Lavoro

La Gig economy? Domani la chiameremo Crowd economy

9 Ottobre Ott 2017 1228 09 ottobre 2017

Secondo la Banca Mondiale entro il 2020 il crowd work raggiungerà un fatturato pari a 25 miliardi di dollari. «Siamo alla vigilia di una vera e propria rivoluzione dei modelli occupazionali»: intervista al giuslavorista Ciro Cafiero

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Secondo la Banca Mondiale entro il 2020 il crowd work raggiungerà un fatturato pari a 25 miliardi di dollari. «Siamo alla vigilia di una vera e propria rivoluzione dei modelli occupazionali»: intervista al giuslavorista Ciro Cafiero

Partiamo dalla definizione: crowd (folla) e work (lavorare). Il crowdworking è un modello che descrive una forma di lavoro in base alla quale i committenti (i crowd sourcer) richiedono attraverso una piattaforma digitale lo svolgimento di attività alle persone registrate al dispositivo. Negli ultimi anni la crescita del crowd working è stata davvero notevole: il focus della Banca Mondiale, intitolato “The Global Opportunity in Online Outsourcing”, valuta che grazie a questa modalità entro il 2020 si raggiungerà un fatturato pari a 25 miliardi di dollari. Le piattaforme digitali di crowdsourcing attive su scala globale sono 2.300. Tra queste, le più famose sono le americane Amazon Mechanical Turk (AMT), Top Coder e Upwork, l'australianaFreelancer.com, la tedesca Twago. Altri dati: nel 2015, AMT ha dichiarato 500mila iscritti provenienti da 190 Paesi diversi, Top Coder 753.911, Upwork 8 milioni in 180 nazioni, Freelancer 14,5 milioni con 7,5 milioni di progetti, mentre Twago 263.715 iscritti con 66.683 progetti.Tra i crowd sourcer compaiono nomi altisonanti come Google, Intel, Facebook, AOL, NSA, Telekom, Honda, Panasonic, Microsoft, NBC, Walt Disney e Unilever. E l’Italia? «Per ora siamo ancora in ritardo, ma di fronte a questi numeri non è difficile prevedere che presto la crowd ecomomy si ritaglierà uno spazio rilevante anche nel nostro Paese». Ne è convinto il giuslavorista Ciro Cafiero, uno dei massimi esperti della materia nel panorama italiano.


Oggi però da noi più che di crodw work si parla di gig-economy, l’economia dei cosiddetti “lavoretti on line”. Dove sta la differenza?
Partiamo dall’analogia più evidente: entrambi i modelli poggiano su una piattaforma tecnologica che in un certo senso può essere definita “il committente” del lavoro. A partite da qui scatta quella che chiamano “corsa dei levrieri”. Ovvero la competizione fra i workers ad espletare la commessa nel più breve tempo possibile in modo da guadagnare crediti rispetto alla piattaforma. Questo determina una sorta di “disintermediazione” del lavoro sia in senso verticale (non siamo nell’ambito di un contratti di assunzione), sia in senso orizzontale (di fatto non esistono rapporti di colleganza). In Italia, pensiamo a Foodora oppure a Uber questo business model viene utilizzato quasi esclusivamente per i servizi di trasporto di cibo o persone spesso i fornitori sono i Neet. All’estero non è così e questa è una differenza sostanziale.

Cosa intende?
Le piattaforme straniere di crowd working richiedono servizi e quindi professionalità diverse e più complesse: pensi alla produzione di articoli di giornale, video, pezzi musicali, correzione di bozze e così via.

Cosa le fa credere che l’Italia possa mettersi in breve tempo in scia rispetto agli altri Paesi?
Essenzialmente due ragio...continua a leggere su Morning Future

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