo, è stato perché non ha mai smesso di decidere.

In un appello pubblicato sui “Cahiers”, titolato “Ai nostri amici, ai nostri abbonati”, Péguy declinerà questa decisione con parole che sono divenute celebri, aprendosi a un popolo possibile, a una comunità di assenti: «Una rivista è viva solo se ogni volta scontenta un buon quinto dei suoi abbonati. E giustizia vuole che non siano sempre gli stessi a rientrare in questo quinto. Altrimenti, quando ci si sforza di non scontentare nessuno, si cade nel sistema di quelle riviste che perdono o guadagnano milioni per non dire nulla» .

Poeta, scrittore, filosofo, uomo di idee e d’azione, socialista ma anarchico, anarchico e socialista ma cristiano, cattolico patriota che però difese senza remore l’alto ufficiale ebreo Dreyfus dall’ingiuria di alto tradimento, Péguy fu tra le prime vittime della Grande Guerra. Morì tra tanti, come tanti, nella prima battaglia della Marna, che i libri annoverano tra le più assurde carneficine che la storia ricordi. Delle loro 44 divisioni di 850.000 uomini, i tedeschi ne persero 185.000, mentre delle 56 divisioni anglo-francesi, composte da 1 milione di soldati, 190.000 non videro più il sole.

Abbiamo conosciuto un onore del lavoro, quello stesso onore che nel Medioevo sosteneva la mano e il cuore. Abbiamo conosciuto quell’accuratezza spinta fino alla perfezione, la stessa nell’insieme, la stessa nel minimo dettaglio. Abbiamo conosciuto quel culto dell’opera ben fatta spinto e mantenuto fino allo scrupolo estremo. Ho visto per tutta la mia infanzia impagliare delle sedie esattamente con lo stesso spirito e con lo stesso cuore, e con la stessa mano, con cui quello stesso popolo aveva scolpito le proprie cattedrali

Charles Péguy

Eppure, con quel suo eroismo folle, donchisciottesco e insolito per una guerra dove sottufficiali e ufficiali preferiranno nascondersi nelle retroguardie o incitare gli altri a “obbedire e combattere”, Péguy sembra rappresentare ancora un’eccezione incarnata. C’è chi ha tentato di iscrivere Péguy tra i nazionalisti assetati di guerra e chi lo ha persino additato tra i peggiori sciovinisti ma, giudizi poco ponderati a parte, due sono gli elementi da ricordare: Péguy non ha ucciso; Péguy ha combattuto una guerra, senza avere il tempo di capire che non era la “sua” guerra. Eppure anche in questo abbaglio, c’è una decisione, un piccole evento che scompone l’ordine troppo ordinato delle cose.

Ne La nostra giovinezza (1910), d’altronde, Péguy aveva scritto: «quello che c’è di più imprevisto è sempre l’evento. Basta avere un po’ vissuto fuori dai libri di storia per sapere, per aver provato che tutto quello che si vuol far emergere è generalmente quello che accade di meno e quello che non si vuol far emergere è generalmente quello che accade». Ma che cosa accadde fuori dei libri di storia nel settembre del 1914?

Dei pochi istanti che precedettero lo sparo, ben oltre la fredda scrittura dei rapporti, i compagni di Charles Péguy ricorderanno le sue ultime parole: «Dio, eccomi». Altre volte, in altre circostanze aveva scritto: «Ti renderò ciò che è tuo».

Al netto della retorica e ben oltre la memorialistica – sulla morte di Péguy sono stati scritti versati fiumi di inchiostro, ma nulla vale quanto il libro dedicatogli quasi a caldo dall’amico ebreo Daniel Halévy: Charles Péguy et les Cahiers de la Quinzaine, Payot, Parigi 1918 – quelle parole hanno un peso. Il peso che si deve all’atto meditato di un uomo che – rispondendo all’appello alla mobilitazione generale – ha cercato di riscrivere la propria vita in un accordo solenne con il destino.

Se guardiamo con attenzione a Péguy è perché a le sue parole hanno sempreavuto un peso e delineano un percorso di vita segnato da una straordinaria coerenza interiore. Questo fin dal primo libro, consacrato alla sua concittadina Giovanna, che a sua volta lo consacrò scrittore: Giovanna d’Arco (1897), poi rivisitata nel 1910 e ripubblicato come Il mistero della carità di Giovanna d’Arco. Anche qui: la guerra, la passione, il tradimento, il Golgota. Nell’opera del tradimento dell’uomo, si legge nella Giovanna d’Arco, è visibile in controluce il dramma di ogni storia e della Storia e, di conseguenza, il dramma di Péguy. Qui l’evento è l’Evento per eccellenza, ossia la presenza reale, incarnata, di Cristo. Scrive Péguy:

«Ne abbiamo ricevuti abbastanza di avvertimenti. Tredici secoli di cristiani, tredici secoli di santi, tredici secoli di cristianità. Ne dovremmo sapere. Una volta. Una volta, due volte, tre volte. E il gallo cantò. Ma per noi è la millesima, è la centomillesima, è la centesima di millesime volte che Lo consegnamo: che Lo abbandoniamo, che Lo tradiamo; che Lo disconosciamo, che Lo rinneghiamo. Migliaia e centinaia di migliaia di volte che Lo rinneghiamo nello smarrimento del peccato… Ahimè, ahimè, deve cominciare a esserci abituato. Gliene abbiamo dato l’abitudine; un’abitudine proprio a Lui; l’abbiamo abituato. Gli abbiamo dato questa singolare abitudine: di essere rinnegato. La stessa storia succede sempre. Grazie alla presenza reale, alla presenza di Gesù, la stessa storia».

E il moderno che cos’è se non – così Péguy nel Denaro (1913) – una continua diserzione dal e un continuo tradimento del reale che quella presenza incarna? Se c’è bestemmia, se c’è blasfemia nel moderno questa coincide proprio con una tonalità generale improntata all’arroganza nei confronti del reale. Si potrebbe azzardare che l’anticristianesimo è un’antirealtà.

Moderno, per Péguy, è un mondo libero, sempre più libero, sempre più affrancato e colmo di diritti. Ma libero da che cosa? Non certo dal potere, dalla violenza, dal tradimento o dalle guerre, ma – scrive – «libero dal reale». Un mondo libero dal reale è però un mondo “malleabile”, veloce e disponibile, ma irresponsabile. Per questa ragione la rivoluzione sociale, per Péguy, è impraticabile o persino deleteria, se non è accompagnata da una rivoluzione morale. Ci sradicherebbe ancora di più, non dai luoghi, ma dai legami. Péguy, infatti, è un patriota del legame, non del luogo. Il suo insistere sulle nozioni di lavoro e popolo, di contro a quelle di denaro e borghesia finanziaria ne sono la riprova.

Scrive infatti: «Noi siamo tra quelli cui non riesce per nulla separare la rivoluzione sociale dalla rivoluzione morale, nel duplice senso che da un lato non crediamo che si possa realizzare profondamente, seriamente, sinceramente la rivoluzione morale dell’umanità senza operare l’intera trasformazione del suo ambiente sociale, e di contro noi crediamo che ogni rivoluzione esteriore sarebbe vana se non comportasse il dissodamento e il profondo rivolgimento delle coscienze».

Alla base della nefasta scissione tra rivoluzione sociale e rivoluzione morale, che sarà tra le concause della guerra in cui troverà la morte, Péguy annoverà l’arroganza della grande borghesia corruttrice del popolo. In questa grande borghesia, Péguy inscrive anche gran parte degli intellettuali marxisti della sua epoca. Grande borghesia improduttiva e idolatra (del denaro), «la borghesia dei soldi», che Péguy distingue sempre dalla piccola borghesia operosa, che ha conservato la dignità del dare. Ci sono pagine memorabili in tal senso nel Denaro, testo del 1910: «oggi, quando si dice “popolo”, si fa della letteratura, della letteratura deteriore, elettorale, politica, parlamentare». Il popolo come tale non esiste più, forse resiste come popolo a venire, come popolo inscritto in una nostalgia di futuro. Il popolo che trovava nel lavoro il proprio posto nel mondo è stato corrotto dalla «strozzatura economica» imposta dalla logica del denaro. Un tempo, scrive Péguy, «cercare un lavoro non era chiedere, (…) un operaio non conosceva il signficato della parola “raccomandazione”». Lavorando, il popolo compartecipava a un rito. Il lavoro era un’inconsapevole preghiera rivolta al principio di realtà.

Questa corruzione del lavoro da parte del denaro ha trasformato il lavoro in una “servitù” morale, non meno che materiale. Scrive ancora Péguy, nelDenaro:

«Abbiamo conosciuto un onore del lavoro, quello stesso onore che nel Medioevo sosteneva la mano e il cuore. Abbiamo conosciuto quell’accuratezza spinta fino alla perfezione, la stessa nell’insieme, la stessa nel minimo dettaglio. Abbiamo conosciuto quel culto dell’opera ben fatta spinto e mantenuto fino allo scrupolo estremo. Ho visto per tutta la mia infanzia impagliare delle sedie esattamente con lo stesso spirito e con lo stesso cuore, e con la stessa mano, con cui quello stesso popolo aveva scolpito le proprie cattedrali».

La madre di Péguy, nato in una famiglia umile, faceva l’impagliatrice di sedie. Eppure, da quel movimento, Péguy ha compreso un sistema. Si potrebbe dire che tutto parte da lì, da quel figlio che osserva la madre impagliare con diligenza e rispetto le sedie dei benestanti. Un sistema che il moderno ha non solo messo in crisi, ma spazzato via, mantenendo la fatica, il dolore, ma cancellando il rispetto. Per l’impagliatrice di sedie, rispetto significava questo: sapere che bastava un gesto di troppo, un movimento sbagliato, una pressione in eccesso e ogni cosa andava perduta. Lo stesso accadeva per il popolo delle cattedrali. Nota infatti Péguy che la materia prima, qui identificata nella pietra, nella paglia e nel legno, implica l’irreparabile e questo irreparabile impone un ethos adeguato. Un ethos che il popolo ha sempre avuto:

«Nel commercio fra uomo e legno, fra uomo e pietra un’ingiuria non si dimentica più, nulla si cancella».

Ma questa irreversibilità – che Péguy chiama “co-destinazione eterna” – è la base del rispetto. Rispetto dell’uomo per le cose, rispetto dell’uomo per l’uomo. Ora è il tempo della velocità – sono splendide le pagine che Péguy dedica alla critica della metropolitana – e della materia reversibile. Ma, proprio per questo, è anche il tempo tutto moderno della materia senza memoria.

Moderno, per Péguy, è così «il mondo che non ci viene più incontro nel modo della responsabilità, ma nel modo della disponibilità» – ha osservato Alain Finkielkraut (L’incontemporaneo. Péguy lettore del mondo moderno, Lindau 2012). Servirebbe pietà, servirebbe preghiera, servirebbe umiltà. L’umiltà che impone «il rispetto assoluto della realtà, dei suoi misteri, il rispetto religioso della realtà sovrana e padrona assoluta, del reale come viene, come ci è dato, dell’evento come viene» (Brunetière, 1906).

Con la guerra, anzi: in quel tradimento che è la guerra, tutte le parole di Péguy, non solo quelle pronunciate in punto estremo, assumono il peso specifico di un égagement finale, un impegno finale sancito proprio nell’esposizione alla morte. Quel “Dio, eccomi”, non parla di un eroismo da monumento ai caduti. Quel “Dio, eccomi” si declina, semmai, nel «renderti ciò che ti è dovuto» in un estremo tentativo di lambire una realtà oramai negata. L’unità dello stile di Péguy, che tanti critici da Leo Spitzer a Maurice Blanchot hanno rimarcato essere la chiave del suo lavoro, risiede proprio in questa severità del suo impegno verso il legame con una realtà sempre concreta. In questo, tanto l’avventura della “Quinzaine”, quanto il lampo della Grande Guerra sono avventure da cui Péguy sapeva di non ritornare.

La Grande Guerra – è Hannah Arendt, tra le pagine del suo libro sull’Origine del totalitarismo, a ricordarcelo – è stato soprattutto questo: un Grande Enigma, quasi impossibile da decrifrare nelle sue conseguenze. Questo enigma e questa logica (o illogica) sacrificale, Péguy li aveva descritti magistralmente in Clio. Dialogo della storia e dell’anima pagana, un’opera pubblicata postuma, iniziata nel ’12 ma terminata proprio nell’agosto del 1914. La storia (Clio) è sempre in ritardo. Solo la dolcezza di una donna (Santa Veronica), simile alla madre impagliatrice di sedie, che pone il suo velo sul volto del Cristo morente riesce a fissare l’evento. Il dissidio tra storia e evento a Péguy appare insanabile. L’uomo è esposto a questo rischio – il rischio di non capire mai o di arrivare tardi o, capendo, di non essere capito: ecco il dramma della solitudine! – ma può aprirsi a un rischio più grande. È questo rischio – la rispettosa sfida all’irreversibile – a farlo propriamente, rispettosamente umano.

Scrive infatti Péguy, parlando del cristianesimo: «bisogna che ci sia un rischio, un rischio totale. Bisogna che l’uomo scelga».

Nella solitudine sacrificale di Péguy si fa infine chiara la sua passione per il popolo. Che cos’è un popolo, nel suo specifico un popolo cristiano? Un popolo è la comunità che garantisce al singolo quella concretezza e quel contatto col reale senza i quali sarebbe solo una figura vuota, sradicata, tassello anonimo per guerre, finzioni o ideologie passate, presenti, future.